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Nicola Lalli |
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n. 3/2000
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L'enorme
crescita delle possibilità terapeutiche ha spesso comportato “paradossalmente”
un netto peggioramento del rapporto medico-paziente. La
superspecializzazione e l'ipertecnologia hanno trasformato l'uomo -
malato in un organo o funzione da riparare, inducendo il medico, dimentico
della famosa frase di M.Balint“....il farmaco che il
medico somministra più frequentemente è se stesso”, a proporre
una relazione asettica e distaccata che è vissuta dal paziente come
indifferenza o a volte addirittura come ostilità. Prova
ne è l'elevato contenzioso giudiziario: in Italia attualmente sono in
corso ben 1200 procedimenti sia civili che penali intentati da pazienti
nei confronti dei medici. Questa
situazione che ho definito “paradosso del re Mida”
(N. Lalli 1991) è legata alla caduta esponenziale della fiducia del
paziente nei confronti del medico. Accanto
a questo paradosso bisogna considerare anche un fenomeno di matrice
socio-culturale che possiamo definire come “cultura della droga”. Per
“cultura della droga” intendo quel trend socio-culturale
che ritiene possibile l'eliminazione di qualsiasi problema esistenziale
(dalle difficoltà interpersonali alla noia, dall'ansia alla tristezza)
con l'uso di una specifica “pillola”. Entriamo
così nell'ambito più specificamente psichiatrico, perché sicuramente
una certa psichiatria esclusivamente psicofarmacologica e biologizzante,
ha contribuito ampiamente a costruire e mantenere in piedi questa ideologia. Dalla
pillola contro l'ansia a quella contro la depressione, denominata ben
presto “pillola della felicità”, a quella contro
la timidezza, le inibizioni sociali etc.. Certamente
da sempre l'uomo ha cercato di alleviare il dolore o di raggiungere
modificati stati di coscienza con l'uso di droga: ma questo è sempre
stato un fenomeno legato a gruppi socio-culturali ben definiti. Nell'ambito
della “cultura della droga” invece non solo questa
tendenza è diventata un'ideologia di massa, ma il vero problema è che
mentre i benefici vengono esaltati e pubblicizzati, i rischi ed i pericoli
sono accuratamente taciuti o mistificati. Solo
eventi luttuosi hanno portato finalmente alla ribalta un fenomeno presente
e ben conosciuto dagli specialisti da almeno un decennio. Quante
volte abbiamo dovuto ascoltare pazienti che ci chiedevano di essere
liberati dalla tirannia di uno psicofarmaco, inizialmente vissuto come
efficace e liberatorio? E'
in questa cornice di riferimento culturale, psicologica e sociale che
bisogna considerare un possibile cambiamento della psichiatria che
dovrà non solo denunciare (e quindi non fare collusioni con tale ideologia),
ma anche proporre soluzioni rispetto a queste problematiche fondamentali. E
per attuare questo la Psichiatria deve inevitabilmente diventare Psicoterapia:
ovvero recuperare il rapporto medico - paziente e sottolinearne le valenze
terapeutiche. Proporre
che la Psichiatria è Psicoterapia non vuol dire demonizzare, aprioristicamente
ed ideologicamente, la Psicofarmacologia, ma evidenziare con forza
che questa non può essere una variabile indipendente, ma deve collocarsi,
quando l'uso è necessario, in un progetto terapeutico completo e centrato
sulla persona e sul contesto interpersonale e non già esclusivamente
sui sintomi. Ma una visione psicoterapica della malattia mentale non apre solo alla cura, ma anche alla riabilitazione ed alla prevenzione. PSICOTERAPIA
COME CURA Della psicoterapia come cura del disagio psichico sono state fornite diverse ed articolate descrizioni facenti riferimento ai rispettivi modelli teorici e operativi. Esistono sicuramente diverse modalità di intervento che ovviamente hanno indicazioni e controindicazioni che devono essere conosciute dai singoli operatori anche se poi questi lavorano solamente con una specifica modalità di psicoterapia. In questa fase storica si punta sulla possibilità di definire e quantificare i risultati relativi agli esiti a breve, medio e lungo termine e su quella di individuare con maggior chiarezza le correlazioni tra diversi modelli di psicoterapia ed esigenze diverse dei pazienti, non tanto e solo sulla base della psicopatologia, ma anche in base alle diverse fasi del ciclo vitale, alla diversità dell'espressione del disagio ed alle possiabilità personali e dell'ambiente che circonda il paziente. Nel caso di disturbi gravi (psicosi) e soprattutto in fase iniziale è ampiamente dimostrata la necessità di proporre un trattamento integrato psicoterapico e psicofarmacologico: con l'ovvia necessità che l'operatore conosca le dinamiche interpersonali altrettanto quanto deve conoscere l'effetto psicofarmacologico. Gli psicoterapeuti-psichiatri rappresentano un osservatorio privilegiato per la rilevazione di dati relativi agli specifici effetti degli psicofarmaci sia dal punto di vista sintomatico (con riferimento alla remissione dei sintomi, ma anche all'emergenza di sintomi secondari) sia dal punto di vista della dinamica psichica che si accompagna al loro uso. L'assunzione dello psicofarmaco da parte di chi sperimenta un disagio psichico comporta infatti sempre uno specifico cambiamento nell'immagine di sé e nella dinamica relazionale di chi si prende cura della persona, che sia il coniuge, la famiglia, il servizio e l'ambiente in senso ampio. PSICOTERAPIA
COME RIABILITAZIONE Molte
volte quando il disturbo psichico è diventato cronico (e spesso questo
è dovuto a motivi “iatrogeni”), non sempre è possibile
una terapia come trasformazione: pertanto è necessario riconoscere
l'esistenza di limiti che vanno rispettati. In questi casi si lavora
prevalentemente con l'obiettivo di un adattamento sociale più che con
quello di un cambiamento globale. La
psicoterapia in questo campo ha obiettivi specifici il cui raggiungimento
riduce il danno provocato dal perdurare degli ostacoli che impediscono
la normale evoluzione nel ciclo di vita individuale e familiare. Esistono
esperienze che dimostrano quanto la psicoterapia che si pone obiettivi
riabilitativi talvolta produca esiti ben più favorevoli rispetto alla
possibilità di riattivare progetti evolutivi. PSICOTERAPIA
COME PREVENZIONE Nell'ambito
delle ricerche portate avanti dagli psicologi dello sviluppo e soprattutto
da chi si occupa di psicopatologia dell'età evolutiva è stato ormai
ampiamente evidenziato quanto il disagio psichico dei genitori possa
rappresentare un fattore di rischio per l'evoluzione dei figli e per
l'emergenza di disfunzioni nella dinamica psichica. La
psicoterapia ha dunque un importante ruolo a livello di prevenzione
dal momento in cui affronta il disagio psichico degli adulti prima che
essa possa incidere sullo sviluppo dei figli. Ma
tutte queste riflessioni potrebbero sembrare gratuite, se non fossero
basate su di una nuova e diversa impostazione, teorica e metodologica,
della Psichiatria. Come
la prima metà del '900 è stata dominata dalle ricerche sull'atomo e
dal trionfo della fisica e la seconda metà invece dalla ricerca sul
gene e dal dominio della biologia molecolare, nei prossimi decenni la
ricerca verterà fondamentalmente sulla mente, su quella mente che dopo
aver esplorato l'universo, comincia a riflettere su se stessa. Ho
parlato di mente e non di cervello, questo vuol dire spostare completamente
la metodologia della ricerca: da quella oggettivo - sperimentale giungere
a quella, apparentemente paradossale, che deve utilizzare lo strumento
della conoscenza per conoscere lo strumento stesso. In
questo ambito la Psichiatria, pur scienza interdisciplinare ma con un
preciso statuto metodologico, dal momento che si occupa della patologia
mentale, rappresenta un punto di riferimento essenziale: da sempre lo
studio della patologia ha aiutato, a volte in maniera fondamentale,
la comprensione della fisiologia, che nel nostro caso è il funzionamento
normale della mente. Ma
per fare questo bisogna proporre una metodologia corretta e verificabile,
il che vuol dire non poter utilizzare il metodo delle scienze naturali,
fin qui vincente, proprio perché cambia l'oggetto dell'osservazione.
In una sintesi, forse eccessiva, cercherò di esporre alcuni punti qualificanti ed essenziali della metodologia psichiatrica così come li ho formulati nel corso di trent'anni di ricerca. 1) Modello dello sviluppo psichico E'
un modello complementare che postula alla base dello sviluppo psichico,
sia le pulsioni sia l'importanza delle relazioni interpersonali. Le
pulsioni nell'uomo si riducono a due solamente: una libidica e l'altra
di annullamento, ovvero una che avvicina e l'altra che distanzia o distrugge
l'oggetto. Questa riduzione, rispetto al mondo animale, viene ampiamente
documentata come utile in termini evolutivi perché rende possibile un
migliore adattamento alla complessità, cosa che non sarebbe possibile
ove l'uomo fosse fornito fin dalla nascita, di numerosi e immutabili
istinti. Lo sviluppo avviene per crisi successive: ove per crisi si intende la separazione - annullamento da situazioni precedenti che sono tanto più riuscite, quanto migliore è l'interazione del bambino con l'ambiente interumano che lo circonda. Inoltre lo sviluppo dell'uomo si situa tra due estremi: da quello della massima dipendenza iniziale a quello della massima autonomia. 2) La conoscenza interumana La
conoscenza interumana non avviene per introiezione (S. Freud)
o per imitazione (J. Piaget) o per lo sviluppo progressivo di
schemi cognitivi innati (cognitivismo), ma per una serie di reazioni
emotive che il bambino fin dalla nascita, presenta nelle relazioni interumane.
Successivamente si svilupperà il processo logico e la razionalità nel versante del ragionamento induttivo e deduttivo.Ma è questa specifica e primaria modalità di conoscenza che fonda la possibilità della conoscenza interumana e che costituisce la base essenziale della relazione psicoterapeutica. 3) La relazione psicoterapeutica La
relazione psicoterapeutica si basa su due dinamiche fondamentali: il
prendersi cura ed il curare. Il
prendersi cura è attivato dall'empatia: per empatia deve intendersi
una predisposizione biologica universale all'accudimento, quella stessa
che permette all'adulto di interagire positivamente con il bambino non
certo sulla base di una comunicazione verbale, bensì di una relazione
emotiva e prevalentemente inconscia. L'empatia crea non solo
un clima di intimità e quindi un'atmosfera di coinvolgimento, fiducia
e disponibilità che sono alla base della sicurezza e della autostima,
ma permette altresì al bambino la possibilità di potersi distaccare
e quindi di poter esplorare. Il
curare è invece quella specifica dinamica relazionale (relazione psicoterapeutica)
che non solo porta il paziente ad affrancarsi dalle ripetizioni di dolorosi
processi autodistruttivi del passato, ma anche allo sviluppo di quelle
capacità creative ed esplorative che erano state bloccate nella fase
di sviluppo dall'interazione con dinamiche interumane basate sulla frustrazione
o sull'indifferenza. Sulla
base di queste premesse teoriche è possibile comprendere non solo i
normali processi di sviluppo, ma anche quegli arresti di sviluppo che
costituiscono la patologia mentale, dalle situazioni più semplici a
quelle più gravi. Data la complessità e la vastità degli argomenti rimando,
per quanti fossero interessati, al “Manuale di Psichiatria
e Psicoterapia” che nell'arco di circa 1400 pagine propone
in modo esaustivo quanto esposto e che soprattutto rappresenta la sintesi
di trent'anni di esperienza psichiatrica - psicoterapeutica condotta
sia sul piano della ricerca che direttamente sul campo della clinica.
Titolare
di Clinica Psichiatrica Docente
di Psicoterapia Università
"La Sapienza"Roma
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