N.3/2000
 

 

                                          Stenio Solinas

 

 

 

 

 

 

 


 

Lì per lì tu pensi: "la casa di un pazzo". 

Una via di mezzo fra un maniero toscano e una residenza inglese di campagna, a tre piani, con tanto di torre, archi e colonne, mattoni rossi...

Quaranta stanze, la biblioteca cui si accede da una porta con su inciso "Spero meliora", il camino che la divide ornato di un'altra scritta in latino, "Ille Terrarum Mihi Super Omnes Angulus Ridet"  (Quest'angolo di terra mi sorride dall'alto), volumi rilegati in pelle che la rivestono dal pavimento al soffitto, l'"Utopia" di Moro, i "Moralia" di Plutarco, l'opera omnia di Carlyle, biografie di Napoleone, Alessandro il Grande, Gengis Khan...

Alle pareti, ritratti di signora, vedute veneziane, stampe e foto militari; nel libro dei visitatori, le firme di duchi e duchesse, qualche esotico capo di Stato, Kenyatta, Kaunda, vecchi nomi mitici dell'Inghilterra fra le due guerre, l'aviatore e cacciatore Denys Finch-Hatton, Lady Nancy Astor...

Polvere, muffa e umidità dentro la fanno da padroni, fuori, tutt'intorno, si estendono cottage in rovina che una volta ospitarono l'ufficio postale, l'ospedale, la scuola, un campo da tennis ormai invaso dall'erba, giardini senza più ordine, selvaggi e inquietanti, l'idea di un piccolo villaggio inglese costruito a compimento di una dimora patrizia e poi  lasciato andare.


La "casa d'un pazzo", dunque...

Perché non siamo nel Kent o nel Surrey, ma nel cuore dell'Africa nera. Broken Hill, dove nel 1921 vennero ritrovati importantissimi resti scheletrici appartenenti all'alba dell'umanità, è a 300 chilometri; la tomba di Livingstone, lo scopritore delle sorgenti del Nilo, a un centinaio, superato Kapiri Mposhi, nodo ferroviario e di Tir di cui si dice che l'Aids è incluso nel prezzo dei motel che lo circondano, sulla Great North Road che da Lusaka, capitale dello Zambia, arriva dopo mille e passa chilometri a Nairobi, in Kenya. La località si chiama Shiwa Ngandu, ovvero il Lago dei Coccodrilli reali, e la casa è proprio qui, con lo specchio d'acqua che scintilla in lontananza. 

Sul portone d'ingresso c'è una data, 1923, due rinoceronti di legno scolpiti e due iniziali, L e S. Il soprannome del "pazzo" era "Chipendele", "rinoceronte" nella locale lingua Bemba, il suo vero nome Stewart Gore-Browne. 

Quando morì, il 4 agosto del 1967, gli fecero dei funerali solenni, di quelli che si riservano a un capo di Stato, unico bianco ad aver ricevuto un tale onore. Vennero trasmessi per radio e televisione, il servizio funebre nella cappella di famiglia, lì nel maniero, l'arcivescovo anglicano dell'Africa centrale, due arcivescovi cattolici, uno bianco e l'altro di colore, il locale reverendo presbiteriano come officianti.

L'orazione d'addio pronunciata dal presidente dello Zambia Kenneth Kaunda, fu toccante: "Stewart Gore-Browne fu uno degli uomini più visionari d'Africa. Nato gentiluomo inglese, morì gentiluomo zambiano. Lo piangiamo perché lo amammo".


"Visionario", allora, non "pazzo" è l'aggettivo usato da chi lo conobbe. Quando di una personalità d'eccezione rimangono solo rovine di pietra e svanisce il soffio intellettuale che contribuì a erigerle, è facile ridurre la visione a caricatura malata, sparare  a alzo zero il cannone della "normalità" contro ciò che, non comprendendosi più, diventa anormale stravaganza.
Alla sua indipendenza, lo Zambia aveva il più alto reddito pro-capite del continente; oggi è una delle nazioni più indebitate del mondo, con un'inflazione che tocca il 50 per cento. Non è più tempo di sogni di grandezza, insomma, bianchi o neri che siano: al Museo nazionale di Lusaka, tutto quello che rimane di Stewart Gore-Browne è una bombetta, un bastone da passeggio e la targhetta "un uomo bianco che aiutò il Movimento d'indipendenza". Troppo poco per l'ultimo piccolo grande imperatore senza esercito di questo secolo.


A Shiwa Ngandu oggi non abita più nessuno. Nel maggio di sette anni fa, una delle nipoti di Gore-Browne, Lorna, venne assassinata in casa insieme con il marito, John Harvey, da una banda di trafficanti d'avorio. Un'altra, Angela, vive a Nairobi, in un'abitazione che ricorda, negli archi, il castello fatato del nonno. Lorna, la novantenne moglie divorziata di Stewart, se ne sta a Londra, e del passato non vuole più saperne, altri membri della famiglia sono sparsi fra l'Africa e l'Europa. David e Mark, due dei pronipoti rimasti, sognano di trasformare Shiwa in museo, ma l'impresa appare difficile; ci vorrebbero molti soldi, e fra le nazioni africane lo Zambia turisticamente resta ancora  una delle meno battute. 

Le distanze fra le città sono lunghe, gli alberghi scarsi, il clima politico febbrile, la crisi economica galoppante. Un primo passo in tal senso l'hanno comunque fatto, aprendo gli archivi di famiglia a una giornalista, Christina Lamb: il suo "The Africa House. The True Story of an English Gentleman and His African Dream" (Penguin editore) appena uscito è la prima e completa ricostruzione della vita di Stewart Gore-Browne e della sua ossessione di pietra materializzatasi in mezzo alla foresta. 

Ma, come dice un proverbio locale, "Umushi wamukali upya kumbali" - "Il villaggio di un uomo potente è distrutto quando lui non c'è più".
Come nasce un sogno? E cosa lo alimenta? Bambino, Stewart è infelice. Il padre è un brillante avvocato, la mamma, una nobildonna la cui famiglia discende da Roberto III di Scozia, una beniamina dell'alta società. Nessuno dei due ha tempo per lui, pallido e magrolino, a disagio con i compagni di classe che lo prendono in giro. Le sue vacanze le passa nella residenza di campagna di una zia, Ethel, per la quale nutrirà con gli anni un affetto morboso, carnale, col tempo corrisposto pur se mai consumato. 

A 16 anni, durante una vacanza in Cumbria, disegna la casa di cui vorrebbe essere padrone e signore, "da costruire in un domani": in nuce, il sogno africano è già lì, completo di biblioteca, sala da biliardo, quartieri per la servitù. A 23, giovane cadetto d'artiglieria, deve confessare a se stesso che non ha la stoffa del padre per affiancarlo nello studio, la vocazione religiosa del nonno, arcivescovo di Winchester, o militare dello zio, viceammiraglio in India. Gli manca altresì il talento mondano della madre: è timido, asociale. L'Inghilterra non lo appaga, la famiglia non lo scalda, il futuro non lo rincuora. Scopre che un suo ex compagno di corso fa parte della Commissione incaricata di regolare i confini della Rhodesia settentrionale, allora protettorato britannico. "Piacerebbe anche a me farne parte", gli dice, "Non c'è problema" è la risposta "Dammi solo il tempo di capire dove diavolo dobbiamo andare".


L'avventura africana parte così, per stanchezza nei confronti della madre patria e grazie a un amico che si occupa di terre di cui neppure conosce l'ubicazione. Ci sta tre anni, poi approfitta dell'offerta fatta dalla British South Africa Company che vende terreni a bassissimo prezzo a bianchi interessati a un insediamento in loco, si licenzia e si mette alla ricerca del posto in cui vivere, Shiwa Ngandu  gli appare "la più bella cosa di tutta l'Africa, il mio paradiso personale". Il tempo per un'altra vita, anche se dovrà aspettare ancora sei anni prima di poterla veramente assaporare: la Grande Guerra è esplosa in Europa, e lui è stato richiamato. La finirà da tenente colonnello. Quando nel 1920 torna in Africa, dei 4mila metri quadri comprati, la metà gli viene donata  in quanto ex militare.

Il nuovo Stewart Gore-Browne comincia adesso, trentasette anni dopo la sua data di nascita. Il ragazzino infelice, l'adolescente svogliato e bloccato, il giovane senza interessi né prospettive di carriera, condannato all'aurea mediocrità di tanti figli cadetti di nobili casati, realizza in Africa se stesso e il suo sogno. Ma Shiwa Ngandu non è solo la reggia superba di un uomo bianco in fuga dai fantasmi di un'esistenza fino ad allora grigia, il giardino dell'Eden con servitori negri in guanti bianchi, pantaloni di raso rossi, gilè di broccato e fez, cristalleria e tovaglie di Fiandra, champagne ghiacciato da bere dopo una nuotata nel lago, un bicchiere di Porto da gustare in biblioteca sentendo la "Bohème", partite di caccia e buone letture...Il piccolo imperatore di un regno senza esercito ma per il quale lavorano quasi mille persone, non è un colonialista occhiuto  e rapace. Ama quel Paese, e la gente che lo abita, non concepisce il separatismo dei suoi connazionali, tantomeno il razzismo.

Costruisce un ospedale, tira su una scuola, si dà da fare in politica, intreccia amicizie locali. "L'ombra  bianca di Kaunda", lo definirà il Daily Express negli anni Cinquanta, allorché questi fonda il movimento indipendentista. La sua passione è totale, il suo sogno non concepisce l'idea del fallimento, e tuttavia è un qualcosa di così  intenso e privato che è difficile da dividere con altri. 

Ne sa qualcosa Lorna, la moglie bambina che ha sposato, 19 anni lei, 44 lui, figlia dell'unica ragazza amata controfigura di quella e della zia Ethel, la donna idealizzata.
Il matrimonio finirà nel dopoguerra, quando Lorna, andata a Londra, si rifiuterà di tornare a vivere a Shiwa Ngandu. "Da bambina ricordo scenate terribili", ha raccontato la figlia Angela a Christina Lamb: "Il problema era che quello era il suo sogno, non quello di mia madre". "Hai costruito tutto questo per te e per un'altra donna", gli rinfaccerà quest'ultima. Da un punto di vista economico, inoltre, la proprietà è un pozzo senza fondo, inghiotte ma non ridà, i tentativi di trasformarla in piantagione o in allevamento ottengono scarsi risultati.

L'avventura dura mezzo secolo: nel 1923, per la prima volta la bandiera inglese viene issata sul pennone d'ingresso di questa  dimora incantata. Nel 1967, il giorno del suo funerale, verrà esposta a mezz'asta. Gore-Browne è il primo bianco a rinunciare alla cittadinanza inglese e a divenire cittadino zambiano e l'unico a essere insignito dell'Ordine della libertà della neonata repubblica, eppure tutto in lui, nella sua vita, nella sua casa, nei suoi gusti, rimanda a un'immagine alla Kipling, al fardello e all'orgoglio d'essere europei. 

Nel suo portafoglio venne trovata una cartolina sbiadita, comprata nel 1918 a Venezia e riproducente il quadretto arcadico di un pittore italiano dell'Ottocento, Giovanni Sottocornola: una ragazza e un gregge al tramonto. S'intitolava "Serenità".

 

 

SHIWA NGANDU 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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