N. 03/2000
 


 

Livio Caputo


 

L'occidente si deve abituare a trattare con unnuovo Zar: uno Zar di soli 47 anni, che dopo essere stato designato a sorpresa per la successione da Boris Eltsin, ha ora ottenuto anche l'investitura popolare, e salvo colpi di scena ha buone probabilità di restare al timone della Russia per lungo, forse lunghissimo tempo.. 

Anzi, si può ragionevolmente presumere che Vladimir Putin sarà ancora sulla breccia quando i vari Clinton, Chirac e Schroeder saranno solo un ricordo, e avrà perciò la possibilità di plasmare la nuova Russia a sua immagine e somiglianza.

Il problema è che per ora nessuno sa con certezza che cosa questo significhi.

Chiamato direttamente al Cremlino nell'agosto scorso dalla direzione dei servizi segreti, Putin non ha un passato politico cui sia possibile rifarsi, non ha avuto contatti internazionali di buon livello, prende posizione solo quando è strettamente necessario e, come ex-spia, non ha neppure una biografia attendibile. 

Sappiamo di lui che, dopo l'Università, fu reclutato dal KGB e spedito presto nella Germania dell'Est. Nessuno, tuttavia, ricorda di averlo incontrato e tantomeno di avere incrociato i ferri con lui. Le uniche certezze sono che durante questo periodo ha imparato il tedesco, e che fin dalla metà degli anni Ottanta ha maturato la convinzione che l'impero sovietico avrebbe perso la sua sfida con l'Occidente, trasmettendo, certo con la cautela dovuta a quei tempi, questa opinione ai suoi superiori a Mosca. 

Egli avrebbe anche sconsigliato, dal suo posto di osservazione a Dresda, un intervento armato a sostegno del regime di Honecker per impedire la caduta del muro di Berlino, e quindi avrebbe influito sulla decisione di Gorbaciov di rassegnarsi al fatto compiuto. E' probabilmente con queste credenziali che, dopo il crollo del regime e la dissoluzione dell'URSS, è approdato a San Pietroburgo come braccio destro del sindaco riformatore Anatoli Sobchak.

Non molto si sa delle sue attività in questa veste, salvo che cercò di aprire la città agli investimenti stranieri e assecondò i tentativi di Sobchak di introdurre riforme liberali. 

Ma proprio dallo stimato Sobchak è arrivata nel pieno della campagna elettorale la più convincente sponsorizzazione di Putin. 

In un articolo scritto per il “Los Angeles Times” pochi giorni prima di morire e intitolato “Le preoccupazioni dell'Occidente per una presidenza Putin sono ingiustificate”, l'ex sindaco, rifacendosi alla sua profonda conoscenza dell'uomo, ha scritto: “Alcuni temono che Putin sarà un modernizzatore autoritario, cioè che soffocherà le libertà politiche e culturali mentre cercherà di riformare l'economia (qualcuno aveva scritto che il nuovo presidente sarà una via di mezzo tra Deng Xiaoping e il generale Pinochet- ndr). Le sue credenziali democratiche sono state ulteriormente messe in discussione in seguito alla conduzione della guerra in Cecenia. Altri si sono preoccupati che la sua alleanza con i Comunisti nella Duma segnasse la fine della fase di liberalizzazione economica. Lasciate che risponda a ciascuno di questi timori”.

Riguardo al primo punto, Sobchak ha sostenuto che il caos in cui la Russia è precipitata negli ultimi dieci anni richiede una mano ferma, ma non certo un ritorno ai campi di concentramento di Stalin. 

Putin, secondo il suo mentore, vuole un governo centrale forte, ma rispettoso delle regole, e si impegnerà perché le leggi siano obbedite nella lettera e nello spirito. Nel portare avanti la revisione delle istituzioni, cercherà di seguire una via mediana, senza i continui sbandamenti da un estremo all'altro che hanno caratterizzato l'era Eltsin.

Sulla guerra in Cecenia, Sobchak ha scritto: “La linea dura contro i ribelli ceceni non fa di Putin un nemico della democrazia e dei diritti umani. Egli è un autentico patriota russo, che cerca di risolvere il problema in base alla sua valutazione di ciò che è nell'interesse del Paese. Sulla base di questi criteri è arrivato alla conclusione che la soluzione militare era l'unica opzione realistica. Non dimentichiamoci che la seconda guerra cecena non è stata iniziata dalla Russia, ma è stata provocata dall'invasione del Dagestan da parte di bande di terroristi. Se lasciamo impuniti gli attentati dei terroristi, è come invitarli a continuare. Questo vale soprattutto per i fondamentalisti islamici, che non rappresentano una minaccia solo per la Russia, ma per il mondo intero. 

Vogliamo davvero diventare tutti ostaggi di fanatici religiosi, pronti a commettere ogni genere di crimine in nome di credenze medievali, ma equipaggiati con armi del 21o secolo?”

Per quanto riguarda l'alleanza conclusa con i comunisti di Zyuganov dopo le elezioni parlamentari di dicembre, Sobchak l'ha definita solo tattica, e ha assicurato che, quando si tratterà di varare le riforme economiche, Putin si alleerà con i partiti liberali del centro-destra, che diventerà così la forza dominante della Duma. 

Le sue previsioni sono, perciò, che il presidente Putin adotterà una politica di amicizia nei confronti dell'Occidente, ma non permetterà a nessuno di pestargli i piedi. 

“Egli non consentirà a nessuno di imporre a lui, e alla Russia, soluzioni che non gli riescano accettabili. Qualsiasi tentativo di interferire nei nostri affari interni sarà respinto dal presidente Putin. La Russia non pretende più di essere una superpotenza, ma abbiamo tutti gli strumenti necessari per difenderci e non esiteremo a farlo. La presidenza Putin sarà ispirata all'interesse nazionale della Russia ed escluderà perciò ogni forma di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti e dell'Occidente. Al contrario di quanto è accaduto al Cremlino nel recente passato, la presidenza Putin sarà forte, sobria e sicura di sé”.

Le Cancellerie mondiali hanno certo letto e soppesato con estrema attenzione questo articolo. 

Molti ritengono che il suo contenuto sia stato preventivamente concordato con il Cremlino, e debba perciò essere considerato un manifesto ufficioso del nuovo Zar, nello stesso tempo spiegazione delle sue azioni passate e indicazione sulle sue intenzioni future. 

Ma il documento non è certo sufficiente per formulare previsioni chiare. Piuttosto, esso costituisce la conferma che l'improvvisa ascesa ai vertici dello Stato dell'ex capo dei servizi segreti - un evento difficilmente concepibile in una democrazia occidentale - rappresenta sicuramente una svolta epocale per la nuova Russia, ma una svolta che -per l'Occidente - presenta molti chiaroscuri.

Quando Putin comparve per la prima volta alla ribalta nell'agosto scorso come sesto primo ministro dell'era Eltsin, chiamato dopo pochi mesi a sostituire il preteso uomo-forte Stepashin, molti pensarono che anche lui fosse un uomo di transizione, una specie di braccio esecutivo del clan di Zar Boris destinato a rientrare nell'ombra una volta risolti alcuni problemi urgenti. 

Pochi avevano sentito parlare di lui e molti non avevano mai visto il suo volto, neppure in fotografia. 

Si sapeva vagamente che era arrivato da San Pietroburgo nel '96, che aveva lavorato per due anni nello staff presidenziale e che nel luglio del '98, durante uno dei periodici “rimpasti” di cui Eltsin era specialista, era stato nominato capo del Servizio federale di Sicurezza,principale erede del KGB . La sua faccia priva di espressione, la sua parlata sommessa, la sua evidente volontà di non scoprire le carte, lasciarono gli analisti alquanto perplessi.

La naturale diffidenza nei confronti di un uomo che aveva trascorso vent'anni della sua vita come spia ha trovato una prima conferma nella sua gestione del “dossier Cecenia”. Come ha ricordato anche Sobchak, in prima istanza Mosca ha scatenato la sua offensiva per reazione a una serie di incursioni armate dei ribelli nel Dagestan russo. Ma, all'inizio, la guerra non era molto popolare presso i cittadini, afflitti da ben altri problemi e memori della umiliazione subita da parte dei separatisti ceceni nel '94-95. Poi, in rapida successione, tre gigantesche cariche di esplosivo scoppiarono a Mosca, radendo al suolo altrettanti palazzi e provocando centinaia di vittime. 

Nessuno ha mai rivendicato questi attentati, anzi i ceceni si affrettarono a negarne la paternità. 

Ma le autorità russe, sostenute dal coro dei media, non ebbero dubbi: erano stati i terroristi islamici, e per dimostrarlo effettuarono alcuni arresti (che poi non hanno avuto alcun seguito). 

L'effetto delle bombe sull'opinione pubblica fu invece quasi istantaneo: la guerra contro la Cecenia divenne una specie di contro-Jihad, la popolarità di Putin salì vertiginosamente, tutti i partiti politici si allinearono sulle posizioni governative. Nessuno, a Mosca, osò formulare l'ipotesi che i servizi avessero inscenato per l'occasione una “strage di Stato”, ma nelle cancellerie occidentali il dubbio rimane tuttora.

A dicembre, in occasione delle attesissime elezioni per il rinnovo della Duma, ci fu una seconda dimostrazione che il nuovo premier non era da sottovalutare. Nessuno immaginava che, nelle condizioni in cui la Russia si trovava, il “partito di Eltsin” potesse reggere all'attacco delle opposizioni. Invece, Putin ne fu il vero trionfatore, e i giornali poterono scrivere che a Mosca era nata una nuova stella. 

Ma l'affermazione del primo ministro e dei suoi seguaci, riuniti sotto le bandiere del nuovissimo partito “Unità”, era dovuta soprattutto a un mix di nazionalismo, di neomilitarismo e di vigorosi “no” agli appelli per una tregua in Cecenia, che non poteva non suscitare nelle Cancellerie notevoli preoccupazioni per l'avvenire. Era dovuta anche a una campagna elettorale priva di scrupoli, in cui la televisione di Stato era stata scandalosamente di parte, il danaro pubblico era stato usato a fiumi per comprare alleati, la commissione per il vaglio delle candidature era stata trasformata in strumento per colpire gli avversari. 

Nulla di particolarmente strano in un Paese dalle tradizioni autoritarie come la Russia, che come democrazia è ancora nella culla; ma certamente un segnale inequivocabile che, quando si tratta di difendere il potere, “la spia” non bada tanto per il sottile.

Il clamoroso successo elettorale ha comunque dimostrato che, muovendo all'assalto di Grozny, Putin aveva colto addirittura tre piccioni con una fava: si era conquistato i favori delle Forze armate, ansiose di prendersi la rivincita per la sconfitta del '95; aveva compattato l'opinione pubblicadietro una causa che stuzzicava gli istinti primordiali della “madre Russia”; aveva trovato il modo di esibire lo stesso piglio decisionista che a suo tempo aveva fatto la fortuna di Eltsin e che era mancato ai suoi predecessori. Per buona misura, aveva anche esibito una certa, anguillesca, abilità diplomatica nel resistere alle pressioni dell'Occidente senza entrare in aperto conflitto con i suoi leader. 

L'effetto del suo successo si fece sentire quasi subito sulla scena politica interna, nel senso che vari potenziali candidati alla presidenza, a cominciare dal temibile Evgheni Primakov, compresero che l'esito della partita era ormai scontato e si ritirarono in buon ordine.

Il 31 dicembre, infine, è stato lo stesso Eltsin a dare al suo pupillo la spinta decisiva, rassegnando in anticipo le dimissioni dalla presidenza e affidandogli l'interim che gli ha consentito di condurre la campagna elettorale dal Cremlino, con tutti i mezzi a disposizione di un capo dello Stato. 

L'uscita di scena di Zar Boris è stata talmente improvvisa, che gli analisti si sono di nuovo chiesti se non c'entrasse in qualche modo il “retroterra KGB” del suo successore; si sono chiesti, cioè, se Eltsin se ne sia andato davvero di sua spontanea volontà, ottenendo in cambio l'immunità giudiziaria, o non sia stato gettato giù dalla torre con la minaccia di nuove devastanti rivelazioni sul suo operato.

Da allora, Putin ha confermato la sua reputazione di decisionista, risoluto a perseguire i suoi obbiettivi senza troppo preoccuparsi delle reazioni interne ed esterne. 

“Concordiamo tutti su un obbiettivo, tornare a fare della Russia una grande potenza”, è stato il suo ritornello,e tutta la sua azione, finora, è stata diretta a ristabilire l'autorità dello stato centrale, minata da troppe forze centrifughe. 

"La politica estera della Russia - ha aggiunto nell'atto di assumere i pieni poteri -continuerà a reggersi su tre pilastri: eguali diritti per tutti, cooperazione internazionale e promozione di un mondo multipolare”. Alle esortazioni di porre fine con la diplomazia al conflitto in Cecenia e alle critiche per i metodi brutali cui l'esercito ha fatto ricorso nei confronti della popolazione civile è stato del tutto refrattario, e la campagna contro i ribelli è andata avanti fino alla proclamazione (almeno sulla carta) della vittoria finale.

Conosciamo invece tuttora pochissimo delle sue intenzioni riguardo ai principali problemi del Paese: la crisi economica, appena attenuata ultimamente, per la gioia di Putin, dall'aumento delle entrate petrolifere; la corruzione endemica, che ha fatto dire a molti che la Russia è oggi un Paese governato dalla mafia; l'incertezza del diritto, che sta tenendo tuttora lontani buona parte dei potenziali investitori stranieri; l'inflazione, che continua a erodere il valore del rublo e il già scarsissimo potere d'acquisto delle classi più povere; lo sfacelo delle infrastrutture, dai trasporti alla sanità, che hanno fatto fare alla Russia democratica un grande passo indietro perfino rispetto ai tempi dell'URSS. 

Egli ha avuto cura di presentarsi come democratico ai democratici, come riformista ai riformisti, come duro ai duri, come filooccidentale ai filoccidentali. 

Ci si augura che, ora che è diventato presidente a pieno titolo, Putin si metta alla testa di una grande campagna riformatrice, ma i dubbi rimangono. 

L'Economist li ha riassunti efficacemente in una vignetta che mostra il giovane Putin a un crocicchio dove un cartello indica strade diverse: “Grande Russia”, “Guerra”, “Corruzione”, “Riforme”, “Repressione”, “Occidente”. E forse altre ancora.

 



Livio Caputo 
 
 
 


 
 
 


 
 
 
 
 


 
 
 
 
 


 
 
 
 


 
 
 
 
 


 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 


 
 
 
 
 


Anatoli Sobchak 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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