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L’imbarazzo
della scelta. La colonia americana, per esempio.
Paul Bowles in testa, che
vi arrivò da musicista per restarci un’estate, si ritrovò scrittore
e non s’è mosso mai più. Adesso è seppellito lì a Tangeri, il posto
migliore "per scappare da se stessi", come aveva scritto Truman
Capote, uno che di fughe se ne intendeva.
Quelli della "beat generation",
Ginsberg, Orlowsky e Corso, praticamente ci misero su casa, grazie anche
a William Burroughs trasformatosi in inquilino dell’hotel El Muniria.
Si vedevano al caffé Tanger’inn, che esiste ancora: si drogavano,
dragavano, si bagnavano, bevevano, si intristivano, litigavano. Kerouac,
che li aveva raggiunti, resistette appena due mesi: aveva la nostalgia
dell’America, rimpiangeva la sua infanzia, trovava deprimenti gli hipster
francesi e i suok marocchini. Borroughs, un po’ il decano del
gruppo, c’era sbarcato per la prima volta nel 1954, aveva quarant’anni,
era tossicomane, non sapeva dove andare. Visse per un anno come un fantasma,
"l’uomo invisibile" lo chiamavano, un coltello in tasca, una
siringa piantata ogni ora in quella "carne grigia e fibrosa, la
carne di legno dell’ultimo stadio della droga".
Senz’acqua e senza luce passava ore sdraiato in camera,
e ore poi al porto ad attendere lo spacciatore; gli arabi gli sembravano
dei "rozzi fannulloni", i ragazzi "ripugnanti e piagnucolosi",
la colonia americana "un vero incubo celiniano".
Arrivò fino a 60 dosi di morfina al giorno, dopodiché
l’ultimo assegno che gli era rimasto in tasca lo convertì in un biglietto
aereo per l’Inghilterra. Atterrò a Londra, si disintossicò, scrisse
Il pasto nudo, tornò a Tangeri: la città gli apparve "di una bellezza
folle"
La colonia francese. Lì dove gli scrittori
d’oltreoceano o d’oltre Manica erano andati in cerca di una libertà
dei costumi da opporre al puritanesimo anglosassone, ma si erano portati
dietro tic e tabù, gelosie e invidie della società intellettuale di
cui erano parte, i figli del vecchio continente vi cercarono il senso
della gloria o la profondità dell’abiezione. Per un Truman Capote il
cui volto sorridente si decompone per la rabbia nel vedere sulla banchina
Paul Bowles che lo attende a braccetto dell’odiato, odioso rivale Gore
Vidal, un Henry de Montherland scrive La rose de sable, romanzo anticoloniale
incentrato sulla "questione indigena, la sola che mi abbia attirato
nell’Africa del nord". Il 1931, egli sente già i venti di tempesta
che soffiano in Europa, "conosce la debolezza del suo Paese e il
carattere ineluttabile di una prossima guerra". Il romanzo rimane
nel cassetto, "sacrificato vanamente a una certa idea della patria",
il Maghreb alla fine lo disgusta per quella "fossa carnaria dove
bianchi e indigeni si contaminano in ciò che hanno di peggio".
Per un Brion Gysin che apre il "1001 Nuits", ristorante con
uso di musica e luogo di ritrovo della "gay generation", un
Paul Morand chiude il suo Hècate et ses chiens, dove l’orientale "arte
di lasciarsi vivere" si trasforma in una discesa negli inferi della
carne, e una giovane donna annoiata, Clothilde, diviene orchessa
sempre in cerca di prede sessuali: "piccoli arabi, ebrei, o anche
europei". Se l’Africa "comincia dal suo giardino", e
il Capo Spartel divide l’Atlantico dal Mediterraneo, la dannazione ha
inizio dal languore di giornate sempre eguali, dalla assoluta libertà
di se stessi, dell’idea che i vincoli non facciano parte delle regole
del gioco. Morand lo scrive che ha sessant’anni, ma continua a vivere
come se ne avesse venti, ha affittato a Tangeri una casa enorme, con
cinque terrazze da cui contemplare "un cielo punteggiato di stelle":
la mattina va a pescare, la costa della Spagna gli si illumina
di fronte la sera, a cena nel grande giardino che scende verso il mare
pieno di rose, zagare, mandarini. Hécate è un libro nero scritto con
la grazia di chi ha visto tutto e conosce tutto.
L’appel du Maroc. Si intitola così la straordinaria mostra che all’Institut
du monde arabe ha riunito per la prima volta immagini e scrittti
di chi fu affascinato da questa terra, oggi una nazione, ieri un luogo,
un simbolo, un’iniziazione.
Divisa in quattro sezioni (L’appel de Tanger, L’appel
de médinas, L’appel du désert, L’appel de l’oubli) mette insieme un
incredibile repertorio di scoperte, ardimenti, spossatezze, languori,
vergogne, esaltazioni, travestimenti, infingimenti.
Ecco Pierre Loti in costume marocchino,
con la scimitarra da pascià dell’impugnatura in corno di rinoceronte,
regalo del sultano, e Isabelle Eberhardt in abiti musulmani prima dell’ultimo
viaggio da cui non tornerà. Ecco i colori che Delacroix comprerà da
Haro, a Parigi, per inventare nuovi mélanges con cui dare l’idea di
ciò che ha visto: giallo canarino e verde sporco per i caffettani, viola
per il burnous del pascià, oro per la cima del parasole che protegge
il sultano Moulay Abd er Rahman, tinte con cui rendere vive " le
figure morte dell’antichità" che lì, a ogni angolo di strada,
gli saltano invece agli occhi, "con indosso speroni e cinture,
il biancore degli abiti, l’oscurità dei fondi, questo popolo tutto antico".
Ecco Charles de Foucauld, non ancora toccato dalla grazia, che si fa
duemila chilometri fingendosi rabbino in una terra che non ama
gli europei, e ecco Pierre Mac Orlan, reporter affascinato dalle uniformi,
che in La bandera racconta il mito della Legione: Jean Gabin gli presterà
la sua faccia per lo schermo.
Un appello per il quale si può morire. Quando due
anni fa Jean Marie Le Clézio arrivò a Smara, trovò che "la città
mistica era divenuta una guarnigione e un centro commerciale. Come in
tutte le città militari, troppe donne per strada, troppo belle e troppo
truccate. Sussiste forse qualcosa del passato nella malinconia
che alla sera si impadronisce dei palazzi in rovina, allorché sopra
il deserto risuona la voce del muezzin".
Sessant’anni prima, Michel Vieuchange, allievo del
linguista Emile Bienveniste, da quel viaggio era tornato cadavere.
Prima di lui a Smara, la città santa dei Mauri, nessun bianco era mai
penetrato, qualsiasi bianco sarebbe stato ucciso. Vi entrò nascosto
in un sacco di zucchero, sotterrò il suo messaggio davanti alla casbah,
dentro una bottiglia, misurò e disegnò la mappa della città, fotografò
gli archi, le mura, diede spessore ai fantasmi di una gloria svaporata.
Poi le guide arabe che tremanti lo avevano accompagnato, lo rinchiusero
nel sacco. Quando lo riportarono a Agadir, spirò fra le braccia del
fratello, svuotato dalla dissenteria, divorato dalla cancrena, mangiato
dal deserto. "Raggiunta Smara, lo sento, le nostre giovinezze avranno
avuto il loro compimento, entreremo in un’altra età".
Un appello che aiuta a vivere. A Cap Judy Saint-Exupéry,
responsabile di zona della Compagnia Latécoére, prende possesso del
vecchio forte: da un lato c’è l’oceano, con le sue schiume, dall’altro
il deserto, con le sue dune. A Casablanca ha assaggiato "meringhe
rosa vivo e mandorlato blu", qui assapora la solitudine e si nutre
"della magia della sabbia. Altri vi scaveranno pozzi di petrolio
e si arricchiranno di commercio.
Ma saranno arrivato troppo tardi. Perché
i palmizi proibiti ti hanno dato la loro parte più preziosa: non offrivano
che una vana passione, e siamo solo noi ad averla vissuta". Le
petit prince e Citadelle nascono lì, Courrier Sud è scritto lì, fra
"splendidi vecchi e piccole donne rattrappite. Si distaccano in
nero dal cielo rosso e si sfaldano lentamente come le loro mura".
Ernst Junger sceglie sedicenne il Marocco
"per fuggire il più grande pericolo che ci sia: vedere la vita
divenire quotidiana". Jean Genet ci finisce a venti "per dimenticare"
e dimenticarsi: i furti, le violenze, un’esistenza bruciata.
Quando ci ritorna, ormai scrittore celebre, scende
al Mourah a all’Hilton: "Perché amo vedere quegli eleganti camerieri
servire uno sporco cane come me". Lo seppelliranno a Larnaca, in
un cimitero vicino al mare e non lontano da una prigione. Sulla bara
che lo riportava dalla Francia c’era scritto "operaio immigrato".
Junger è meno amaro rispetto al proprio
passato. Nella vecchiaia solare che lo assiste diventa per un decennio
habitué di quei luoghi: "Solide passeggiate nel paesaggio
mauro, fra mare e montagne con le loro piante e i loro animali e, dentro
di me, la calma piatta". Agardir gli ispira la topografia di Eumeswil,
il romanzo dei suoi ottant’anni, nella piazza del mercato gli incantatori
di serpenti lo festeggiano come uno di loro.
Camminando per la casbah, solleva delle
pietre e sotto di esse trova "lo stesso scorpione nero" che
il conte Potocki aveva visto e descritto due secoli prima nel
suo Voyage dans l’Empire du Maroc.
L’Africa gli appare eterna e precaria.

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