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Dopo
l’inaugurazione con "Fidelio" di Beethoven, la stagione del
Teatro alla Scala di Milano ha proposto il celebre e intramontabile
ballo "Excelsior" con il quale, la sera del 31 dicembre 1999,
è stato festeggiato il passaggio all’anno 2000. Una scelta
perfetta, tenendo conto delle caratteristiche di questo spettacolo che,
del resto, va ancora in scena in tutti i grandi teatri del mondo. Che
cosa garantisce la durata di "Excelsior"? Che visioni, che
motivi, che sogni sempre attuali propone?
Una risposta risposta può
essere possibile se, sulla base di antiche cronache, riandiamo alla
prima rappresentazione di "Excelsior".
Era
la notte dell’11 gennaio 1881. Uscendo dalla Scala, la gente ripeteva
a fior di labbra le note irresistibili di un "galoppo" che
aveva appena imparato a memoria. La prima di "Excelsior" di
Luigi Manzotti e Romualdo Marenco era stata un trionfo. Faceva freddo,
il vento pungeva le guance, entro poche ore c’era da aspettarsi la neve,
ma la gente era lieta. Dietro il tremulo riverbero dei fanali a gas,
già spuntavano come in sogno incredibili aurore, soli dell’avvenire,
fantastiche fosforescenze.
"Excelsior"
l’aveva profetizzato attraverso il personaggio di Alessandro Volta.
Nel libretto del ballo, Manzotti aveva
scritto: "Volta afferra i due conduttori elettrici, li unisce,
una scintilla illumina la scena! La pallida fronte dello scienziato
è raggiante".
Addio ai fanali a gas, dunque. Cinque o
sei anni di attesa, e l’illuminazione elettrica avrebbe fatto piazza
pulita di tutti i romantici retaggi del passato. La gente che usciva
dalla Scala sentiva questa certezza, e l’orgoglio saliva attraverso
manicotti e baveri di pelliccia come una calda, piacevole onda: orgoglio
d’essere borghesi e milanesi, orgoglio d’aver contribuito con
il proprio denaro (l’incasso fu di seimila lire) a quello spettacolo
che era parso un messaggio venuto dal futuro.
Dimenticando la buona regola secondo cui,
quando sono troppi, gli aggettivi diventano trampoli, alzano le
parole ma le parole camminano male, un grande giornale intonò
per "Excelsior" un inno di gloria. Prego il lettore
di controllare il numero degli aggettivi presenti in poche righe scritte
da un anonimo cronista della serata: "Il Manzotti ha fatto
cosa grandiosa, bella, dilettevole, poetica, alitante di una vita vera
e moderna.
Il ballo è il ‘non plus ultra’ di
ciò che si possa vedere di ricco, splendente, magico, strapotente
per effetto d’una smagliante, vastissima prospettiva sinottica.
Si è assistito ad una festa del
pensiero, umana davvero e nello stesso tempo ideale, grandiosa, gioconda".
Diciamo la verità: sembra una specie
di record mondiale dell’elogio. "Excelsior", comunque,
continua a essere rappresentato con quel suo titolo in latino
che a molte persone farà venire in mente il nome di un albergo
o di un cinema, ma che, in quel 1881, voleva significare l’ascensione
continua dell’uomo, il suo volo sofferto e vittorioso verso la civiltà
meccanica.
Il destino d’uno spettacolo è spesso
strano: "Excelsior" di quasi centovent’anni fa era una
specie d’indicibile bagno nell’illusione; oggi, dopo la fine di quelle
illusioni e di moltissime altre, ci sembra una specie di vecchio luna-park
grondante di lampade.
Con
il nostro disincanto, siamo pessimi giudici di quel passato.
Sarebbe necessario (ma non ne siamo più
capaci...) rimetterci nel ruolo di una borghesia post-romantica che
stava assaporando i vantaggi d’essere "la classe al potere".
Sarebbe necessario soprattutto ritrovare l’ormai spenta suggestione
di un mondo che insegue i riti e i miti del Progresso. Era, infatti,
l’epoca delle prime grandi ferrovie, dei primi trafori scavati nel cuore
delle montagne, dei canali fra un mare e l’altro, di quel crescente
tuono d’ingranaggi, di stantuffi, di pulegge, che accendeva l’immaginazione
di Jules Verne.
E’ il caso di ricordare che Manzotti, accanto
ad Alessandro Colta, inserì fra i personaggi del ballo anche
il fisico francese Denis Papin (1647-1714), che per primo tentò
di impiegare il vapore per azionare una macchina. Inoltre, scene di
"Excelsior" sono dedicate al "telegrafo elettrico",
al taglio dell’istmo di Suez e alla dinamite che prepara la galleria
del Cenisio. Il tutto presentato come un duello all’arma bianca fra
la Luce e l’oscurantismo, fra il Genio della Civiltà e il Genio
delle Tenebre, fra il Progresso e il Regresso.
Le maiuscole si sprecano, ma sarebbe uno
sciocco gesto di profanazione ridurle a minuscole: che si salvi almeno
il lontano Olimpo che appariva nella locandina di "Excelsior",
dov’erano chiamati a concesso anche i Geni dell’Invenzione e della Concordia,
della Fama e del Prodigio, dell’Industria e del Valore.
Su tutti vegliavano le Muse dell’Ottimismo.
In "Excelsior" tutto era grande,
tutto era "monstre", sotto un cielo di celesti nuvole neoclassiche.
Un quotidiano scrisse: "Quello di Manzotti è un paradiso
vero, il trionfo dell’umanità incivilita". Incalzò
un settimanale: "E’ un balle progressista, un ballo filosofico".
Se nell’aria c’era posto per fantasmi, di sicuro era presente quello
di Auguste Comte, il padre del positivismo: "Excelsior" pareva
proprio la negazione di ogni metafisica, un fragoroso rito positivista.
In
fondo, era questa la ritilante seduzione di "Excelsior". Esso
offriva l’arcana sensazione della Cultura: le piroette dei ballerini,
indicati dal Manzotti come Postiglioni, Villici, Battellieri, Fattorini
del Telegrafo, si caricavano di segnificati.
Là era l’Homo faber, qui l’Homo
sapiens, uniti insieme nel garantire all’estasiato borghese della platea
che il Progresso era casto e filantropico, un’immensa fiera di
meraviglie senza fine. La trama di Manzotti e la musica di Marenco voltarono
le spalle al romanticismo e gridarono la loro fiducia in un mondo migliore,
"gloria del Presente e gloria maggiore dell’Avvenire".
Sappiamo
che l’illusione della fratellanza universale durò pochissimo.
Sappiamo che tutto sembrò vero e possibile fino a che l’umanità
non fu straziata dalle guerre coloniali, dalla prima guerra mondiale
e dalle rivoluzioni, quando le tragedie prevalsero sulle utopie e sull’amore.
Vogliamo adesso distruggere quell’eccessivo
omaggio che il ballo "Excelsior" rese al cosiddetto Spirito
del Tempo? Vogliamo mettere una sull’altra le orrende delusioni, le
infinite smentite venute dopo?
Pensiamo che sia più giusto rispondere
in questo modo: felice quella gente che ebbe almeno una sera di festosa
illusione e avvertì nei "galop" di "Excelsior"
il ritmo e il fascino di una speranza. Felice quella gente che in cuor
suo disse addio ai fanali a gas, convinta che la scintilla di Alessandro
Volta fosse simile al soffio stesso della vita.
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