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Le foreste della terra
sono sotto assedio da mezzo secolo ma gli ultimi anni sono stati disastrosi
e quelli a venire si preannunciano ancora peggio.
In Malesia, Indonesia, Canada, Africa
del sud e Centroamerica fuochi e altri interventi umani hanno distrutto
16 milioni di ettari di foresta. Si parla quotidianamente dell'aumento
dei fenomeni estremi, cioé uragani e inondazioni disastrose che sono
in linea con le previsioni di un mutamento climatico. Ma si esita ad
applicare forme di previdenza e salvaguardia a livello mondiale.
Con un camioncino noleggiato percorro
la strada, fiancheggiata da tronchi bruciati, con rami mutilati tesi
nel cielo scuro come fantasmi. La cenere entra nei polmoni, si posa
sui capelli, sulla faccia. Ovunque crepitano e scoppiettano focolai
di incendi. Durante un tragitto durato tre ore e mezza ho contato più
di cento camion carichi di enormi tronchi di legna pregiata. Ho superato
lunghe file di camion in attesa di essere ricaricati con altri tronchi.
Sempre nuove ondate di coloni e contadini bruciano sempre maggiori
aree per creare campi, piantagioni e pascoli.
Sono a Sumatra, ma potrei essere in
Malesia, Guatemala o Brasile. Un ispettore forestale che lavora per
il dipartimento forestale mi dice: "Quando è troppo è troppo".
Tossisce spesso, come tanta gente di queste parti. L'altro mese si è
preso una settimana per curarsi i polmoni. "Se non cambia l'aria,
la tosse non migliorerà". Ma l'aria non cambia.
Vedo una donna tra resti di tronchi
fumiganti. Quando la fotografo corre via brontolando. I campesinos danno
a colpa ai cambiamenti climatici, al Nino, un sistema meteorologico
che da alcuni anni è andato in tilt. Assieme alla sua sorella Nina,
è responsabile di enormi danni su scala mondiale. Di solito El
Nino purifica l'aria con la pioggia, riportando a terra le particelle
di fumo e cenere. Ma l'arrivo del ragazzo prodigio è diventato sempre
meno affidabile.
Nel girotondo delle accuse tutti si
accusano a vicenda. L'occidente accusa i paesi esportatori di legna
e viceversa; i governi responsabili danno la colpa alle compagnie di
taglialegna ai quali rilasciano licenze di disboscamento. Le compagnie
di taglialegna accusano i coloni e i media accusano i politici. E mentre
tutti si accusano, tutti continuano ad esportare o importare legna pregiata.
Solo qui, sulla terra bruciata, nessuno accusa nessuno. La vita continua
con il suo passo tranquillo come sempre. E alla fine ancora una volta
non si farà niente per impedire questo gigantesco disastro ecologico
che è la distruzione delle foreste tropicali e non. Non si farà niente
perché il principale colpevole è l'uomo stesso, con la sua insaziabile
e miope rapacità.
Il taglio degli alberi, lo sfruttamento
delle miniere e l'agricoltura monocolturistica continueranno a distruggere
le risorse del pianeta, a sconvolge il suo sottile equilibrio ecologico
e climatico. Per questo fenomeni climatici come Mitch e George
aumentano ogni anno.
I politici responsabili non realizzano
l'importanza, oltre il breve termine, di un tipo di sfruttamento alternativo,
biologicamente diversificato e sostenibile. Come la ricerca e produzione
di piante tropicali medicinali, bioproduzione di resine e tannine e
altre forme di utilizzo sostenibile.
Quello che va capito, anche i termini
economici, è che una foresta vale più da viva che da morta.
Questa mancanza di lungimiranza
ha fatto sì che le belle dichiarazioni di principio degli ultimi summit
di Buenos Aires, Kyoto e Rio hanno prodotto un impatto ecologico uguale
a zero. I coloni delle foreste scuotono le spalle, se chiedi cosa pensano
dell'inquinamento atmosferico, dell'aria irrespirabile, del cielo coperto
per mesi.
Dissodare con le fiamme è l'unico metodo
che conoscono per fare spazio alle piantagioni. E poi, quale sarebbe
l'alternativa alle fiamme? Erbicidi? Disboscamento? Un gruppo di contadini
con le facce annerite dal fumo spiega: "Questo è il mondo in cui
coltiviamo. Abbiamo bisogno delle piantagioni per sopravvivere".
I coloni dell'Amazzonia, Sumatra o Kalimantan
sono per la maggior parte ex-abitanti delle città sovraffollate,
spesso trasmigrati a spese del governo.
In Brasile esiste un programma di trasferire
contadini senza terra dal nordest all'Amazzonia. Per rendere più appetitoso
questo trasferimento viene garantito loro un titolo di proprietà su
un pezzo di terra. Per avere diritto a questo titolo, ai contributi
governativi e alle sementi, i coloni devono dissodare e coltivare la
terra per un minimo di cinque anni.
Secondo ricerche effettuate da un gruppo
di studiosi negli anni '97 e '98 sono stati distrutti dalle fiamme,
nel mondo, dai tre ai cinque milioni di kmq di foresta vergine.
Quello che non bruciano i coloni, viene
eliminato dalle multinazionali per creare piantagioni di palme da olio,
pascoli, prodotti agricoli, ananas, banane.
Durante la stagione del disboscamento
in molte regioni tropicali l'aria diventa irrespirabile. In molte delle
città dei paesi in via di sviluppo appaiono sempre più spesso mascherine
antismog, o si vede la gente premersi fazzoletto umidi sulla bocca e
sul naso, per difendersi dalle particelle di fumo.
Nelle metropoli all'inquinamento atmosferico
si aggiunge una cappa di gas tossici e durante l'estate la mortalità
raggiunge livelli sempre più elevati. Basta sfogliare le cronache di
Mexico City, Kuala Lumpur e Giakarta.
Le vittime principali dell'aumento delle
emissioni inquinanti sono bambini, anziani e malati. Già oggi nelle
città dove la concentrazione di gas tossici e cancerogeni è maggiore,
l'incremento dei casi di asma e di allergia infantile è netto.
Il World Resources Institute calcola
che all'inquinamento atmosferico siano da addebitare un milione di morti
all'anno in Asia sudorientale e in Cina, dove si è puntato sul carbone
(uno dei combustibili più inquinanti) per lanciare lo sviluppo economico.
"Se vivi in queste condizioni giorno
dopo giorno, ti abitui", mi ha spiegato un campesino dell'Amazzonia
peruviana.
Ma un'organizzazione di madri dello
stesso paese ora chiede preoccupata informazioni sugli effetti collaterali
dell'inquinamento atmosferico. Dal loro governo vogliono sapere come
difendere i loro bambini.
Il titolare di una compagnia di
taglialegna boliviana dice: "Stiamo solo facendo quello che ogni
paese industrializzato occidentale ha fatto prima di noi".
Ma il paragone è debole: in Europa il
processo di trasformazione da bosco in terra agricola è
stato lento e graduale.
E gran parte di quelle foreste, specialmente
nei paesi confinanti con le Alpi, continua ad esistere e a ricrescere,
tutelata da leggi ambientali o sottoposta a rigidi controlli di sostenibilità.
In tutto l'occidente la superficie boschiva
è in lento e costante aumento da due decenni, mentre in Asia sparisce,
ogni anno, fino al 5% della foresta pluviale all'anno.
Colpa di multinazionali del legname,
della carta e dell'alimentazione che tagliano senza rimboschire. per
raggiungere un albero prezioso, tutto quello che si trova intorno viene
distrutto.
Per arrivare ad un unico tronco di mahagoni
si distruggono decine di metri quadrati di foresta vergine.
Una volta che tutto il legno di valore
è stato tagliato, la foresta è pronta per essere affidata ai coloni,
che continuano l'opera distruttiva.
"Welcome to the future" aveva
detto Abuelo, un vecchio Huoarani, mentre attraversavamo la foresta
amazzonica per arrivare al suo villaggio, assediato da compagnie di
petrolio, taglialegna, coloni. Si riferiva ad un'immensa distesa
nera marrone che ci circondava.
Dopo giorni e giorni passati tra resti
carbonizzati di foreste, sotto un cielo sempre coperto, sicuro che anche
il mattino dopo non avrebbe portato un raggio di sole, mi viene in mente
un'altra frase di Abuelo: "noi abbiamo perso la foresta, ma l'uomo
bianco ha perso il suo centro, se stesso".
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