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Vitor Borba Ferreira,
in arte Rivaldo, ventisettenne brasiliano del Barcellona, è il vincitore
del Pallone d'oro 1999. Succede al francese Zinedine Zidane, l'uomo
che con due gol nella finalissima dei mondiali di Francia 1998 fece
passare al campione di Recife il momento più doloroso della carriera.
Rivaldo, come il connazionale Ronaldo,
lasciò lo stadio parigino con le lacrime agli occhi. L'eredità di Zidane
allora fu ancora più pesante. Il giocatore della Juventus, etichettato
per anni il "gatto nero" del pallone nazionale, riusciva finalmente
a scrollarsi di dosso questo scomodo etichetta di portasfortuna. Ma
a cucirsela invece sul petto ferito rimaneva quel Rivaldo che secondo
il tecnico carioca Mario Zagallo apportava alla nazionale verde-oro
tanto talento quanta malasorte.
Il fuoriclasse brasiliano è stato infatti
complice di parecchie débacle della propria Seleçao, guadagnandosi sino
alla Coppa America 1999 la nomea di giocatore dimenticato dalla dea
bendata.
Ma proprio la vittoria del gruppo di
Luxemburgo nella massima rassegna del Sud America ha aperto le porte
a quella che senz'altro il calciatore di Recife può considerare l'annata
del suo riscatto.
Una rivincita anche su una vita non
sempre generosa nei suoi confronti, segnata dall'unico fattore di svago
sano e possibile nelle "favela" di Beberibe, ovvero il pallone.
Per il resto un'infanzia straziata dal
tragico incidente del padre Romildo, investito da un autobus municipale
e vanamente atteso per tutta la notte dal figlio allora diciassettenne.
Il mattino seguente è la radio della cittadina brasiliana a comunicare
alla famiglia la sciagura. Rivaldo vacilla forse come non mai, umanamente
e nel suo rapporto con il calcio. Il genitore scomparso lo spronava
a diventare una star del football ed ora la sua assenza lascia un vuoto
anche nelle motivazioni del figlio. Complice anche un infortunio ad
un ginocchio a due soli giorni dal debutto nel Santa Cruz, il
talento dalla faccia triste decide di provarci per inerzia. E per inerzia
percorre un paio d'anni dopo tre giorni interi d'autobus per firmare
il suo primo contratto da professionista, con il Mogi Mirim. Il salario
è irrisorio ma a lui basta contribuire anche minimamente alle sparute
entrate familiari.
Da allora le gambe esili del ragazzino
mancino cominciano a scalare posizioni su posizioni; il suo piede sinistro
incanta per dolcezza e precisione. Prima il Corinthians e poi la nazionale,
nella quale debutta al fianco di mostri sacri come Dunga e Leonardo
segnando il gol decisivo nella vittoria sul Messico. E' il dicembre
'93 e solo tre mesi dopo gioca proprio con la maglia verde-oro il match
amichevole contro l'Argentina a Recife, la sua città. E', a suo dire,
il momento più bello. Davanti alla sua famiglia e a tutti quelli che
non avrebbero mai creduto potesse arrivarci. Papà Romildo osserva dall'alto
le melodiose giocate del figlio. Anche per lo sfortunato genitore quello
sarebbe stato il giorno della vita.
Il
resto è storia contemporanea, con l'approdo nel vecchio continente,
dove prima il Deportivo la Coruna e poi il Barcellona segnano le ultime
tappe della escalation. Una rincorsa verso le glorie mondiali frenata
solo da quello Zagallo che lo esclude dalla nazionale perché necessita
di un capro espiatorio dopo la grande delusione olimpica di Atlanta.
Il
Brasile infatti contro la Nigeria perde in semifinale dopo aver condotto
per 3 a 1 sugli africani. Rivaldo entra in campo nel secondo tempo e
da una sua palla persa a centrocampo, le "Aquile nere" riescono
ad imbastire l'azione che li riavvicina ai favoritissimi avversari.
Una piccola distrazione, un segno avverso del destino ed ecco che il
tecnico dei verde-oro è pronto a gettare la croce addosso al giocatore.
Non solo; si decide che Rivaldo mena pure gramo perché sino al suo ingresso
la nazionale sudamericana era avanti di due gol.
In Brasile, terra dove riti, macumbe
e dicerie contano più della legge, facile che prendano piede certe
voci. Rivaldo non è però più un adolescente in preda ai dubbi esistenziali.
Dietro lo sguardo malinconico si è forgiato un carattere forte, capace
di vincere anche fuori dal rettangolo verde. Parlano per lui i numeri
da allora. Ventuno gol nella prima stagione con il Deportivo gli valgono
l'arrivo miliardario in maglia "blaugrana". Con il Barcellona,
43 reti in due annate con altrettanti campionati vinti, una Coppa delle
Coppe e una Supercoppa europea. Tutto è pronto per il gran finale, ovvero
i mondiali transalpini dove viene investito alla pari di Ronaldo di
grandi responsabilità. A cominciare dal numero 10 sulla schiena, simbolo
nella sua nazione da sempre di uomo-faro, atleta illuminante capace
del tocco geniale. La presunta maledizione del "gatto nero"
dà invece quello che sarà l'ultimo colpo di coda. Il Brasile viene giustiziato
dalla serata storica dei francesi e di quello Zidane a sua volta
fino a quel momento giudicato dai connazionali ugualmente portatore
di disastri con la maglia della nazionale.
Dall'ennesimo momento difficile Rivaldo
trova ancora interiormente la capacità di reagire e ripartire alla grande.
La già citata vittoria nella Coppa America di pochi mesi fa, il titolo
di miglior calciatore della manifestazione e il recente Pallone d'oro
sono il simbolo lampante di come ancora una volta a Recife chi storceva
il naso per le sue doti funamboliche sia destinato a ricredersi.
Chiuso
un piccolo cerchio nel giro di un anno e poco più, il campione classe
1972 sembra ultimamente vicino al passaggio nel calcio italiano. Una
storia che ricalca parecchio quella di Ronaldo, prima eroe incedibile
per la società catalana e poi venduto a suon di miliardi dal presidente
Nunez a chi allargava maggiormente i cordoni della borsa. Van Gaal,
attualmente tecnico del Barcellona, si è permesso il lusso di mettere
il nuovo miglior giocatore di stanza il Europa, addirittura fuori rosa.
Motivazioni tattiche sembra; l'integralismo tattico dell'allenatore
olandese prevede per Rivaldo compiti precisi, con tanto di talento incanalato
sulle fasce.
Per
"liberare" il talento del nuovo Pallone d'oro è disposto a
muoversi mezzo continente, naturalmente con le società italiane in testa.
La Lazio sembra favorita, così come lo fu a suo tempo per Ronaldo. Sull'altra
sponda le Tevere però la colonia di giocatori brasiliani è ben fornita
e potrebbe prevalere una scelta ambientale.
Di certo qualsiasi destinazione non
condizionerà più il fuoriclasse dagli occhi segnati dai dolori patiti.
La sua prossima fermata si chiama Mondiale. Da lassù, dalla vetta assoluta
del pallone, il punto di contatto con papà Romildo sembrerà veramente
vicinissimo.
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