|
|
N. 03/2000
|
|
|
|
Livio
Caputo |
|
Il
problema è che per ora nessuno sa con certezza che cosa questo significhi. Sappiamo
di lui che, dopo l'Università, fu reclutato dal KGB e spedito presto
nella Germania dell'Est. Nessuno, tuttavia, ricorda di averlo incontrato
e tantomeno di avere incrociato i ferri con lui. Le uniche certezze
sono che durante questo periodo ha imparato il tedesco, e che fin dalla
metà degli anni Ottanta ha maturato la convinzione che l'impero sovietico
avrebbe perso la sua sfida con l'Occidente, trasmettendo, certo con
la cautela dovuta a quei tempi, questa opinione ai suoi superiori a
Mosca. Egli
avrebbe anche sconsigliato, dal suo posto di osservazione a Dresda,
un intervento armato a sostegno del regime di Honecker per impedire
la caduta del muro di Berlino, e quindi avrebbe influito sulla decisione
di Gorbaciov di rassegnarsi al fatto compiuto. E' probabilmente con
queste credenziali che, dopo il crollo del regime e la dissoluzione
dell'URSS, è approdato a San Pietroburgo come braccio destro del sindaco
riformatore Anatoli Sobchak. Non
molto si sa delle sue attività in questa veste, salvo che cercò di aprire
la città agli investimenti stranieri e assecondò i tentativi di Sobchak
di introdurre riforme liberali. Ma
proprio dallo stimato Sobchak è arrivata nel pieno della campagna elettorale
la più convincente sponsorizzazione di Putin. In
un articolo scritto per il “Los Angeles Times” pochi giorni
prima di morire e intitolato “Le preoccupazioni dell'Occidente
per una presidenza Putin sono ingiustificate”, l'ex sindaco, rifacendosi
alla sua profonda conoscenza dell'uomo, ha scritto: “Alcuni temono
che Putin sarà un modernizzatore autoritario, cioè che soffocherà le
libertà politiche e culturali mentre cercherà di riformare l'economia
(qualcuno aveva scritto che il nuovo presidente sarà una via di mezzo
tra Deng Xiaoping e il generale Pinochet- ndr). Le sue credenziali democratiche
sono state ulteriormente messe in discussione in seguito alla conduzione
della guerra in Cecenia. Altri si sono preoccupati che la sua alleanza
con i Comunisti nella Duma segnasse la fine della fase di liberalizzazione
economica. Lasciate che risponda a ciascuno di questi timori”. Riguardo
al primo punto, Sobchak ha sostenuto che il caos in cui la Russia è
precipitata negli ultimi dieci anni richiede una mano ferma, ma non
certo un ritorno ai campi di concentramento di Stalin. Putin,
secondo il suo mentore, vuole un governo centrale forte, ma rispettoso
delle regole, e si impegnerà perché le leggi siano obbedite nella lettera
e nello spirito. Nel portare avanti la revisione delle istituzioni,
cercherà di seguire una via mediana, senza i continui sbandamenti da
un estremo all'altro che hanno caratterizzato l'era Eltsin. Sulla
guerra in Cecenia, Sobchak ha scritto: “La linea dura contro i
ribelli ceceni non fa di Putin un nemico della democrazia e dei diritti
umani. Egli è un autentico patriota russo, che cerca di risolvere il
problema in base alla sua valutazione di ciò che è nell'interesse del
Paese. Sulla base di questi criteri è arrivato alla conclusione che
la soluzione militare era l'unica opzione realistica. Non dimentichiamoci
che la seconda guerra cecena non è stata iniziata dalla Russia, ma è
stata provocata dall'invasione del Dagestan da parte di bande di terroristi.
Se lasciamo impuniti gli attentati dei terroristi, è come invitarli
a continuare. Questo vale soprattutto per i fondamentalisti islamici,
che non rappresentano una minaccia solo per la Russia, ma per il mondo
intero. Vogliamo
davvero diventare tutti ostaggi di fanatici religiosi, pronti a commettere
ogni genere di crimine in nome di credenze medievali, ma equipaggiati
con armi del 21o secolo?” Per
quanto riguarda l'alleanza conclusa con i comunisti di Zyuganov dopo
le elezioni parlamentari di dicembre, Sobchak l'ha definita solo tattica,
e ha assicurato che, quando si tratterà di varare le riforme economiche,
Putin si alleerà con i partiti liberali del centro-destra, che diventerà
così la forza dominante della Duma. Le
sue previsioni sono, perciò, che il presidente Putin adotterà una politica
di amicizia nei confronti dell'Occidente, ma non permetterà a nessuno
di pestargli i piedi. “Egli
non consentirà a nessuno di imporre a lui, e alla Russia, soluzioni
che non gli riescano accettabili. Qualsiasi tentativo di interferire
nei nostri affari interni sarà respinto dal presidente Putin. La Russia
non pretende più di essere una superpotenza, ma abbiamo tutti gli strumenti
necessari per difenderci e non esiteremo a farlo. La presidenza Putin
sarà ispirata all'interesse nazionale della Russia ed escluderà perciò
ogni forma di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti e dell'Occidente.
Al contrario di quanto è accaduto al Cremlino nel recente passato, la
presidenza Putin sarà forte, sobria e sicura di sé”. Le
Cancellerie mondiali hanno certo letto e soppesato con estrema attenzione
questo articolo. Molti
ritengono che il suo contenuto sia stato preventivamente concordato
con il Cremlino, e debba perciò essere considerato un manifesto ufficioso
del nuovo Zar, nello stesso tempo spiegazione delle sue azioni passate
e indicazione sulle sue intenzioni future. Ma
il documento non è certo sufficiente per formulare previsioni chiare.
Piuttosto, esso costituisce la conferma che l'improvvisa ascesa ai vertici
dello Stato dell'ex capo dei servizi segreti - un evento difficilmente
concepibile in una democrazia occidentale - rappresenta sicuramente
una svolta epocale per la nuova Russia, ma una svolta che -per l'Occidente
- presenta molti chiaroscuri. Quando
Putin comparve per la prima volta alla ribalta nell'agosto scorso come
sesto primo ministro dell'era Eltsin, chiamato dopo pochi mesi a sostituire
il preteso uomo-forte Stepashin, molti pensarono che anche lui fosse
un uomo di transizione, una specie di braccio esecutivo del clan di
Zar Boris destinato a rientrare nell'ombra una volta risolti alcuni
problemi urgenti. Pochi
avevano sentito parlare di lui e molti non avevano mai visto il suo
volto, neppure in fotografia. Si
sapeva vagamente che era arrivato da San Pietroburgo nel '96, che aveva
lavorato per due anni nello staff presidenziale e che nel luglio del
'98, durante uno dei periodici “rimpasti” di cui Eltsin
era specialista, era stato nominato capo del Servizio federale di Sicurezza,principale
erede del KGB . La sua faccia priva di espressione, la sua parlata sommessa,
la sua evidente volontà di non scoprire le carte, lasciarono gli analisti
alquanto perplessi. La
naturale diffidenza nei confronti di un uomo che aveva trascorso vent'anni
della sua vita come spia ha trovato una prima conferma nella sua gestione
del “dossier Cecenia”. Come ha ricordato anche Sobchak,
in prima istanza Mosca ha scatenato la sua offensiva per reazione a
una serie di incursioni armate dei ribelli nel Dagestan russo. Ma, all'inizio,
la guerra non era molto popolare presso i cittadini, afflitti da ben
altri problemi e memori della umiliazione subita da parte dei separatisti
ceceni nel '94-95. Poi, in rapida successione, tre gigantesche cariche
di esplosivo scoppiarono a Mosca, radendo al suolo altrettanti palazzi
e provocando centinaia di vittime. Nessuno
ha mai rivendicato questi attentati, anzi i ceceni si affrettarono a
negarne la paternità. Ma
le autorità russe, sostenute dal coro dei media, non ebbero dubbi: erano
stati i terroristi islamici, e per dimostrarlo effettuarono alcuni arresti
(che poi non hanno avuto alcun seguito). L'effetto
delle bombe sull'opinione pubblica fu invece quasi istantaneo: la guerra
contro la Cecenia divenne una specie di contro-Jihad, la popolarità
di Putin salì vertiginosamente, tutti i partiti politici si allinearono
sulle posizioni governative. Nessuno, a Mosca, osò formulare l'ipotesi
che i servizi avessero inscenato per l'occasione una “strage di
Stato”, ma nelle cancellerie occidentali il dubbio rimane tuttora. A
dicembre, in occasione delle attesissime elezioni per il rinnovo della
Duma, ci fu una seconda dimostrazione che il nuovo premier non era da
sottovalutare. Nessuno immaginava che, nelle condizioni in cui la Russia
si trovava, il “partito di Eltsin” potesse reggere all'attacco
delle opposizioni. Invece, Putin ne fu il vero trionfatore, e i giornali
poterono scrivere che a Mosca era nata una nuova stella. Ma
l'affermazione del primo ministro e dei suoi seguaci, riuniti sotto
le bandiere del nuovissimo partito “Unità”, era dovuta soprattutto
a un mix di nazionalismo, di neomilitarismo e di vigorosi “no”
agli appelli per una tregua in Cecenia, che non poteva non suscitare
nelle Cancellerie notevoli preoccupazioni per l'avvenire. Era dovuta
anche a una campagna elettorale priva di scrupoli, in cui la televisione
di Stato era stata scandalosamente di parte, il danaro pubblico era
stato usato a fiumi per comprare alleati, la commissione per il vaglio
delle candidature era stata trasformata in strumento per colpire gli
avversari. Nulla
di particolarmente strano in un Paese dalle tradizioni autoritarie come
la Russia, che come democrazia è ancora nella culla; ma certamente un
segnale inequivocabile che, quando si tratta di difendere il potere,
“la spia” non bada tanto per il sottile. Il
clamoroso successo elettorale ha comunque dimostrato che, muovendo all'assalto
di Grozny, Putin aveva colto addirittura tre piccioni con una fava:
si era conquistato i favori delle Forze armate, ansiose di prendersi
la rivincita per la sconfitta del '95; aveva compattato l'opinione pubblicadietro
una causa che stuzzicava gli istinti primordiali della “madre
Russia”; aveva trovato il modo di esibire lo stesso piglio decisionista
che a suo tempo aveva fatto la fortuna di Eltsin e che era mancato ai
suoi predecessori. Per buona misura, aveva anche esibito una certa,
anguillesca, abilità diplomatica nel resistere alle pressioni dell'Occidente
senza entrare in aperto conflitto con i suoi leader. L'effetto
del suo successo si fece sentire quasi subito sulla scena politica interna,
nel senso che vari potenziali candidati alla presidenza, a cominciare
dal temibile Evgheni Primakov, compresero che l'esito della partita
era ormai scontato e si ritirarono in buon ordine. Il
31 dicembre, infine, è stato lo stesso Eltsin a dare al suo pupillo
la spinta decisiva, rassegnando in anticipo le dimissioni dalla presidenza
e affidandogli l'interim che gli ha consentito di condurre la campagna
elettorale dal Cremlino, con tutti i mezzi a disposizione di un capo
dello Stato. L'uscita
di scena di Zar Boris è stata talmente improvvisa, che gli analisti
si sono di nuovo chiesti se non c'entrasse in qualche modo il “retroterra
KGB” del suo successore; si sono chiesti, cioè, se Eltsin se ne
sia andato davvero di sua spontanea volontà, ottenendo in cambio l'immunità
giudiziaria, o non sia stato gettato giù dalla torre con la minaccia
di nuove devastanti rivelazioni sul suo operato. Da
allora, Putin ha confermato la sua reputazione di decisionista, risoluto
a perseguire i suoi obbiettivi senza troppo preoccuparsi delle reazioni
interne ed esterne. “Concordiamo
tutti su un obbiettivo, tornare a fare della Russia una grande potenza”,
è stato il suo ritornello,e tutta la sua azione, finora, è stata diretta
a ristabilire l'autorità dello stato centrale, minata da troppe forze
centrifughe. "La
politica estera della Russia - ha aggiunto nell'atto di assumere i pieni
poteri -continuerà a reggersi su tre pilastri: eguali diritti per tutti,
cooperazione internazionale e promozione di un mondo multipolare”.
Alle esortazioni di porre fine con la diplomazia al conflitto in Cecenia
e alle critiche per i metodi brutali cui l'esercito ha fatto ricorso
nei confronti della popolazione civile è stato del tutto refrattario,
e la campagna contro i ribelli è andata avanti fino alla proclamazione
(almeno sulla carta) della vittoria finale. Conosciamo
invece tuttora pochissimo delle sue intenzioni riguardo ai principali
problemi del Paese: la crisi economica, appena attenuata ultimamente,
per la gioia di Putin, dall'aumento delle entrate petrolifere; la corruzione
endemica, che ha fatto dire a molti che la Russia è oggi un Paese governato
dalla mafia; l'incertezza del diritto, che sta tenendo tuttora lontani
buona parte dei potenziali investitori stranieri; l'inflazione, che
continua a erodere il valore del rublo e il già scarsissimo potere d'acquisto
delle classi più povere; lo sfacelo delle infrastrutture, dai trasporti
alla sanità, che hanno fatto fare alla Russia democratica un grande
passo indietro perfino rispetto ai tempi dell'URSS. Egli
ha avuto cura di presentarsi come democratico ai democratici, come riformista
ai riformisti, come duro ai duri, come filooccidentale ai filoccidentali. Ci
si augura che, ora che è diventato presidente a pieno titolo, Putin
si metta alla testa di una grande campagna riformatrice, ma i dubbi
rimangono. L'Economist
li ha riassunti efficacemente in una vignetta che mostra il giovane
Putin a un crocicchio dove un cartello indica strade diverse: “Grande
Russia”, “Guerra”, “Corruzione”, “Riforme”,
“Repressione”, “Occidente”. E forse altre ancora. |
|
|
Leadership Medica®
Mensile di scienza medica e attualita`
Copyright 1997© All Rights Reserved