Anno XVI-N.02-2000

 

 

 

 

 

 

 

 

Livio Caputo

La democrazia" disse una volta Winston Churchill "è il peggior sistema di governo, con l'eccezione di tutti gli altri". Che la pensasse così un personaggio noto per le sue tendenze decisioniste, secondo il quale "l'unico comitato che funzioni è quello composto da tre persone, di cui una è sempre malata e l'altra sempre assente", non stupisce nessuno. Ma che comincino a essere di questo parere tanti cittadini in tanti diversi Paesi occidentali è un fatto certamente preoccupante, anche se per adesso non si manifesta attraverso il voto dato a formazioni politiche totalitarie, come avvenne in Germania nel 1933, ma solo attraverso l'astensionismo. Ormai da anni, il numero di elettori che si rifiutano di andare alle urne, sia che si tratti di eleggere i Parlamenti nazionali, sia che tocchi agli amministratori locali, è in aumento quasi dappertutto, con punte certamente "patologiche", come la partecipazione dei popoli nordici alle recenti elezioni europee. 
Bisogna dire che in molti Paesi il fenomeno è abbastanza antico. Sono ormai quarant'anni, per esempio, che i presidenti degli Stati Uniti (dove, peraltro, l'obbligo per i cittadini che vogliono partecipare alla consultazione di registrarsi costituisce un potente elemento inibitore) vengono eletti da non più della metà degli aventi diritto, senza per questo perdere di legittimità, e che i leggendari referendum svizzeri conoscono più o meno la stessa sorte. Nei Paesi "normali" una partecipazione tra il 60 e il 75 per cento viene, di solito, considerata abbastanza soddisfacente, perché si calcola che un terzo dei cittadini è o del tutto disinteressato alla politica, o troppo indolente per fare il suo dovere nel giorno del voto, o preferisce comunque curare il "suo particulare" nella certezza che anche senza il suo suffragio le cose andranno avanti lo stesso. Una parte di questo "terzo indifferente" si risveglia nelle grandi occasioni, quando dal battage dei media capisce di trovarsi di fronte a una scelta decisiva: ma, soprattutto ora che la fine del mondo bipolare, e la conseguente scomparsa della minaccia del comunismo di marca sovietica hanno reso queste occasioni drammatiche (come fu, per esempio, il voto italiano del 18 aprile 1948) sempre più rare, la curva della percentuale dei votanti da un'elezione all'altra è - pressoché ovunque - in costante quanto inesorabile discesa.

Il caso italiano, oltre a riguardarci da vicino, appare particolarmente significativo. Il nostro Paese si è sempre distinto, anche dopo l'abolizione dell'obbligatorietà del voto, per una partecipazione molto elevata alle competizioni elettorali. Percentuali dell'85-90 per cento erano, durante la Prima repubblica, nella normalità, specie nelle regioni del Nord. Ancora nel 1993, in occasione del referendum di Segni sul sistema elettorale, e nel marzo del 1994, quando ci fu il primo grande scontro tra destra e sinistra con le nuove regole, gli elettori si recarono alle urne in massa. Se, in pochi anni, siamo passati da un numero di votanti che ci collocava in testa alle graduatorie delle democrazie occidentali ad una partecipazione addirittura inferiore alla media UE (unica eccezione, le elezioni europee, dove il nostro 69% era una perla al confronto del 20% circa degli inglesi), vuol dire che il rapporto tra Palazzo e cittadini si è molto deteriorato e che è ora di correre ai ripari.

Il "partito del non voto" è ormai, di gran lunga, il più forte del Paese, e anche dando per scontata una astensione fisiologica del 10-15 per cento, chi riuscisse a riportarlo alle urne avrebbe in tasca il passaporto per il potere. Ogni tanto qualcuno ci prova, anche con un certo successo: Bossi all'inizio degli anni Novanta, quando sembrava che la Lega potesse davvero fornire un antidoto contro i mali romani, ed Emma Bonino l'11 giugno scorso, con un programma decisamente controcorrente. Ma si tratta in genere di fuochi di paglia, che non riescono a invertire permanentemente la tendenza. Neppure i referendum, che pure sono considerati uno "strumento antisistema", e quindi dovrebbero piacere anche a chi ha perso ogni fiducia nella classe politica, richiamano più l'attenzione della gente, un po' perché sono troppi, un po' perché sono diventati eccessivamente specialistici, un po' perché il loro risultato è spesso disatteso e aggirato, come è accaduto in maniera clamorosa quanto scandalosa per l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti.

Numerosi sondaggi di opinione e studi di analisti hanno cercato di individuare le cause dell'assenteismo, ma non si è andati molto al di là dell'ovvio: elezioni troppo frequenti, disinteresse o addirittura disprezzo per la politica, insoddisfazione nei confronti di tutti i partiti, sfiducia nella possibilità di incidere sulla situazione con il proprio voto, sensazione di essere presi in giro. Tutto vero, e tutto molto preoccupante. Per completare il quadro, bisogna tuttavia mettere in conto altri due fattori: la decadenza, o addirittura la scomparsa dei vecchi apparati, che in occasione delle elezioni riuscivano a mobilitare e convogliare alle urne le masse, e la sensazione (del tutto errata, ma la maggior parte della gente non se ne rende conto), che con la fine dello scontro tra Est e Ovest e la dissoluzione del vecchio PCI i valori fondamentali della libertà e della democrazia non siano più in pericolo e che perciò se anche si decide, per dirla con lo scomparso Craxi, di "andare al mare", non può succedere niente di terribile.

Gli avvenimenti della corrente legislatura hanno ulteriormente contribuito ad alimentare il fenomeno astensionistico. Anzitutto, c'è stata la delusione degli elettori del Polo del '96, che pur vincendo sul piano dei numeri, sono stati sconfitti da una legge elettorale che consente trucchi come quello della desistenza. In secondo luogo, c'è stata la rabbia di molti elettori centristi dell'Ulivo, che avendo dato il proprio voto a una coalizione guidata da Romano Prodi, si sono ritrovati dopo due anni e mezzo con un governo - l'unico in Europa - guidato da un ex comunista. Infine, non bisogna sottovalutare la fuga verso l'assenteismo di un buon numero di elettori leghisti (il Carroccio, ricordiamolo, prese da solo più del 10 per cento dei voti e riuscì a imporsi in molti collegi uninominali della Lombardia e del Veneto), confusi se non proprio disgustati dalle continue giravolte del leader in cui avevano riposto la loro fiducia.

A questo si aggiunga la sensazione, ormai molto diffusa, che la politica sia diventata davvero, come dice Berlusconi, un teatrino, in cui si parla e si parla e si parla, disperdendosi spesso in polemiche che non hanno il minimo interesse per l'elettore medio, ma si producono pochissimi fatti. In nessun Paese la stampa dà tanto spazio a interviste e commenti di uomini politici, spesso di secondo piano, che promettono, criticano, stigmatizzano, indicano ricette per curare i mali del Paese. Lo stesso accade in televisione, dove ogni sera leader grandi e piccoli pontificano sulle cose da farsi davanti a platee "comandate" che applaudono o protestano. Ma, alla prova dei fatti, cambia poco o nulla. La pressione fiscale continua a essere difficilmente sostenibile, la burocrazia resta una palla al piede dell'Italia nonostante le denunce di tutti, le riforme invocate pressoché all'unanimità restano nel cassetto. Che senso ha - si chiedono i cittadini - dare il voto a questi signori? E che senso ha averne tanti, tutti profumatamente pagati, visto che hanno una produttività così scarsa? L'aspetto più preoccupante è forse il disincanto dei giovani, che non avendo avuto occasione di partecipare ai grandi scontri politici che, nel bene e nel male, caratterizzarono i primi 30 anni della Repubblica, non trovano neppure nei loro ricordi un incentivo per andare a votare. Nel loro immaginario, i protagonisti della politica sono presenti con le caratteristiche peggiori, cioè quelle attribuite loro dagli avversari nei momenti di polemica più infuocata; e, quando viene l'ora X, non sanno neppure chi scegliere.

La situazione italiana, esasperata come spesso le cose italiane, non è peraltro unica nel mondo occidentale, dove il disincanto per la politica sembra addirittura aumentare con la prosperità: "Perché la gente dovrebbe andare a votare" si chiede il politologo britannico Brian Thomas, "quando sa che, chiunque vinca, le cose non possono cambiare molto, perché ormai i vincoli internazionali prevalgono sui programmi e le differenze tra destra e sinistra sono sempre più difficili da percepire? Quali sono i criteri, al di là delle simpatie personali, con cui l'uomo della strada può fare una scelta motivata tra Al Gore e George Bush jr., o anche tra Tony Blair e William Hague? Ormai, in tempi normali, a muovere gli elettori sono non le ideologie, bensì gli interessi. Ma ci sono anche cittadini che non hanno interessi risolvibili con la politica, per cui la opzione più logica e restarsene a casa".

A casa, restano anche, in misura crescente, quelli che hanno perso ogni fiducia nel voto come strumento per cambiare le cose. Sarà molto interessante, per esempio, vedere quanti degli elettori tedeschi che finora hanno votato per la CDU decideranno di astenersi dopo lo shock dei conti neri del partito e delle malversazioni dell'ex cancelliere Kohl. 

Se poi dal mondo occidentale passiamo al resto del globo, dove la democrazia è un acquisto relativamente recente e non sempre compatibile con la tradizione locale, troviamo una situazione ancora più preoccupante. Qui non è tanto questione di partecipazione al voto, quanto del valore intrinseco del medesimo, tenuto conto dell'impreparazione degli elettori, delle forti costrizioni esercitate dal potere e in genere delle infinite possibilità di manipolazione. Spesso, per esempio, si vanta l'esempio dell'India, che ha mantenuto intatto il sistema parlamentare ricevuto in eredità dall'impero britannico e da cinquant'anni indice regolari elezioni, che producono anche fisiologiche alternanze di potere. Ma per valutare il reale valore di queste consultazioni, bisogna avere assistito a una di queste elezioni, preferibilmente in un collegio rurale. Dal momento che quasi la metà degli elettori è analfabeta, sulle schede non ci sono scritte, ma solo simboli, preferibilmente disegni di animali. Tutti i sistemi di pressione sono buoni, e il peso del danaro è spesso decisivo. Il risultato è che il Parlamento di Delhi, dove ogni deputato rappresenta più di un milione di persone, sembra rappresentativo del Paese, in realtà lo è solo di un insieme di clan.

E' sulla sostanziale mancanza di radici autentiche della democrazia in Asia che puntano i governanti della Cina, il Paese più popoloso del mondo, per rinviare alle calende greche ogni riforma politica. Tutti sanno che il parlamento di Pechino è una pura finzione, nel senso che esso è solo un'assemblea di notabili del partito comunista. Eppure, a vent'anni dalla fine del maoismo e dalle riforme economiche liberali di Deng, l'unico tentativo serio di modificare questo stato di cose è stato quello degli studenti di piazza Tienanmen.

In Africa le cose vanno ancora peggio: la democrazia vi è stata imposta tra gli anni Cinquanta e Sessanta come condizione per la decolonizzazione, essa non ha mai attecchito, perché non trova corrispondenza nella struttura tribale della società. Il numero di golpe che conosce tuttora il continente nero è anche dovuto al fatto che il cosiddetto "sistema di Westminster" è estraneo alle tradizioni africane ed è perciò considerato da molti solo uno stravagante retaggio dell'uomo bianco. In molti Stati, costruiti a tavolino dalle potenze coloniali, i Parlamenti si sono ridotti al luogo di confronto tra gli interessi delle diverse etnie, un confronto che può in qualsiasi momento degenerare in scontro. Ancora più spesso, la democrazia multipartitica che gli occidentali hanno cercato di diffondere è degenerata in sistemi a partito unico di stile sovietico, in cui i deputati non sono altro che cloni di chi comanda. Accade anche che presidenti che hanno ottenuto una prima investitura più o meno regolarmente, creino poi una democrazia pilotata che serve soltanto a legittimare il loro potere verso l'esterno E' il caso, per esempio, di Robert Mugabe, il presidente marxista dello Zimbabwe che attraverso gli anni ha creato un curioso sistema di "democrazia dittatoriale", o di Omar Bongo, che governa il Gabon ininterrottamente da 33 anni ma indice puntualmente le elezioni per farsi confermare in carica. Gli elettori, che non hanno la più vaga idea di come funzioni una democrazia parlamentare, sono una massa di manovra nelle mani dei capitribù, o nei distretti urbani di aggressivi arruffapopoli. Se alla fine molti Paesi finiscono con il praticare un simulacro di democrazia, non è tanto perché credono nel sistema, quanto perché essa è in genere (quando non prevalgono altri interessi) una "condicio sine qua non" per ottenere aiuti dal Fondo Monetario internazionale e dalla Banca mondiale.

Almeno in apparenza, le cose sono invece migliorate in America latina, dove il culto del caudillo è in fase di esaurimento; ma il caso del Venezuela, dove se ne è appena insediato uno nuovo avvalendosi di strumenti perfettamente democratici, ci avverte che questo progresso è lungi dall'essere consolidato.

Per ora, non è il caso di trarre conclusioni apocalittiche da ciò che sta avvenendo. E' probabile che l'era della democrazia (che non dimentichiamolo, è nata pochissimo tempo fa) durerà ancora a lungo, e magari riuscirà anche a consolidarsi. Ma il fatto che - oggi come oggi - essa non funzioni tanto bene, e abbia urgente bisogno di correttivi non deve assolutamente essere ignorato.