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Stenio Solinas

 

Il delicato Marcel se ne sta in periferia, fra le quattro torri del sapere intitolate a Mitterand, quella modernissima Bibliothèque nationale appena inaugurata e già invecchiata.

L'altero Robert lo trovi invece al centro, ospite del Museo d'Orsay, la stazione ferroviaria della Belle Epoque. 

Lì dove al primo hanno ricavato 900 metri quadri di spazio e raccolto qualcosa come 350 fra dipinti, libri, oggetti, il secondo s'è dovuto accontentare di tre piccole sale, esile concentrato di uno stile inimitabile di cui sopravvive solo la polvere. La legge che regola  le esistenze di chi la vita la scrisse e di chi, invece, la visse: quelli lavorano per l'eternità, questi bruciano il presente.

Il "delicato Marcel" è Marcel Proust, l' "altero Robert" è il conte Robert de Montesquiou, il "professore di bellezza" della sua giovinezza, il lasciapassare della sua mondanità, il barone de Charlus del suo romanzo. E forse aveva ragione Bernard Berenson a dire che, in realtà, "Montesquiou non era un personaggio della Recherche, ma la Recherche tutta intera"  .

Quell'insieme di approfondimenti estetici e di cultura, quel labirinto di linguaggio e riflessione, quel senso di unicità da tradurre e da trasmettere, quella prosa a spirale da sogno e ricordo gli sono debitori e gli appartengono. Montesquiou fu il corpo a cui Proust prestò, o sottrasse, l'anima.

Il ritratto di Giovanni Boldini del 1897 che introduce alla mostra "Robert de Montesquiou ou l'art de paraitre" racchiude un mondo e ne celebra l'incarnazione. 

Il grigio metallico dell'abito, il bianco vernice dei guanti, l'acqua marina dei gemelli che rimanda al pomo del bastone da passeggio, il profilo sdegnoso e il fisico anoressico raccontano la società di fine Ottocento, il piacere della conversazione e il rituale del ricevere, l'esibizione e il distacco più e meglio di una storia del costume. 

Modello per il decadente Des Esseintes di A rebours di Huysmans e per il debosciato conte de Passavant dei Falsari di Gide, Montesquiou fu questo e quello e molte altre cose ancora. 

Un conferenziere brillante, un polemista agguerrito, un genio del travestimento: Luigi XV al ballo della baronessa de Poilly, Aladino per Madeleine Lemairs, con un mantello di seta ornato di pipistrelli dalla duchessa di Roban Buddha, martire e Giovanni Battista in foto e fotomontaggi.

Amato e odiato. Nei Souvenirs d'un journaliste, Lucien Corpechot lo descrive un "idolo verniciato" per l'uso e l'abuso di creme antirughe; altri ironizzano sul fatto che l'unica Biblioteca di cui si appassioni contenga in realtà delle cravatte e c'è chi sostiene che anche le tartarughe di casa Montesquiou vengono ridipinte in oro... Munifico e collerico. 

Ne sa qualcosa il pianista Delafosse, suo amante e suo protetto, colpevole di ingratidudine, allorché si vede recapitare il seguente biglietto: "Tutte le case che vi sono state aperte grazie alla mia sovrana protezione vi saranno chiuse e sarete ridotto a strimpellare per quattro soldi su qualche pianoforte moldavo o bessarabico. Non siete stato che uno strumento del mio pensiero, non sarete altro che un oggetto meccanico". 

Il tutto è accompagnato da un distico: "Monsieur Leon Delafosse/pianote au fond de sa fosse". "Sprofondato nel suo cognome", dirà agli amici.

Nel Pavillon di Versailles, il 30 maggio del 1894, Robert de Montesquiou, che ama definirsi "sovrano delle cose transitorie", dà una festa di cui Sarah Bernardt è una delle  protagoniste e Proust l'esordiente cronista per Le Figaro. 

Fra serre giapponesi, arazzi cinesi, sale dei dragoni e collezioni d'arte, sfila il bel mondo che il ventenne Marcel vorrebbe possedere e conoscere: "Vi chiederò di mostrarmi qualcuna delle amiche che più spesso  vi  avocano: la contessa Greffulhe, la principessa de Léon..."  L'articolo per il quotidiano parigino contiene la puntigliosa elencazione di titoli aristocratici e di mise alla moda che, rapito, il giovane aspirante scrittore non si stanca di descrivere, il tutto a corona di recital poetici, esibizioni musicali. Per lui il padrone di casa non è un eccentrico, è la fusione fra arte e vita che si manifesta in uno spirito superiore. 

Dieci anni dopo, nel tracciarne il profilo letterario per una rivista, è ancora questa cultura sterminata a tenere banco, il senso delle analogie, la precisione dei riferimenti. 

C'è una sorta di complesso di inferiorità  che sadicamente esploderà nella Recherche, dove Charlus è la caricatura orribile di un modello così ammirato.

Non che Proust sia colpevole del proprio valore e della propria vocazione. 
Ma la costruzione della Recherche arriva che ha quasi quarant'anni e fino ad allora  è stato una brillante promessa mai divenuta realtà. 

La malattia lo estranea lentamente da quella società dove con tanta forza avrebbe voluto primeggiare: "Invidio il vostro vedervi, la mia unica distrazione è cambiare di posizione nel letto" Davanti agli occhi gli balla quella frase che il padre, Adrien Proust, medico stimato, ha scritto nel suo Hygiéne du neurasthénique relativa alla "impotenza dei nevrastenici a sostenere lo sforzo d'attenzione necessario per la ricerca del ricordo perduto".
Tredici anni di lavoro, 95 quaderni di scuola, alcune migliaia di pagine saranno la risposta che quella diagnosi era sbagliata.

Esposti nelle bacheche della mostra "L'écriture et les arts", quei quaderni, così come i carnet di appunti, le bozze di stampa corretta e rimessa a nuovo, le "paperoles", con i rifacimenti e i nuovi innesti, lunghe fino a due metri  e ritagliate e incollate le une alle altre, fanno impressione. 

Vedendoli, ti si materializza davanti agli occhi l'idea di "cattedrale letteraria" sulla quale la Recherche è modellata, la passione religiosa, fideistica con cui lo scrittore innalza il suo monumento di carta e lo consegna alla posterità. 

Accanto a essi, i dipinti di Moreau, simbolici e angosciosi, le marine di Vuillard, le scene di vita di Caillebotte, di Banche e di Tissot, le nature morte di Chardin, i paesaggi di Vermeer concorrono a disegnare una geografia ideale che bene si inserisce nel ritmo di un'esistenza che dalla infanzia  delle "lanterne magiche" con cui addormentarsi alla sera, si chiude nella maturità della camera rivestita di sughero in cui isolarsi per continuare a vivere.

Anche le assenze sono rivelatrici. Manca Poussin, non c'è David, non fanno parte del gioco Delacroix e Ingres, classico e neoclassico, Grand Siècle e Età dei Lumi sembrano per lui non essere quasi esistiti. Il lato storicamente grandioso, le passioni supreme, i gesti esemplari, le scelte estreme, le negazioni assolute e le affermazioni sovrane non rientrano nel suo mondo. 

Attratto dalla aristocrazia, il borghese Proust la coglie nel suo aspetto decadente e fragile, nel suo essere la cornice di un qualcosa che ormai non esiste, nella ritualità che nasconde la mancanza di un contenuto, nel sopravvivere di tic, tabù, manie e superstizioni che non ce la fanno più a elevarsi a visione del mondo.
Tanto il delicato Marcel è figlio del suo tempo, tanto l'altero Robert è invece nato in ritardo rispetto all'età che sarebbe stata la sua. 

Di qui il patetismo, l'incongruenza, il senso quasi di fastidio che finisce per emanare dai suoi scritti o dalle sue immagini, persino dai pochi reperti di vita quotidiana, un vaso di Gallé, un fauteuil di sapore orientale, che l'esposizione a lui dedicata mette parcamente in mostra.

E' anche per questo che nella finzione romanzesca di Proust de Montesquiou ha posto soltanto come simbolo di una degenerazione: spogliato d'ogni virtù antica non rimane che l'esibizione di qualche vizio che passa per moderno, estremo congedo che il nuovo secolo industriale infligge al vecchio mondo che si ostinava a resistere. 
La società di massa si incaricherà di seppellire definitivamente e l'uno e l'altro.


 
 


 
 


 
 


 
 


 
 


 
 
 
 

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