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La
democrazia" disse una volta Winston Churchill "è il peggior sistema
di governo, con l'eccezione di tutti gli altri". Che la pensasse così
un personaggio noto per le sue tendenze decisioniste, secondo il quale
"l'unico comitato che funzioni è quello composto da tre persone,
di cui una è sempre malata e l'altra sempre assente", non stupisce
nessuno. Ma che comincino a essere di questo parere tanti cittadini
in tanti diversi Paesi occidentali è un fatto certamente preoccupante,
anche se per adesso non si manifesta attraverso il voto dato a formazioni
politiche totalitarie, come avvenne in Germania nel 1933, ma solo attraverso
l'astensionismo. Ormai da anni, il numero di elettori che si rifiutano
di andare alle urne, sia che si tratti di eleggere i Parlamenti nazionali,
sia che tocchi agli amministratori locali, è in aumento quasi
dappertutto, con punte certamente "patologiche", come la partecipazione
dei popoli nordici alle recenti elezioni europee.
Bisogna dire che in molti Paesi il fenomeno è abbastanza antico.
Sono ormai quarant'anni, per esempio, che i presidenti degli Stati Uniti
(dove, peraltro, l'obbligo per i cittadini che vogliono partecipare
alla consultazione di registrarsi costituisce un potente elemento inibitore)
vengono eletti da non più della metà degli aventi diritto,
senza per questo perdere di legittimità, e che i leggendari referendum
svizzeri conoscono più o meno la stessa sorte. Nei Paesi "normali"
una partecipazione tra il 60 e il 75 per cento viene, di solito, considerata
abbastanza soddisfacente, perché si calcola che un terzo dei
cittadini è o del tutto disinteressato alla politica, o troppo
indolente per fare il suo dovere nel giorno del voto, o preferisce comunque
curare il "suo particulare" nella certezza che anche senza il suo suffragio
le cose andranno avanti lo stesso. Una parte di questo "terzo indifferente"
si risveglia nelle grandi occasioni, quando dal battage dei media capisce
di trovarsi di fronte a una scelta decisiva: ma, soprattutto ora che
la fine del mondo bipolare, e la conseguente scomparsa della minaccia
del comunismo di marca sovietica hanno reso queste occasioni drammatiche
(come fu, per esempio, il voto italiano del 18 aprile 1948) sempre più
rare, la curva della percentuale dei votanti da un'elezione all'altra
è - pressoché ovunque - in costante quanto inesorabile
discesa.
Il caso italiano, oltre a riguardarci da vicino, appare particolarmente
significativo. Il nostro Paese si è sempre distinto, anche dopo
l'abolizione dell'obbligatorietà del voto, per una partecipazione
molto elevata alle competizioni elettorali. Percentuali dell'85-90 per
cento erano, durante la Prima repubblica, nella normalità, specie
nelle regioni del Nord. Ancora nel 1993, in occasione del referendum
di Segni sul sistema elettorale, e nel marzo del 1994, quando ci fu
il primo grande scontro tra destra e sinistra con le nuove regole, gli
elettori si recarono alle urne in massa. Se, in pochi anni, siamo passati
da un numero di votanti che ci collocava in testa alle graduatorie delle
democrazie occidentali ad una partecipazione addirittura inferiore alla
media UE (unica eccezione, le elezioni europee, dove il nostro 69% era
una perla al confronto del 20% circa degli inglesi), vuol dire che il
rapporto tra Palazzo e cittadini si è molto deteriorato e che
è ora di correre ai ripari.
Il "partito del non voto" è ormai, di gran lunga, il più
forte del Paese, e anche dando per scontata una astensione fisiologica
del 10-15 per cento, chi riuscisse a riportarlo alle urne avrebbe in
tasca il passaporto per il potere. Ogni tanto qualcuno ci prova, anche
con un certo successo: Bossi all'inizio degli anni Novanta, quando sembrava
che la Lega potesse davvero fornire un antidoto contro i mali romani,
ed Emma Bonino l'11 giugno scorso, con un programma decisamente controcorrente.
Ma si tratta in genere di fuochi di paglia, che non riescono a invertire
permanentemente la tendenza. Neppure i referendum, che pure sono considerati
uno "strumento antisistema", e quindi dovrebbero piacere anche a chi
ha perso ogni fiducia nella classe politica, richiamano più l'attenzione
della gente, un po' perché sono troppi, un po' perché
sono diventati eccessivamente specialistici, un po' perché il
loro risultato è spesso disatteso e aggirato, come è accaduto
in maniera clamorosa quanto scandalosa per l'abolizione del finanziamento
pubblico dei partiti.
Numerosi sondaggi di opinione e studi di analisti hanno cercato di individuare
le cause dell'assenteismo, ma non si è andati molto al di là
dell'ovvio: elezioni troppo frequenti, disinteresse o addirittura disprezzo
per la politica, insoddisfazione nei confronti di tutti i partiti, sfiducia
nella possibilità di incidere sulla situazione con il proprio
voto, sensazione di essere presi in giro. Tutto vero, e tutto molto
preoccupante. Per completare il quadro, bisogna tuttavia mettere in
conto altri due fattori: la decadenza, o addirittura la scomparsa dei
vecchi apparati, che in occasione delle elezioni riuscivano a mobilitare
e convogliare alle urne le masse, e la sensazione (del tutto errata,
ma la maggior parte della gente non se ne rende conto), che con la fine
dello scontro tra Est e Ovest e la dissoluzione del vecchio PCI i valori
fondamentali della libertà e della democrazia non siano più
in pericolo e che perciò se anche si decide, per dirla con lo
scomparso Craxi, di "andare al mare", non può succedere niente
di terribile.
Gli avvenimenti della corrente legislatura hanno ulteriormente contribuito
ad alimentare il fenomeno astensionistico. Anzitutto, c'è stata
la delusione degli elettori del Polo del '96, che pur vincendo sul piano
dei numeri, sono stati sconfitti da una legge elettorale che consente
trucchi come quello della desistenza. In secondo luogo, c'è stata
la rabbia di molti elettori centristi dell'Ulivo, che avendo dato il
proprio voto a una coalizione guidata da Romano Prodi, si sono ritrovati
dopo due anni e mezzo con un governo - l'unico in Europa - guidato da
un ex comunista. Infine, non bisogna sottovalutare la fuga verso l'assenteismo
di un buon numero di elettori leghisti (il Carroccio, ricordiamolo,
prese da solo più del 10 per cento dei voti e riuscì a
imporsi in molti collegi uninominali della Lombardia e del Veneto),
confusi se non proprio disgustati dalle continue giravolte del leader
in cui avevano riposto la loro fiducia.
A questo si aggiunga la sensazione, ormai molto diffusa, che la politica
sia diventata davvero, come dice Berlusconi, un teatrino, in cui si
parla e si parla e si parla, disperdendosi spesso in polemiche che non
hanno il minimo interesse per l'elettore medio, ma si producono pochissimi
fatti. In nessun Paese la stampa dà tanto spazio a interviste
e commenti di uomini politici, spesso di secondo piano, che promettono,
criticano, stigmatizzano, indicano ricette per curare i mali del Paese.
Lo stesso accade in televisione, dove ogni sera leader grandi e piccoli
pontificano sulle cose da farsi davanti a platee "comandate" che applaudono
o protestano. Ma, alla prova dei fatti, cambia poco o nulla. La pressione
fiscale continua a essere difficilmente sostenibile, la burocrazia resta
una palla al piede dell'Italia nonostante le denunce di tutti, le riforme
invocate pressoché all'unanimità restano nel cassetto.
Che senso ha - si chiedono i cittadini - dare il voto a questi signori?
E che senso ha averne tanti, tutti profumatamente pagati, visto che
hanno una produttività così scarsa? L'aspetto più
preoccupante è forse il disincanto dei giovani, che non avendo
avuto occasione di partecipare ai grandi scontri politici che, nel bene
e nel male, caratterizzarono i primi 30 anni della Repubblica, non trovano
neppure nei loro ricordi un incentivo per andare a votare. Nel loro
immaginario, i protagonisti della politica sono presenti con le caratteristiche
peggiori, cioè quelle attribuite loro dagli avversari nei momenti
di polemica più infuocata; e, quando viene l'ora X, non sanno
neppure chi scegliere.
La situazione italiana, esasperata come spesso le cose italiane, non
è peraltro unica nel mondo occidentale, dove il disincanto per
la politica sembra addirittura aumentare con la prosperità: "Perché
la gente dovrebbe andare a votare" si chiede il politologo britannico
Brian Thomas, "quando sa che, chiunque vinca, le cose non possono cambiare
molto, perché ormai i vincoli internazionali prevalgono sui programmi
e le differenze tra destra e sinistra sono sempre più difficili
da percepire? Quali sono i criteri, al di là delle simpatie personali,
con cui l'uomo della strada può fare una scelta motivata tra
Al Gore e George Bush jr., o anche tra Tony Blair e William Hague? Ormai,
in tempi normali, a muovere gli elettori sono non le ideologie, bensì
gli interessi. Ma ci sono anche cittadini che non hanno interessi risolvibili
con la politica, per cui la opzione più logica e restarsene a
casa".
A casa, restano anche, in misura crescente, quelli che hanno perso ogni
fiducia nel voto come strumento per cambiare le cose. Sarà molto
interessante, per esempio, vedere quanti degli elettori tedeschi che
finora hanno votato per la CDU decideranno di astenersi dopo lo shock
dei conti neri del partito e delle malversazioni dell'ex cancelliere
Kohl.
Se poi dal mondo occidentale passiamo al resto del globo, dove la democrazia
è un acquisto relativamente recente e non sempre compatibile
con la tradizione locale, troviamo una situazione ancora più
preoccupante. Qui non è tanto questione di partecipazione al
voto, quanto del valore intrinseco del medesimo, tenuto conto dell'impreparazione
degli elettori, delle forti costrizioni esercitate dal potere e in genere
delle infinite possibilità di manipolazione. Spesso, per esempio,
si vanta l'esempio dell'India, che ha mantenuto intatto il sistema parlamentare
ricevuto in eredità dall'impero britannico e da cinquant'anni
indice regolari elezioni, che producono anche fisiologiche alternanze
di potere. Ma per valutare il reale valore di queste consultazioni,
bisogna avere assistito a una di queste elezioni, preferibilmente in
un collegio rurale. Dal momento che quasi la metà degli elettori
è analfabeta, sulle schede non ci sono scritte, ma solo simboli,
preferibilmente disegni di animali. Tutti i sistemi di pressione sono
buoni, e il peso del danaro è spesso decisivo. Il risultato è
che il Parlamento di Delhi, dove ogni deputato rappresenta più
di un milione di persone, sembra rappresentativo del Paese, in realtà
lo è solo di un insieme di clan.
E' sulla sostanziale mancanza di radici autentiche della democrazia
in Asia che puntano i governanti della Cina, il Paese più popoloso
del mondo, per rinviare alle calende greche ogni riforma politica. Tutti
sanno che il parlamento di Pechino è una pura finzione, nel senso
che esso è solo un'assemblea di notabili del partito comunista.
Eppure, a vent'anni dalla fine del maoismo e dalle riforme economiche
liberali di Deng, l'unico tentativo serio di modificare questo stato
di cose è stato quello degli studenti di piazza Tienanmen.
In Africa le cose vanno ancora peggio: la democrazia vi è stata
imposta tra gli anni Cinquanta e Sessanta come condizione per la decolonizzazione,
essa non ha mai attecchito, perché non trova corrispondenza nella
struttura tribale della società. Il numero di golpe che conosce
tuttora il continente nero è anche dovuto al fatto che il cosiddetto
"sistema di Westminster" è estraneo alle tradizioni africane
ed è perciò considerato da molti solo uno stravagante
retaggio dell'uomo bianco. In molti Stati, costruiti a tavolino dalle
potenze coloniali, i Parlamenti si sono ridotti al luogo di confronto
tra gli interessi delle diverse etnie, un confronto che può in
qualsiasi momento degenerare in scontro. Ancora più spesso, la
democrazia multipartitica che gli occidentali hanno cercato di diffondere
è degenerata in sistemi a partito unico di stile sovietico, in
cui i deputati non sono altro che cloni di chi comanda. Accade anche
che presidenti che hanno ottenuto una prima investitura più o
meno regolarmente, creino poi una democrazia pilotata che serve soltanto
a legittimare il loro potere verso l'esterno E' il caso, per esempio,
di Robert Mugabe, il presidente marxista dello Zimbabwe che attraverso
gli anni ha creato un curioso sistema di "democrazia dittatoriale",
o di Omar Bongo, che governa il Gabon ininterrottamente da 33 anni ma
indice puntualmente le elezioni per farsi confermare in carica. Gli
elettori, che non hanno la più vaga idea di come funzioni una
democrazia parlamentare, sono una massa di manovra nelle mani dei capitribù,
o nei distretti urbani di aggressivi arruffapopoli. Se alla fine molti
Paesi finiscono con il praticare un simulacro di democrazia, non è
tanto perché credono nel sistema, quanto perché essa è
in genere (quando non prevalgono altri interessi) una "condicio sine
qua non" per ottenere aiuti dal Fondo Monetario internazionale e dalla
Banca mondiale.
Almeno in apparenza, le cose sono invece migliorate in America latina,
dove il culto del caudillo è in fase di esaurimento; ma il caso
del Venezuela, dove se ne è appena insediato uno nuovo avvalendosi
di strumenti perfettamente democratici, ci avverte che questo progresso
è lungi dall'essere consolidato.
Per ora, non è il caso di trarre conclusioni apocalittiche da
ciò che sta avvenendo. E' probabile che l'era della democrazia
(che non dimentichiamolo, è nata pochissimo tempo fa) durerà
ancora a lungo, e magari riuscirà anche a consolidarsi. Ma il
fatto che - oggi come oggi - essa non funzioni tanto bene, e abbia urgente
bisogno di correttivi non deve assolutamente essere ignorato.
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