N. 3/2000

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Tra i personaggi che hanno avuto un ruolo da protagonisti nel Novecento, accanto a politici, scienziati, generali, scrittori e artisti di vario genere, quasi tutti i giornali hanno indicato l'americano Charles Lindbergh (1902-74). Perché? La risposta è semplice: perché a Lindbergh era toccato il destino di essere uno degli uomini che cambiano il mondo. 

Quando le ruote del suo apparecchio "The Spirit of St. Louis" toccarono la pista dell'aeroporto di Parigi, la sera del 21 maggio 1927, finiva un'epoca che era durata secoli: l'epoca aperta dalle misteriose navi vichinghe e dalle caravelle di Colombo.


Lo chiamarono "il trasvolatore pazzo", "l'aquila solitaria". Per milioni di americani fu soltanto "il prodigioso Lindy". Era riuscito ad unire due continenti attraverso un sentiero di cielo. Per 33 ore e 32 minuti era rimasto "tagliato fuori" dall'umanità. Issato sulla sua macchina di tela e di legno, si era difeso dalle insidie delle burrasche, del sonno e della paura. Si concesse un commento quasi letterario. Disse che le luci agognate di Parigi gli erano parse "un lago di stelle".


Non fu subito chiaro che Lindbergh aveva scritto un capitolo della storia di tutti. Si vide nella sua impresa un gesto sbalorditivo e un po' folle. Lindbergh proveniva dalla scuola del "barnstorming", cioè di quei piloti che si spostavano di località in località esibendosi in acrobazie.
E Lindbergh sembrava soltanto il più bravo, il più temerario.

Egli stesso, ricordando tanti anni dopo il volo tra New York e Parigi, ebbe l'onestà di continuare a considerarlo quello che per lui era effettivamente stato. Nel 1968, in occasione della prima circumnavigazione della Luna con Apollo 8, la rivista "Life" domandò a Lindbergh: "Che cosa spinge un uomo ad avventure grandiose?". Lindbergh rispose così: "Quando penso al vecchio volo del 1927, mi rendo conto che i miei motivi ebbero origine più da intuito che da raziocinio: amore del volo, incremento del mio prestigio e, in sottofondo, guadagni economici".
Lindbergh era stato il nuovo pioniere, scendeva dritto dagli uomini che avevano conquistato il West. Ma lui era venuto in Europa a simboleggiare che la marcia aveva cambiato direzione. L'orizzonte non era più la California. L'orizzonte era quello che cominciava a spuntare oltre la pista melmosa di Long Island, da dove s'era staccato il piccolo aereo intasato di carburante. Lindbergh era l'America dei motori e delle industrie, il regno che aveva Ford per sovrano. La storia cambiava, le distanze stavano per diventare romantici sentimenti, non più realtà.

Lindbergh sperimentò sulla propria pelle l'orrore d'una violenza seminata dai mitra a tamburo dei gangster. 

S'era sposato con Ann Morrow e dall'unione era nato, il 22 giugno 1930, un bambino, Charles August. La sera del 1° marzo 1932, il piccolo fu rapito e nel giro di poche ore divenne per tutto il mondo "baby Lindbergh". Passarono le settimane, i mesi. Il 12 maggio "baby Lindbergh" fu ritrovato ucciso, sebbene i rapitori avessero ottenuto i 50 mila dollari del riscatto. 

La polizia arrestò un tedesco, Richard Hauptmann, che finì sulla sedia elettrica il 3 aprile 1935.

Lindbergh non sopportò la selvaggia curiosità cui lo sottoposero i mass media e scelse la strada dell'Europa come quella d'un possibile oblio. Si stabilì in Inghilterra. Viaggiò nella Germania nazista. Fu accolto da Goering che gli mostrò le meraviglie della Luftwaffe. Erano gli aerei che, di lì a non molto tempo, avrebbero portato morte e distruzione a Varsavia e a Londra.

Lindbergh ebbe per la Germania la fatale ammirazione che prova un tecnico davanti all'efficienza e all'organizzazione.

In America lo seppero e la sua popolarità subì un grave colpo.

Lindbergh non fece molto per risalire la china. Diventò un ammiratore del nazismo (di cui va detto per onorare la verità, ancora non si conoscevano gli stermini e la barbarie). C'erano anche motivi politici nell'atteggiamento di Lindbergh: il suo anticomunismo e le sue simpatie per l'isolazionismo. Non voleva, in sostanza, che gli Stati Uniti entrassero in guerra a fianco dell'Unione Sovietica. 

A conflitto concluso, scrisse nei suoi diari: "L'America ha perduto la guerra perché ha cancellato il pericolo nazista per rafforzare quello comunista".


Lindbergh scelse di vivere nell'ombra. Nemmeno l'aviazione lo interessava più. Aveva i malumori del reduce dimenticato, del pioniere che non ha saputo tenere il passo. Inseguiva qualche sogno, qualche utopia, qualche benemerenza, qualche affare. 

Prima della guerra era stato fra i collaboratori del biologo Alexis Carrell, autore di uno dei libri più famosi del Novecento, "L'uomo, questo sconosciuto" ("Man, the unknown"). Aveva lavorato ad esperimenti per la conservazione "in vitro" della vita organica.
Il presidente Eisenhower lo nominò brigadiere generale della riserva. 

Cedette, per un milione di dollari, i diritti cinematografici del suo libro "The Spirit of St. Louis". Il film (che in Italia arrivò con il titolo "L'aquila solitaria") fu diretto nel 1956 dal grande Billy Wilder. Il personaggio di Lindbergh era interpretato da James Stewart (1908-97), bravissimo ma giudicato troppo avanti con gli anni per essere un credibile, giovane Lindbergh.


Il nome leggendario tornò sui giornali anche come scopritore di una tribù di cavernicoli nelle Filippine. E ogni volta che un bimbo era rapito, ecco spuntare dagli archivi la storia del transvolatore infelice, del "baby" barbaramente ucciso.
 

Ma il mito era concluso, sull'ideale monumento che l'entusiasmo del mondo gli dedicò nel 1927 era scesa la polvere. Tre Americhe (quella della volontà e dell'ottimismo, quella della violenza e quella dell'isolazionismo) si erano personificate in lui.
Era un greve peso: greve come tutte le memorie, specie quando la vita le contraddice. 

Proprio Lindbergh che aveva dimostrato con la sua impresa come i confini potevano anche non esistere, aveva poi caparbiamente inseguito l'oscura suggestione di un Paese chiuso. S'era dato una mistica, un rimpianto, senza avvertirne i pericoli. Senza, soprattutto, avvertire che si poneva contro lo spirito stesso della sua terra.


Lindbergh morì il 26 luglio 1974 a Hana, un villaggio delle Hawai, dove era arrivato da una settimana. Sapeva di dover morire per un tumore maligno del sistema linfatico. Era diventato sempre più solitario, estraneo alla vita, alle parentele e alle amicizie.
L'America lo aveva perdonato senza tornare al calore dei vecchi entusiasmi. In fondo, era pur sempre colui che aveva aperto la strada ad un mondo più unito, più vicino. 

Ma Lindbergh, nella malinconia del declino, era lì a testimoniare che le vere distanze incolmabili sono quelle che restano tra uomo e uomo.


 

 



 
 



 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 


Lindbergh e la moglie Ann Morrow 
 
 
 
 


Mrs Ann Lindberg, anch'essa aviatore 
 
 
 


 
 


Lo "Spirit of St.Louis" 
 
 
 
 


 
 
 

 

 

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