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Franco Manzoni |
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Negli
ultimi quarant'anni dell'Ottocento il teatro in Italia seguì, per
così dire, l'evoluzione della società postrisorgimentale:
le rappresentazioni vennero influenzate da un affresco, che rappresentava
la nobiltà meridionale ormai più che decadente e la borghesia,
che stava sostituendo via via la vecchia aristocrazia con la freschezza,
l'orgoglio e la determinazione di una nuova classe emergente.
L'autore scandaglia l'animo di questi nobili: Alfredo, giovane frivolo sposato con Sofia; Giulia, legata controvoglia a Teodoro, fratello di Sofia e uomo gelosissimo; Emma, fidanzata per decisione dei genitori a un giovane avvocato borghese, l'avveduto Fabio. Sia Sofia sia Giulia sono assai infelici, insoddisfatte dei rispettivi mariti, membri dell'aristocrazia locale, dediti a bagordi quale l'infedele Alfredo o asfissianti di gelosia come Teodoro. Pur vedendo la situazione della sorella e della cognata, Emma, nonostante non ami il borghese Fabio, lo sposa; nei suoi confronti mantiene un atteggiamento sprezzante, riversando i propri pensieri amorosi verso Ernesto, un altro nobile scapestrato, per il quale nutriva una certa simpatia prima delle nozze. Si assiste col trascorrere delle scene alla parabola discendente dei diversi esponenti della nobiltà: Ernesto deve, per debiti di gioco, lasciare l'esercito; Alfredo corteggia apertamente una donna "esclusa per fama" dal bel mondo; Teodoro, con scenate di gelosia, rende insopportabile la vita a Giulia. Rita, la moglie del barone d'Isola, tradita anch'ella dal marito con una cameriera, pensa di trovare conforto e amore nelle braccia di Fabio, il quale, invece, rifiuta, fedele al suo amore per la moglie. In
seguito a ciò, Rita aprirà gli occhi ad Emma, facendole
comprendere l'onestà e la fermezza d'animo di Fabio, in confronto
alla dissolutezza degli altri mariti nobili. La giovane donna vede ora
sotto una diversa luce il suo sposo di origini borghesi e inizierà
sensibilmente ad amarlo, creando con lui una coppia affiatata. Nella scena
finale si fa intuire al pubblico l'arrivo di un figlio come chiara e degna
conclusione per un'unione che, se in un primo tempo sembrava non riuscita
per diversità di estrazione sociale, ora, invece, è divenuta
più che solida. Giovanni
Verga (Catania, 1840-1922), al di là della sua più nota
produzione letteraria, scrisse anch'egli per le scene, proponendo delle
riduzioni teatrali, che avevano origine dalle sue stesse novelle.
Cavalleria rusticana, derivata da una omonima novella, racconta di Turiddu, che, tornato dalla leva militare, con grande sorpresa trova Lola, la sua promessa sposa, ormai già convolata a nozze con compare Alfio. Turiddu, per ripicca nei confronti dell'ex fidanzata, si promette a Santuzza, anche allo scopo di far ingelosire Lola e parimenti intrecciare una relazione extraconiugale con l'amata. Santuzza, effettivamente ingannata dal comportamento subdolo di Turiddu, sfoga il proprio animo nella vendetta e rivela la situazione ad Alfio, il marito di Lola. Ardente
di gelosia e ferito nel proprio onore, compare Alfio vuole scontrarsi
in duello con Turiddu, per lavare nel sangue l'onta subita. Dal
tuo al mio, invece, ripropone e riesamina il tema tanto caro a Verga della
"roba", trattato con esempi all'autore coevi. I contrasti tra
l'arricchito borghese e il nobile decaduto, tra il borghese divenuto padrone
e gli operai in agitazione costituiscono momenti essenziali di riflessione
sulle mutate condizioni sociali. Verga sembra mostrare maggior simpatia
per il nobile barone, ormai senza averi, piuttosto di parteggiare per
l'arrogante borghese che, nella sua infinita avidità, a sua volta
si pone, nei confronti degli operai, come crudele sfruttatore della classe
a lui sottoposta.
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