N. 3/2000
 


           Carlo Franza

 


 

Antonio Belli da sempre ha voluto rifarsi alla pittura di stampo realista, innestandosi a tutta quella compagine di artisti che nel dopoguerra sentirono forte i temi della terra e del lavoro. Vive da sempre nel Lazio, nella provincia di Frosinone, ancorata quella terra ancora a certi rituali che nella famiglia patriarcale e nelle costumanze  della civiltà contadina, certamente hanno sollecitato il nostro artista a quelle poetiche pittoriche di forte impianto figurale.


Non un tema, ma una serie di temi, che scavano i motivi reali della sua espressione pittorica, immagini oggettive del mondo, la presenza stessa della storia privata, del mondo lavorativo, della piccola patria, del mondo agrario; tutto ciò evidenzia fruttuosamente il suo lavoro.Non da meno il suo mercante Franco Passoni che per anni ha investito e fatto conoscere il suo lavoro in mostre  in più parti d'Italia, di cui proprio la più recente a Brescia alla galleria De Clemente firmata in catalogo dal sottoscritto, evidenzia come il lavoro dell'artista laziale abbia incontrato il favore del pubblico.


I soggetti legati al mondo del lavoro, che sono forse, insieme ai paesaggi  la parte più interessante della produzione pittorica, scavano i personaggi attraverso un forte spessore formale e tecnico, con una materia  che si fa macchia, e un sogno bruciato, caldo e composto, che rifugge dal virtuosismo e dall'eleganza. Ma è proprio questa terrestrità di colore che compongono questa storia e questa cultura del quotidiano, e soprattutto la scansione dei piani delle forme e dei colori, o se vogliamo degli stessi personaggi rap­presentati, l'arrotino, il contadino, il panettiere, il fabbro che batte sull'incudine, che mette in luce il trasfigurato espressionismo realistico cui il bello non si è mai distaccato, se non in quelle fasi in cui la pittura, per un certo periodo, ha risentito di un certo, eppur minimo risvolto informale della materia. 

Riconoscibile fra mille i suoi lavori proprio per la forte emozione dei colori, caldi, solari, accesi, bruciati, con tutte le gamme dei marroni. Va ascritto il suo lavoro proprio a quelle scuole regionali che in pittura hanno segnato ambiti particolari, già nell'Ottocento e in tempi a noi vicini, nella seconda metà del Novecento, quasi a voler segnare uno spartiacque ideale di poetica e d'intesa verso quei valori, poi descritti sulle tele, che affrontano paesaggi locali, campi lavorati, cose di pessimo gusto di tono quasi crepuscolare a volte, e a volte ancor più analizzate sul taglio realista, eppure sincere. 

Una storia narrata per pittura è quella di Antonio Belli, che scompone e compone piani e figure secondo un puro criterio plastico, introducendo fughe di luce, spazi di pura vibrazione cromatica che senza scadere in un banale naturalismo ne configurano una consistenza reale. 
I soggetti di Belli riassumono non solo i valori di una storia della civiltà contadina che permea tutto il Sud d'Italia e quella cultura che passò indenne in quel maestro ch'è stato Renato Guttuso, ma bruciano un sentimento di attualità insieme a una sensibilità estremamente attenta alle esperienze figurative che negli anni tra il Sessanta e il Settanta si portavano avanti nella provincia italiana.

Opere costruite all'insegna dell'armonia compositiva e cromatica, e l'uso dei colori caldi indaga sulla struttura delle cose  in modo funzionale e sulla resa formale pregnante e suggestiva. Quello di Belli, resta ancora da dire, non è un realismo gridato, ma l'osservazione realistica è quasi pregna d'uno spiritualismo lieve, che lascia vedere l'anima di cose, oggetti e figure, e tutto diviene trasparente nel senso che progredisce sul ritmo dell'artista che incontenibile, racconta con i colori un mondo che prima di tutto gli vive dentro. 
Mostre significative, premi ricevuti, attestazioni critiche avute negli anni, tutto contribuisce a dargli e a fargli cornice al suo lungo percorso narrato, pensato, e sorretto da larghi consensi. 


 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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