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Antonio
Belli da sempre ha voluto rifarsi alla pittura di stampo realista, innestandosi
a tutta quella compagine di artisti che nel dopoguerra sentirono forte
i temi della terra e del lavoro. Vive da sempre nel Lazio, nella provincia
di Frosinone, ancorata quella terra ancora a certi rituali che nella
famiglia patriarcale e nelle costumanze della civiltà contadina,
certamente hanno sollecitato il nostro artista a quelle poetiche pittoriche
di forte impianto figurale.
Non un tema, ma una serie di temi, che scavano i motivi reali della
sua espressione pittorica, immagini oggettive del mondo, la presenza
stessa della storia privata, del mondo lavorativo, della piccola patria,
del mondo agrario; tutto ciò evidenzia fruttuosamente il suo lavoro.Non
da meno il suo mercante Franco Passoni che per anni ha investito e fatto
conoscere il suo lavoro in mostre in più parti d'Italia, di cui
proprio la più recente a Brescia alla galleria De Clemente firmata in
catalogo dal sottoscritto, evidenzia come il lavoro dell'artista laziale
abbia incontrato il favore del pubblico.
I soggetti legati al mondo del lavoro, che sono forse, insieme ai paesaggi
la parte più interessante della produzione pittorica, scavano i personaggi
attraverso un forte spessore formale e tecnico, con una materia
che si fa macchia, e un sogno bruciato, caldo e composto, che rifugge
dal virtuosismo e dall'eleganza. Ma è proprio questa terrestrità di
colore che compongono questa storia e questa cultura del quotidiano,
e soprattutto la scansione dei piani delle forme e dei colori, o se
vogliamo degli stessi personaggi rappresentati, l'arrotino, il contadino,
il panettiere, il fabbro che batte sull'incudine, che mette in luce
il trasfigurato espressionismo realistico cui il bello non si è mai
distaccato, se non in quelle fasi in cui la pittura, per un certo periodo,
ha risentito di un certo, eppur minimo risvolto informale della materia.
Riconoscibile
fra mille i suoi lavori proprio per la forte emozione dei colori, caldi,
solari, accesi, bruciati, con tutte le gamme dei marroni. Va ascritto
il suo lavoro proprio a quelle scuole regionali che in pittura hanno
segnato ambiti particolari, già nell'Ottocento e in tempi a noi vicini,
nella seconda metà del Novecento, quasi a voler segnare uno spartiacque
ideale di poetica e d'intesa verso quei valori, poi descritti sulle
tele, che affrontano paesaggi locali, campi lavorati, cose di pessimo
gusto di tono quasi crepuscolare a volte, e a volte ancor più analizzate
sul taglio realista, eppure sincere.
Una
storia narrata per pittura è quella di Antonio Belli, che scompone e
compone piani e figure secondo un puro criterio plastico, introducendo
fughe di luce, spazi di pura vibrazione cromatica che senza scadere
in un banale naturalismo ne configurano una consistenza reale.
I soggetti di Belli riassumono non solo i valori di una storia della
civiltà contadina che permea tutto il Sud d'Italia e quella cultura
che passò indenne in quel maestro ch'è stato Renato Guttuso, ma bruciano
un sentimento di attualità insieme a una sensibilità estremamente attenta
alle esperienze figurative che negli anni tra il Sessanta e il Settanta
si portavano avanti nella provincia italiana.
Opere
costruite all'insegna dell'armonia compositiva e cromatica, e l'uso
dei colori caldi indaga sulla struttura delle cose in modo funzionale
e sulla resa formale pregnante e suggestiva. Quello di Belli, resta
ancora da dire, non è un realismo gridato, ma l'osservazione realistica
è quasi pregna d'uno spiritualismo lieve, che lascia vedere l'anima
di cose, oggetti e figure, e tutto diviene trasparente nel senso che
progredisce sul ritmo dell'artista che incontenibile, racconta con i
colori un mondo che prima di tutto gli vive dentro.
Mostre significative, premi ricevuti, attestazioni critiche avute negli
anni, tutto contribuisce a dargli e a fargli cornice al suo lungo percorso
narrato, pensato, e sorretto da larghi consensi.

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