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N. 3/2000

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Quando le ruote del suo apparecchio "The Spirit of St.
Louis" toccarono la pista dell'aeroporto di Parigi, la sera del 21
maggio 1927, finiva un'epoca che era durata secoli: l'epoca aperta dalle
misteriose navi vichinghe e dalle caravelle di Colombo.
Egli stesso, ricordando tanti anni dopo il volo tra New York e
Parigi, ebbe l'onestà di continuare a considerarlo quello che per lui era
effettivamente stato. Nel 1968, in occasione della prima circumnavigazione
della Luna con Apollo 8, la rivista "Life" domandò a Lindbergh:
"Che cosa spinge un uomo ad avventure grandiose?". Lindbergh rispose
così: "Quando penso al vecchio volo del 1927, mi rendo conto che i miei
motivi ebbero origine più da intuito che da raziocinio: amore del volo,
incremento del mio prestigio e, in sottofondo, guadagni economici".
S'era sposato con Ann Morrow e dall'unione era nato, il 22 giugno
1930, un bambino, Charles August. La sera del 1° marzo 1932, il piccolo fu
rapito e nel giro di poche ore divenne per tutto il mondo "baby
Lindbergh". Passarono le settimane, i mesi. Il 12 maggio "baby
Lindbergh" fu ritrovato ucciso, sebbene i rapitori avessero ottenuto i
50 mila dollari del riscatto. La polizia arrestò un tedesco, Richard Hauptmann, che finì sulla sedia elettrica il 3 aprile 1935. Lindbergh non sopportò la selvaggia curiosità cui lo sottoposero i mass media e scelse la strada dell'Europa come quella d'un possibile oblio. Si stabilì in Inghilterra. Viaggiò nella Germania nazista. Fu accolto da Goering che gli mostrò le meraviglie della Luftwaffe. Erano gli aerei che, di lì a non molto tempo, avrebbero portato morte e distruzione a Varsavia e a Londra. Lindbergh ebbe per la Germania la fatale ammirazione che prova un tecnico davanti all'efficienza e all'organizzazione. In America lo seppero e la sua popolarità subì un grave colpo. Lindbergh non fece molto per risalire la china. Diventò un
ammiratore del nazismo (di cui va detto per onorare la verità, ancora non si
conoscevano gli stermini e la barbarie). C'erano anche motivi politici
nell'atteggiamento di Lindbergh: il suo anticomunismo e le sue simpatie per
l'isolazionismo. Non voleva, in sostanza, che gli Stati Uniti entrassero in guerra
a fianco dell'Unione Sovietica. A conflitto concluso, scrisse nei suoi diari: "L'America ha
perduto la guerra perché ha cancellato il pericolo nazista per rafforzare
quello comunista".
Prima della guerra era stato fra i collaboratori del biologo
Alexis Carrell, autore di uno dei libri più famosi del Novecento,
"L'uomo, questo sconosciuto" ("Man, the unknown"). Aveva
lavorato ad esperimenti per la conservazione "in vitro" della vita
organica. Cedette, per un milione di dollari, i diritti cinematografici del
suo libro "The Spirit of St. Louis". Il film (che in Italia arrivò
con il titolo "L'aquila solitaria") fu diretto nel 1956 dal grande
Billy Wilder. Il personaggio di Lindbergh era interpretato da James Stewart
(1908-97), bravissimo ma giudicato troppo avanti con gli anni per essere un
credibile, giovane Lindbergh.
Ma il mito era concluso,
sull'ideale monumento che l'entusiasmo del mondo gli dedicò nel 1927 era
scesa la polvere. Tre Americhe (quella della volontà e dell'ottimismo, quella
della violenza e quella dell'isolazionismo) si erano personificate in lui.
Proprio Lindbergh che aveva dimostrato con la sua impresa come i
confini potevano anche non esistere, aveva poi caparbiamente inseguito
l'oscura suggestione di un Paese chiuso. S'era dato una mistica, un
rimpianto, senza avvertirne i pericoli. Senza, soprattutto, avvertire che si
poneva contro lo spirito stesso della sua terra.
Ma Lindbergh, nella malinconia del declino, era lì a testimoniare che le vere distanze incolmabili sono quelle che restano tra uomo e uomo.
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