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Il centenario di cui parlerò  è probabilmente il primo del Duemila. Il 14 gennaio 1900 andò in scena per la prima volta una delle opere più famose della storia del melodramma: "Tosca" di Giacomo Puccini, sul libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, tratto dal dramma omonimo di Victorien Sardou. E' giusto ricordare che la rappresentazione avvenne al Teatro Costanzi di Roma, che il direttore d'orchestra era Leopoldo Mugnone e che i tre personaggi principali erano interpretati dal soprano Haricklea Darcléé (Tosca), dal tenore Emilio De Marchi (Cavaradossi) e dal baritono Eugenio Gilardoni (Scarpia).

La passionale e tragica vicenda della cantante Floria Tosca aveva suscitato  anche l'interesse di Giuseppe Verdi: pare che questo coinvolgimento dell'ormai vecchio maestro  di Busseto sia stato determinante nel convincere Puccini, che cominciò la partitura nel giugno 1896 e la concluse esattamente il 29 settembre 1899.

Come andò la sera del 14 gennaio 1900? Le chiamate furono quattordici: cinque alla fine del primo atto, due al termine del  secondo e sette a opera conclusa. Dopo la "prima", tuttavia, le cose andarono assai meglio: le venti repliche dimostrarono che ancora una volta Puccini aveva vinto.

La critica non fu troppo benevola, com'era accaduto nel febbraio 1896 per "La Bohème". Lasciò perplessi la "tinta nera", tragica, terribile della nuova opera, con le sue tre morti violente in scena: Scarpia pugnalato, Cavaradossi fucilato, Tosca suicida". Un critico scrisse: "Tutto è oscuro, tragico, terribile e perciò meno vario, meno appariscente, meno leggero, rispetto  alle precedenti opere di Puccini".

Ma commenti ancora più duri si ebbero nel 1903, quando "Tosca" fu rappresentata all'Opéra-Comique di Parigi. Il compositore Paul Dukas scrisse: "S'immagini Tosca distrutta dall'ira e dal dolore mentre Cavaradossi è nelle mani dei carnefici: eccola, a un tratto, riprendersi e sospirare una romanza mentre il suo amante, che continua a essere torturato nella stanza accanto, cessa di gemere per lasciarla cantare".

Una durezza addirittura spietata si legge in una lettera che il sommo Gustav Mahler indirizzò alla moglie Alma: "Ieri sera sono stato a vedere 'Tosca' di Puccini. Nel primo atto, solenne processione con un continuo scampanio (le campane si sono dovute far venire dall'Italia). Nel secondo atto un tale viene torturato tra urli orrendi e un altro pugnalato con un acuminato coltello da pane. Nel terzo atto, di nuovo immenso scampanio su una veduta di tutta Roma dall'alto della città e un tale viene fucilato da un plotone di soldati. Prima della fucilazione, mi sono alzato e sono andato via".

Con il passare degli anni, quei negativi giudizi  sono stati corretti da altri studiosi.

"Gli amori di Tosca e Cavaradossi  - è stato scritto - non sono quelli di una coppia verdiana o wagneriana. I loro sensi bruciano, questo importa; e bruciano in modo omogeneo alla natura del canto pucciniano" E ancora: " In 'Tosca' Puccini non ha messo in musica persone, ma soltanto sentimenti: amore, gelosia, angoscia,  terrore, magnanimità, amore di libertà, sadismo, che trovano immediata espressione nel canto".

E' giusto aggiungere che, in ogni parte del mondo dove si rappresentino opere musicali, "Tosca" è conosciuta e amata, e popolarissime sono le sue romanze, da "Vissi d'arte" del soprano a "Recondita armonia" e alla splendida "E lucevan le stelle" del tenore.

Come sempre mi accade quando scrivo di certi avvenimenti, mi viene spontaneo ricordare quando  quegli avvenimenti entrarono per la prima volta nella mia vita. E' un vizio, tutto sommato innocuo, della mia non più verde età. Così accade anche per "Tosca". Con l'aiuto di vecchie carte che gelosamente conservo, posso dire  che vidi "Tosca" la sera del primo giorno d'agosto del 1937, all'Arena di Verona. 

Ero un ragazzino un po' strano, che aveva trovato nei cassetti dei nonni una  raccolta di libretti d'opera e leggeva, insieme a Salgari e a Verne, i versi di Francesco Maria Piave, di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica.

Accompagnato da un mio amatissimo zio, entrai nell'Arena mentre stavano ancora montando la scena del primo atto di "Tosca", l'interno della chiesa romana di Sant'Andrea della Valle. Mentre il sole calava, sul grande palcoscenico spuntarono altari, cancelli, cappelle gentilizie, statue, balaustre, confessionali. L'attesa era grande. "Tosca" non era mai stata nel cartellone dell'Arena e mai aveva avuto, nella sua già gloriosa storia, un pubblico di 18 mila spettatori. A tutto questo si aggiungeva un altro, forse ancor più determinante, motivo di curiosità: l'esordio nell'Arena del tenore Giuseppe (ma per i veneti "Bepi") Lugo.

Nato nel 1899 in un paesino della provincia di Verona, "Bepi" Lugo aveva una biografia da far invidia a uno scrittore americano degli anni Trenta: figlio di contadini, era stato tranviere, impiegato delle imposte, minatore in Belgio, scoperto da un maestro di nome Gaudier mentre cantava canzoni italiane in un  caffè di Charleroi.

La carriera di Lugo fu breve e folgorante. Quando lo scoprirono gli impresari italiani, era già vicino ai quarant'anni e poi s'incaricò la guerra di ridurre le sue interpretazioni. Debuttò alla Scala con "Tosca" il 21 gennaio 1937. Il critico del maggiore giornale italiano scrisse: "Singolare la freschezza della sua voce, ma anche più singolare è la liberalità con la quale egli ne sa profondere i tesori di timbro e di pastosità, principalmente rilevati nell'esecuzione delle due romanze del primo e del terzo atto e nel pauroso svettamento sul grido di 'Vittoria!' del secondo atto, quando l'uditorio ha letteralmente subissato di applausi il tenore".

Ma torniamo sui gradini di pietra dell'Arena, a quella sera remota dell'agosto 1937. "Bepi" Lugo fu veramente "profeta in patria". Dovette concedere il bis di "Recondita armonia", scatenò un'interminabile ovazione dopo la vetta canora del "Vittoria !", per la romanza "E lucevan le stelle" il bis sembrò non bastare alla folla entusiasta che pretendeva il tris.

Ricordo di aver applaudito con tale forza da sentire dolore alle mani. Mi unii alle invocazioni della folla, gridando anch'io "Bepi! Bepi! Bepi!" Per me, da allora "Tosca" s'identifica con il Cavaradossi cantato da Giuseppe Lugo. 

E ancora adesso, come se la memoria mettesse in moto un invisibile disco, appena sento accennare la grande romanza del terzo atto e le parole s'impennano nella vertigine di "l'ora è fuggita/ e muoio disperato/ e non ho amato mai tanto la vita",  il prodigio si ripete, l'acuto è una frustata, una guglia dorata di suono. 

Naturalmente, è come se tornassi ragazzino, in una notte d'agosto, sotto un cielo sereno dove "lucevan le stelle", cantate dalla voce di "Bepi" Lugo. 




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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