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Da
molto tempo non si parla più, se non in qualche congresso, dell'implantologia
dentale eseguita con aghi di titanio.
Eppure è una tecnica validissima, che è possibile mettere in atto con
risultati più che soddisfacenti, anche in tutti i casi nei quali le
altre metodiche non possono essere applicate.
Con tale metodo vengono inseriti nell'osso mascellare o mandibolare,
privo di denti, dei sottili aghi di titanio del diametro di mm. 1,2(fig
1)che creano delle radici di supporto sulle quali poi fissare i
denti artificiali.
Essendo il diametro tanto ridotto, tali impianti possono essere usati
anche quando il tessuto osseo abbia uno spessore minimo, senza pertanto
la necessità di ricorrere ad interventi chirurgici di innesto, oltretutto
più invasivi.Essi lasciano tuttora perplessi, per una serie di effetti
collaterali, tra i quali l'incertezza sulla riuscita dell'intervento
stesso.
Da
non trascurare anche l'aspetto doloroso di simili operazioni.Il metodo
di cui stiamo trattando è stato ideato negli anni '60 da un dentista
francese di nome Scialom, purtroppo è stato applicato per un breve periodo;
successivamente però è stato abbandonato.
Probabilmente
ciò è accaduto, poiché nella ricerca ogni innovazione presenta delle
problematiche irrisolte, ed è quindi necessario perfezionarla.
Per
eseguire un intervento di implantologia con aghi al titanio, occorre
avere, da parte dell'operatore, una buona manualità, in quanto gli stessi
aghi vengono infissi talvolta in zone di minimo spessore osseo. Tutto
ciò non incide sulla qualità del metodo, di per sé ottimo.
E' chiaro tuttavia che la sua applicazione richiede una maggiore preparazione
professionale, la quale stranamente non si ottiene in ambito universitario.
Un altro ostacolo all'applicazione di questa tecnica è rappresentato
dall'industria del settore, che per ovvi motivi di commercializzazione,
propone quel tipo di impianti che possono essere usati da tutti più
facilmente, con protocolli standard.
In ogni caso questa tecnica, pur avendone tutti i requisiti, non è tuttora
approdata alle Università e pochi ne riconoscono l'effettiva validità.
Tra gli aspetti positivi è da annoverare anche la contrazione dei tempi,
che consente al paziente, di avere quasi subito denti fissi e stabili
(fig. 4), senza dover aspettare mesi come con i metodi più moderni.
L'inserzione dell'ago nel tessuto osseo si ottiene infatti con un trauma
minimo e la ferita è praticamente inesistente, simile a quella dell'ago
di una puntura ipodermica.
Le critiche pretestuose che vengono formulate a questo tipo di intervento
sono per lo più inconsistenti. Si dice ad esempio che l'intervento non
è codificabile e ripetibile con il modello standard; questo non è esatto,
in quanto, una volta acquisita, l'applicazione di questa tecnica non
assolutamente difficile.
Per unire gli aghi fra di loro nella parte emergente dalla gengiva e
formare in tal modo dei monconi artificiali su cui vengono fissati i
denti, si deve usare un particolare attrezzo, la cosiddetta "sincristallizzatrice"
(figg. 2 e 3), che certamente tutti gli odontoiatri conoscono.
Tuttavia
va ricordato tale apparecchio è stato messo a punto, da molti anni,
dal Dottor Pierluigi Mondani di Genova ed è ormai utilizzato con successo
dalla comunità scientifica internazionale per la sua praticità e innocuità.
Attraverso
questa macchina le parti metalliche in titanio vengono saldate in un
lasso di tempo molto breve (fig. 3), di modo che il calore prodotto
dall'operazione non è neppure percepibile.
Questo
è un aspetto della massima importanza poiché i tessuti gengivali non
vengono compromessi dalla temperatura prodotta dall'elettrosaldatura.
Si tratta di un atteggiamento anacronistico; sarebbe come non voler
riconoscere la chirurgia cardiaca attuale, solo per il fatto che non
tutti i chirurghi sono in grado di praticarla. Ovviamente il metodo
ad aghi tuttavia è solo uno, fra i tanti tradizionali, che dovrebbe
invece essere ritenuto complementare a quelli già esistenti e all'ultimo
uscito, cioè quello di Branemark, a torto ritenuto il solo osteointegrabile.
Quest'ultimo si avvale di impianti piuttosto voluminosi di forma cilindrica,
i quali, per essere inseriti come radici artificiali, devono disporre
di un tessuto osseo abbastanza voluminoso, altrimenti si rendono necessari
interventi di chirurgia maxillo-facciale (fig. 5), spesso invasivi
e traumatizzanti. E' necessario insomma adeguare il tipo di impianto
odontoiatrico alle esigenze dell'individuo, e non adottare, pedestramente,
il medesimo impianto per ogni paziente. Del resto tutta la medicina
è ormai orientata ad utilizzare, soprattutto in chirurgia, tecniche
non invasive e quindi anche l'odontoiatria dovrebbe allinearsi a questa
tendenza.
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