Livio Caputo

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Dopo Tangentopoli in Italia, le inchieste sugli affari di Clinton negli USA e gli scandali del Cremlino, l'affare Kohl ha posto il suggello a un decennio in cui la politica ha mostrato ovunque la sua faccia più sporca.

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La scoperta che Helmut Kohl, cancelliere della riunificazione germanica e  padre-padrone della CDU per un quarto di secolo, aveva una contabilità "nera" multimiliardaria in violazione di una legge sul finanziamento dei partiti che egli stesso aveva fatto approvare dal Bundestag pochi anni fa, ha scosso profondamente l'opinione pubblica di tutta Europa. Il ragionamento che si sente ripetere dall'uomo della strada è: "Se anche lo statista più longevo e rappresentativo del continente, che mai era stato sfiorato dal minimo sospetto di disonestà, indulgeva in queste pratiche, vuol proprio dire che non c'è salvezza. Vuol dire che la politica moderna, con le sue sempre crescenti esigenze organizzative e finanziarie, è diventata una causa endemica di corruzione e che dobbiamo o cambiarne drasticamente le regole, o rassegnarci ad essere governati da dei malandrini".

Il caso Kohl rappresenta, in effetti, una specie di goccia che ha fatto traboccare il vaso, la sconcertante conclusione di un decennio contrassegnato da un numero quasi senza precedenti di scandali finanziari al massimo livello.

Chiunque conosca la storia sa che politica e corruzione sono sempre andati a braccetto, e potrebbe anche concludere cinicamente che non c'è niente di nuovo sotto il sole: la differenza non sta tanto nel fatto che i politici odierni sono più disonesti dei loro predecessori, quanto nell'esistenza di una "società dell'informazione" che rende molto più difficile a chiunque nascondere le proprie malefatte. Oggi c'è sempre qualche collaboratore "fidato" pronto a cantare in cambio di un buon compenso, di un momento di notorietà o per consumare una vendetta, e c'è sempre un giornale, una radio o una televisione pronti a raccogliere la soffiata e amplificare lo scandalo. Alcuni di questi vengono bloccati a metà, prima che travolgano i loro protagonisti, altri - come Tangentopoli in Italia - arrivano a provocare rivolgimenti epocali.

Il panorama offerto dagli anni Novanta, Paese per Paese, è veramente impressionante. Cominciamo dagli Stati Uniti. La telenovela di Monica Lewinski ha fatto passare in secondo piano altre vicende riguardanti il presidente Clinton e sua moglie Hillary, che, per quanto mai interamente chiarite, hanno risvolti molto più seri. Lo stesso procuratore speciale Kenneth Starr, che ha chiesto invano l'impeachment del presidente per avere mentito sulla sua relazione con la stagista californiana, ha condotto per anni indagini su alcuni affari che la coppia aveva fatto quando Bill era ancora governatore dell'Arkansas, e pur non essendo riuscito a raccogliere - per l'omertà dei complici - elementi sufficienti per una condanna, ha nondimeno portato alla luce pratiche e metodi decisamente inaccettabili. La inchiesta è stata contrassegnata anche da un suicidio eccellente (dell'avvocato e migliore amico della first lady) e da un paio di omicidi di persone coinvolte negli affari della famiglia che l'FBI non è mai arrivato a risolvere. L'impressione che il sistema abbia in qualche modo "protetto" i Clinton, per evitare all'America il trauma di una procedura giudiziaria contro il presidente in carica è tuttora molto diffusa oltre Atlantico. L'inchiesta pendente su di lui non ha tuttavia impedito a Bill Clinton di lasciarsi coinvolgere in un'altra vicenda molto imbarazzante in occasione della sua ultima campagna elettorale. Sembra ormai accertato che il partito democratico abbia ricevuto, in violazione della legge, forti sovvenzioni da un uomo d'affari che agiva per conto del governo di Taiwan, autorizzando così il sospetto che il presidente abbia preso in cambio qualche impegno internazionale sottobanco. Spesso, trasgressioni di questo tipo vengono negli Stati Uniti "dimenticate" anche dall'opposizione, in nome della massima che una mano lava l'altra, e che non conviene mai insistere su temi che potrebbero ritorcersi contro chi li ha sollevati.

  Ciò non toglie che l'affare ha messo una volta di più in luce la mancanza di scrupoli che caratterizza, anche ai massimi livelli, il mondo politico americano quando si tratta di mettere insieme le somme sempre più ingenti richieste dalla lotta politica. Se Atene piange, Sparta non ride.

Una malsana collusione tra politica e finanza e una corruzione endemica della classe dirigente sono state una delle caratteristiche deteriori del nuovo Giappone democratico, dove, a cominciare dal famoso Tanaka, protagonista di quell'affare Lockheed che fece alcune vittime illustri anche in Italia, ben tre primi ministri hanno dovuto gettare la spugna a causa di scandali finanziari. Avidità, corruzione e latrocini hanno del resto contrassegnato la vita politica di quasi tutti i Paesi asiatici, dalle Filippine di Ferdinando e Imelda Marcos all'Indonesia di Suharto, dal Pakistan di Sharif alla Malaysia di Mahatir. Altrettanto grave si presenta la situazione in America latina, dove, dall'Argentina al Messico, la corruzione è da sempre così radicata da essere parte integrante del quadro politico. Tutti erano consci, per esempio, che Carlos Menem, presidente dell'Argentina dall'inizio degli anni Novanta (e con grandi meriti nel risanamento della sua economia) non aveva una reputazione immacolata ed era circondato da profittatori e farabutti, che avevano tratto enormi vantaggi illeciti dalla campagna di privatizzazioni. Questo non gli ha impedito di ottenere, con una maggioranza schiacciante, un secondo mandato, e non sarebbe stato di grande ostacolo neppure per un terzo, se appena la Costituzione lo avesse permesso.

I messicani hanno sempre tollerato che i loro presidenti si arricchissero durante il loro unico mandato, e alcuni - come Miguel Aleman -  sono notoriamente entrati a Palazzo poveri per uscirne multimiliardari. Negli ultimi anni, una crociata moralizzatrice ha un po' migliorato le cose, ma il fatto che il potere sia da decenni nelle mani dello stesso Partito Rivoluzionario Istituzionale non aiuta certo a fare pulizia. Se, in Brasile, l'attuale presidente della Repubblica Cardoso sembra al di sopra di ogni sospetto, lo stesso non può certo dirsi dei governatori regionali. Se poi andiamo a vedere quel che succede in alcuni Stati più piccoli, come Ecuador, Paraguay, Colombia o Panama, il quadro è addirittura allucinante.  Non sta certamente meglio l'Africa, dove le vere democrazie si contano sulla punta delle dita e il saccheggio delle risorse nazionali è una abitudine inveterata della classi dirigenti postcoloniali. Il caso di Mobutu, che nel quarto di secolo in cui ha governato il Congo ha accumulato un patrimonio privato di circa 10.000 miliardi, è diventato addirittura leggendario, ma non molto meglio si sta comportando il suo successore Laurent Kabila. Nessuno, naturalmente, è in grado di misurare la ricchezza personale di un politico di lungo corso come il presidente del Gabon Bongo, al potere da trent'anni o dei satrapelli che governano i Paesi, sia anglofoni sia francofoni, dell'Africa occidentale. 


E anche quando il numero uno è ragionevolmente onesto, sono i suoi collaboratori ad approfittare della propria posizione: mentre, in occidente, le malversazioni dei politici sono spesso dovute alla necessità di finanziare la lotta politica, in Africa i soldi finiscono di solito nelle casse dei clan, o per arruolare milizie che nei simulacri di campagne elettorali sostituiscono efficacemente gli agit-prop. Se la corruzione dell'Oriente e dei Paesi in via di sviluppo era, in un certo senso scontata, la proliferazione di scandali in Europa ha avuto un effetto dirompente. Con la caduta del muro di Berlino e la fine dei regimi comunisti che raramente permettevano agli scandali di emergere, anche i Paesi dell'Est hanno dato il loro valido contributo. Le notizie più allarmanti sono venute dalla Russia di Eltsin, dove nel giro di soli otto anni la complicità tra classe politica, mondo degli affari e criminalità organizzata è diventata la regola, e dove la combinazione tra una privatizzazione selvaggia e un massiccio flusso di fondi dall'Occidente ha consentito operazioni finanziarie truffaldine e arricchimenti illeciti di dimensioni senza precedenti. Anche se, con ogni probabilità, le responsabilità del presidente, della sua famiglia e del suo clan non verranno mai provate in giudizio, esse sono ormai evidenti a tutti, e hanno inferto un colpo gravissimo alla reputazione della Repubblica e alle sue possibilità di giocare un ruolo di rilievo nell'economia globalizzata. Anche astraendo dal caso tedesco, che ci riserverà ancora molte sorprese, le note più dolenti arrivano peraltro dall'Europa occidentale, che una parte del mondo considera tuttora un modello. 

Non è certo il caso di rievocare qui nei particolari la vicenda, arcinota, di Tangentopoli, che nel giro di due-tre anni, ha spazzato via, o ridotto a dei fantasmi, i cinque partiti politici italiani su cui si erano retti tutti i governi del dopoguerra - DC, PSI, PSDI, PRI e PLI - e ha risparmiato il PCI  soltanto perché i Pubblici ministeri delle regioni rosse si sono astenuti dall'usare gli stessi metodi del pool di Milano, o perché i suoi pochi esponenti caduti in trappola, come Primo Greganti, hanno coperto i massimi dirigenti anche a costo di pagare di persona. Dai vari processi celebrati contro i leader della Prima Repubblica è emerso un quadro devastante dei metodi utilizzati per finanziare la lotta politica e dei rapporti tra il Palazzo e l'economia negli anni Settanta e Ottanta. C'era, sicuramente, la necessità di contrastare l'avanzata di un partito comunista che poteva a sua volta contare su entrate illegali, come i finanziamenti di Mosca, le tangenti sui commerci con l'impero sovietico e i contributi delle Coop, ma la diffusione del sistema a tutti i livelli, dallo Stato centrale agli enti locali, ha finito con il creare una situazione esplosiva, cui Di Pietro e compagni si sono limitati ad applicare il detonatore. Oggi c'è una comprensibile spinta a rivisitare quel periodo, e ad  accertare da un lato se tutti i processi furono condotti nel pieno rispetto delle leggi, dall'altro quale fu la loro carica politica. In ogni caso, è ormai evidente che le "grandi pulizie" del periodo 92-94 furono accuratamente mirate, nel senso che non tutti i responsabili della corruzione, sul fronte dei politici come su quello degli imprenditori, furono tradotti in giudizio. Si è cioè proceduto con un metodo che potremmo definire della "decimazione ragionata", e per eccesso di zelo da parte della magistratura inquirente o per volontà di colpire particolari personaggi sono stati commessi anche errori e soprusi. 

Alcune figure della Prima Repubblica sono infatti state successivamente prosciolte, o hanno potuto riaffacciarsi alla ribalta pur non avendo chiuso del tutto i conti con la giustizia. Tangentopoli ha comunque prodotto il più rapido e radicale ricambio di classe dirigente politica di parte moderata che si ricordi in Europa in tempi non rivoluzionari. Se abbia anche estirpato la malapianta della corruzione è invece tutto da vedere: talvolta, seguendo le cronache, si ha l'impressione che ne abbia soltanto abbassato il livello, dai politici di prima schiera a quelli di seconda e di terza, lasciando nel contempo più spazio a burocrati e funzionari. Se nessun altro Paese dell'Unione ha vissuto - almeno finora - una esperienza altrettanto traumatica, anche Francia, Spagna, Belgio, Grecia, non scherzano (gli scandali che investono la classe politica britannica, pur frequentissimi, riguardano invece più storie di sesso che di soldi). 

Le teste cadute finora in Francia, sia sul fronte moderato, sia su quello socialista, si contano a centinaia, e il processo continua senza pausa, con il coinvolgimento di personaggi di primissimo piano come l'ex ministro degli Esteri Dumas, il sindaco di Parigi Tiberi e - ultimamente - il ministro dell'Economia Dominique Strauss-Kahn, pilastro del governo Jospin e astro nascente del socialismo democratico europeo. Molti ritengono che, se nell'ordinamento francese i pubblici ministeri non dipendessero dall'esecutivo, e fossero perciò inevitabilmente esposti a pressioni dall'alto, le cose avrebbero già preso una piega italiana. 

Ma, nonostante questi condizionamenti, la puzza di scandalo ha investito pesantemente perfino l'Eliseo. E' ormai riconosciuto pubblicamente che il defunto Francois Mitterrand, nei suoi quattordici anni da presidente della Repubblica, si è spesso comportato come una specie di capo-cosca, e che il suo successore Jacques Chirac, tuttora in carica, ha gestito Parigi in modo tutt'altro che irreprensibile, procurando indebiti vantaggi a tutta una schiera di seguaci. Fino a tre mesi fa si pensava che la Germania fosse diversa. Dopo il cosiddetto scandalo Flick, il grande industriale e finanziere che negli anni Ottanta aveva alimentato con fondi neri le casse dei cristiano-democratici, sembrava che la classe politica tedesca applicasse un codice più rigoroso e si limitasse ai peccati veniali. Adesso, le rivelazioni di un vecchio avversario interno di Kohl, le confessioni di alcuni suoi stretti collaboratori, e le sue stesse ammissioni davanti alla direzione del partito, ci hanno fatto scoprire che non era affatto così. Tutto fa ritenere che l'ex cancelliere non abbia personalmente intascato una lira, ma il sistema di "contributi segreti" che aveva creato per finanziare la sua politica non ha nulla da invidiare a quello messo in piedi da Bettino Craxi.  I tedeschi, tuttavia, trovano sempre il modo di distinguersi: in base alla legge la CDU dovrà restituire al presidente del Bundestag, perché lo destini in beneficenza, il doppio delle somme illegalmente percepite: una palla al piede spaventosa per l'opposizione, che rischia di avere sulla politica tedesca un effetto analogo a quello che Tangentopoli ha avuto su quella italiana.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

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