| di
Giulio Nascimbeni
Feste
e polemiche hanno accompagnato l'assegnazione del premio Nobel 1997 per
la letteratura al “giullare” Dario Fo. Ho vissuto da vicino la storia di
un altro premio Nobel, il poeta Eugenio Montale, nel 1975, e posso assicurare
che anche allora non mancarono le voci discordi sia in Italia che all'estero.
Il settimanale americano “Time” definì Montale “an Italian poet
virtually unknown to the public outside his native land”.
Un
giornale francese mise addirittura in dubbio l'esistenza di Montale. L'episodio
divertì moltissimo il poeta che, anni dopo, ne parlò ironicamente
in una poesia che cominciava così: “Quando il mio nome apparve /
in quasi tutti i giornali / una gazzetta francese avanzò l'ipotesi
/ che non fossi mai esistito./ Non mancarono rapide smentite”.
Ero
a Stoccolma quel 10 dicembre 1975, quando Montale ricevette il Nobel, e
mi è caro rievocare il giorno glorioso di un uomo che mi è
stato maestro e amico.
Il
rigido cerimoniale del Nobel concesse una variante per Eugenio Montale.
Re Carlo Gustavo di Svezia fece qualche passo in più di quelli previsti.
Si
alzò dalla poltrona dorata e raggiunse il punto dove Montale lo
aspettava in piedi. La variante era prevista fin dalla prova generale del
mattino. Montale non era in grado di muoversi senza dare il braccio a qualcuno.
Con le sue stranezze, il cerimoniale del Nobel poteva eccezionalmente consentire
che fosse il re a raggiungere il poeta, ma non che il poeta avesse al suo
fianco un accompagnatore.
Il
momento magico di Montale durò in tutto quattordici minuti. Prima
erano stati consegnati i premi ai vincitori per la fisica, la chimica e
la medicina.
Poi
l'orchestra filarmonica di Stoccolma attaccò un motivo dalle “Antiche
danze e arie” di Ottorino Respighi. I tic del volto pallido e scavato di
Montale si accesero tutti all'improvviso. L'emozione del poeta era profonda,
lo trasformava in una creatura affaticata e tesa, un po' smarrita.
Si
udirono le parole di Anders Oesterling, il novantenne italianista che si
era tanto battuto in favore di Montale. Quello che Oesterling pronunciava
era il cosiddetto discorso “gratulatorio”, una motivazione più ampia
di quella che può contenere un diploma. Il vecchio studioso svedese
disse che “la poesia di Montale non viene incontro al lettore a braccia
aperte”.
E
su questa immagine Oesterling costruì il raffronto con le Cinque
Terre: “Lo stile lirico di Montale - aggiunse Oesterling - ha assorbito
un carattere che sembra derivare dal severo profilo del paesaggio della
costa ligure, con un mare procelloso che si abbatte contro bastioni di
rocce scoscese”.
L'incantesimo
fu breve, ma intensissimo. Parve che quel mare fosse arrivato fino a Stoccolma,
dove un altro mare, più cupo e gelido, scorre davanti ai palazzi
e ai viali della città. Oesterling parlò della “negatività”
spesso rimproverata al poeta.
Lo
fece con rapidi cenni all'epoca che aveva accompagnato la parabola umana
di Montale: la prima guerra mondiale, il fascismo, il nazismo, la seconda
guerra mondiale, un dopoguerra di profondi e inquieti rivolgimenti.
“Se
si perde la capacità di prendere le distanze - disse Oesterling
- tutto è perduto. C'è una 'negatività' che scaturisce
non dal disprezzo dell'uomo, ma dal sentimento indistruttibile del valore
della vita e della dignità dell'uomo”.
Erano
le 17.50 quando Oesterling concluse dicendo in italiano: “Caro signor Montale...”.
Il re portò il diploma e la medaglia d'oro che reca l'effigie di
Alfred Nobel fino alla poltrona davanti alla quale il poeta si era sollevato
puntando le mani un po' tremanti sui braccioli. Il re disse qualche parola,
poi diede il segnale dell'applauso.
Il
momento magico era finito.
La
cerimonia riprese subito (almeno per me, arrivato a Stoccolma soltanto
per seguire Montale) il suo rigido andamento tra mondano e noioso. Tremila
persone sono un pubblico quasi da piccolo stadio. Per poterle accogliere
tutte, dato che in quel 1975 il Nobel celebrava i suoi 75 anni di vita
e il numero degli invitati era stato raddoppiato, la premiazione avveniva
in un immenso padiglione che di solito ospitava la Fiera di Sant'Enrico.
Avevo
assistito anche alla prova generale del mattino.
I
premiati avevano dovuto ripetere per tre volte il breve corteo dell'ingresso.
Sbucavano da un sottopassaggio preceduti da due valletti. Montale era appoggiato
al braccio di Oesterling. Li guidava in ogni movimento il signor Stig Ramell,
presidente della Fondazione Nobel, che “recitava” anche la parte del re.
Spiegava
il numero dei passi del sovrano e di quelli del premiato. Aveva anche una
medaglia e un diploma perché la prova fosse assolutamente fedele
alla cerimonia del pomeriggio. Stringeva le mani, fingeva di congratularsi,
applaudiva. Intanto gli inservienti disponevano i garofani arrivati da
Sanremo e toglievano le pesanti coperte di panno che avvolgevano le poltrone
regali. Uno dei premiati, il chimico Vladimir Prelog, si confuse e fece
cadere la medaglia. Meno male, disse severamente il signor Ramell, che
si tratta della prova.
Per
il giorno del Nobel il cielo fu d'un azzurro incredibilmente terso. Solo
il freddo vento ricordava il Nord. Montale non ebbe molto tempo per accorgersi
di queste cose. Dopo la prova generale ci fu all'albergo il rito del frac.
Poi nuovamente in auto fino alla Fiera di Sant'Enrico.
Dopo
la premiazione, trasferimento al municipio per il banchetto con 1200 commensali.
Non
fu possibile parlare con il poeta.
Il
suo sguardo individuava gli amici in mezzo alla gente e il sorriso era
subito pronto come per un cenno d'intesa.
Ma
era evidente il suo nervosismo. Gonfiava le gote, le liberava in un soffio
appena avvertibile. Questo era il segno, per chi lo conosceva, che la folla
un po' lo spaventava, che un re e una regina, un'orchestra e tremila persone
assiepate, costituivano forse uno spettacolo troppo grande e solenne. Che
tutti quei velluti blu, tutti quei fiori, quella rigidezza di gesti, quelle
voci incomprensibili che davano sommessi ordini, erano un frammento, sia
pure splendido, d'un mondo distante da lui.
Per
questo, quando Oesterling lo chiamò “Caro signor Montale...”, penso
anche adesso che sarebbe stato meraviglioso fermare l'orologio e continuare
a risentire per minuti e minuti quella tremula voce cantilenante, impegnata
in un saluto così diverso dalle parole della gloria.
Alfred
Nobel, conosciuto anche come Mister Dynamite, morì nella villa “Mio
Nido” a Sanremo, alle due di notte del 10 dicembre 1896. Quello stesso
anno, due mesi prima (per l'esattezza, il 12 ottobre), era nato a Genova
Eugenio Montale. Sanremo, Genova: la Liguria univa misteriosamente due
destini. Vale la pena di ricordare che Alfred Nobel, nel testamento con
cui istituiva i ricchissimi premi che portano il suo nome, aveva scritto:
“Preferisco saziare gli stomaci dei viventi che esaltare la memoria dei
defunti con monumenti alla memoria”.
|
by
Giulio Nascimbeni
Celebrations
and polemics went side by side with the awarding of the 1997 Nobel prize
for literature to “minstrel” Dario Fo. I closely experienced the story
of another Nobel-prize winner, poet Eugenio Montale, in 1975, and I can
assure you that even then it caused much disagreement both in Italy and
abroad.
The
American weekly “Time” defined Montale as “an Italian poet virtually unknown
to the public outside his native land”. A French magazine even questioned
Montale's existence.
I
was in Stockholm on that December 10, 1975, when Montale was awarded the
Nobel prize, and I would now love to recall the glorious day of a man who
was a master and a friend to me.
The
stern Nobel ceremonial allowed Eugenio Montale a variation. King Carl Gustaf
of Sweden made more steps than expected. He stood up from his golden chair
and neared the place where Montale was standing up and waiting. Montale
could not move without leaning on someone. The Nobel ceremonial was so
weird that it could exceptionally allow the king to reach the poet but
not that the poet had someone standing by his side.
Montale's
magic moment lasted fourteen minutes in all. The prizes for physics, chemistry
and medicine had just been awarded.
The
Stockholm philharmonic orchestra struck up a motive from Ottorino Respighi's
“Antiche danze e arie”. Then everybody listened to the words of Anders
Oesterling, the ninety-year-old Italianist who strenuously fought for Montale's
awarding.
The
old Swedish scholar said that “Montale's poetry does not move towards the
reader with open arms”. And on this image Oesterling built a comparison
with the Cinque Terre: “Montale's lyrical style - added Oesterling - absorbs
a character that seems to stem from the austere profile of the landscape
in the Ligurian coast, with a stormy sea falling down against the ramparts
of rugged rocks”.
The
spell was short but extremely intense. Oesterling spoke of the “negativity”
the poet had so often been accused of. He did so by rapidly mentioning
the period that had accompanied Montale's human parable: the First World
War, Fascism, Nazism, the Second World War, the post-war period made of
deep and restless upheavals. “If you lose the ability to detach yourself,
said Oesterling, everything is lost. There is a 'negativity' that does
not originate from contempt of man but from the undying feeling of the
value of life and the dignity of man”.
It
was 17.50 when Oesterling finished his speech saying in Italian: “Dear
Mr. Montale...”. The king took the diploma and the gold medal bearing Alfred
Nobel's effigy and neared the chair from which the poet had risen laying
his slightly trembling hands on its armrests. The king said a few words
then let people applaud.
The
magic moment was finished. The ceremony immediately resumed (at least for
me who had come to Stockholm just to follow Montale) its stern schedule,
partly mundane and partly boring.
The
blue sky was incredibly clear on the day of the Nobel ceremony. Only the
cold wind reminded people of the North. Montale had not much time to notice
these things. After the rehearsal there was the rite of the tail-coat at
the hotel. Then back in the car to go to Saint Henry's Fair. After the
awarding, the banquet with 1200 fellow-guests at the town-hall.
Speaking
with the poet was impossible. His eyes were spotting his friends among
the people and his smile was immediately ready, as if it were an agreement
sign. His nervousness, however, was evident. He blew out his cheeks then
let the air out by blowing imperceptibly.
This
was a sign, for those who knew him, that the crowd was scaring him a little,
that a king and a queen, an orchestra and three thousand people crowded
together, maybe were too great and solemn a show. All that blue velvet,
all those flowers, those rigid gestures, those unintelligible voices giving
subdued orders, were a fragment, although wonderful, of a world far away
from him.
That
is why, when Oesterling referred to him as “Dear Mr. Montale...”, I think
that now it would have been wonderful to stop the clock and listen again
to that wailing voice addressing him so differently with respect to the
words of the glory.
Alfred
Nobel, also known as Mister Dynamite, died in the “Mio Nido” villa in Sanremo,
at two o'clock in the night on December 10, 1896. The same year, two months
earlier (October 12, to be exact), Eugenio Montale was born in Genoa. Sanremo,
Genoa: Liguria was mysteriously joining two destinies together. It is worth
remembering that, in the will in which he established the rich awards bearing
his own name, Alfred Nobel wrote: “I prefer to satisfy the stomachs' of
the living than to honour the memory of the dead with monuments”. |