UNCONFORTABLE ILL PEOPLE:
CLOSED ASYLUMS, THE STORY IS NOT YET OVER
 
Con l'inizio del 1998 sembra esaurirsi, almeno sulla carta, la vicenda della chiusura degli ospedali psichiatrici. Una scelta avviata dalla legge n. 180 del 1978, travasata poi nella più ampia legge n. 833 dello stesso anno, che prevedeva - già da allora - il divieto di nuovi ricoveri negli istituti psichiatrici oltre il 31 dicembre del 1980. Ma, come avvenuto in passato, ancora oggi questa vicenda sembra essersi conclusa solo sulla carta. Perché? Lo si evince chiaramente dal documento conclusivo dell'indagine conoscitiva della XII Commissione affari sociali di Montecitorio: un documento che - invece di constatare la dismissione degli ospedali psichiatrici - può fotografare, invece, solo il tragico scenario di sonnolenta apatia della maggior parte delle strutture in questione. Che piaccia o no, comunque, gli esiti previsti dalla legge n. 180, varata 20 anni fa, adesso dovranno partire da questo documento. Vediamo come e perché. (Per il gentile lettore: il reiterato uso del presente, anche se un po' cacofonico, è d'obbligo visto che il quadro descritto è del tutto vigente).
E'passato un anno e mezzo da quel 31 luglio 1996, data in cui la XII Commissione affari sociali della Camera deliberava l'attuazione di un'indagine conoscitiva sulla chiusura degli ospedali psichiatrici, chiusura stabilita definitivamente dalla legge n. 724 del 1994.  
Tale indagine doveva:  
a) acquisire dati e informazioni sulla attuale condizione degli ospedali psichiatrici; 
b) verificare le iniziative finora adottate per la chiusura degli stessi e la realizzazione di strutture alternative, sia pubbliche sia private; 
c) accertare la situazione delle strutture sanitarie, pubbliche e private, coinvolte dalla chiusura degli ospedali psichiatrici.  
Un lavoro improbo, dunque, dato l'imminente termine di chiusura, previsto non oltre il 31 dicembre 1996. Un lavoro che è stato sviluppato dalla suddetta Commissione di Montecitorio di concerto con la collaborazione della XII Commissione igiene e sanità del Senato per portare - nei mesi successivi -  allo svolgimento di audizioni con il Ministero della sanità, l'Osservatorio per il superamento degli ospedali psichiatrici, le regioni, le associazioni dei familiari e del terzo settore, gli operatori, gli istituti di ricerca, oltre che all'effettuazione di visite presso i residui ospedali psichiatrici. 

Delimitazione delle competenze e inefficienza delle regioni 

Questo e altro lavoro hanno condotto a porre concretamente dei paletti nel rispetto di quanto previsto dalla legge n. 662, che ha introdotto a carico delle regioni l'obbligo di regolamentare il processo di chiusura degli ospedali attraverso l'adozione di appositi strumenti di pianificazione, entro il 31 gennaio 1997, stabilendo pesanti penalizzazioni finanziarie per le regioni inadempienti. In questo senso l'analisi dei piani regionali ha suggerito in ultimo tre diversi modelli di pianificazione: 
a) adozione e predisposizione del piano di dismissione del singolo ospedale psichiatrico con delibera della giunta regionale; 
b) adozione del piano di dismissione dell'ospedale psichiatrico, predisposto dalla Usl interessata, con deliberazione della giunta regionale; 
c) adozione del piano di dismissione del singolo ospedale psichiatrico, predisposto dalla Usl interessata, con deliberazione del consiglio regionale. 
Purtroppo - nemmeno a dirlo - questa suddivisione amministrativa e aziendale, che costituisce una distinzione di responsabilità tra Usl, giunta e/o consiglio regionale, non risulta per niente agevole, ponendo in più una seria compromissione dell'applicazione delle misure penalizzanti per chi non ottempera a quanto previsto per legge. Anzi, un'analisi dei piani regionali ha subito portato alla luce pericolose linee di tendenza per le quali si è chiesta un'immediata modifica. Quali sono queste linee di tendenza? 

Quante brutte strade  
intraprese... 

I progetti di dismissione dei singoli istituti non sempre prevedono tempi certi per la chiusura, circostanza che rende ardua l'attività di controllo e di monitoraggio: d'altro canto molte realtà regionali si sono mosse solo in extremis per evitare di subire sanzioni finanziarie.  
Accade, poi, che molti progetti di chiusura in realtà prevedano sovente il riutilizzo delle aree ex ospedali psichiatrici, puntando alla realizzazione di non ben chiare o addirittura discutibili strutture alternative, e ciò nonostante i costi elevati connessi alla ristrutturazione degli immobili e l'evidente contrasto con gli indirizzi legislativi adottati in materia; per questa via, del resto, si riaprono le ammissioni all'interno degli ospedali psichiatrici.  
Infine, risulta che molte chiusure “accelerate” - tese ad evitare le sanzioni - avvengono senza alcun progetto di ristrutturazione dell'assistenza psichiatrica. 

Un paio di numeri 

Secondo i dati raccolti nell'indagine conoscitiva il processo di chiusura degli ospedali psichiatrici riguarda 62 istituti pubblici e 14 privati, per un totale di 20.292 posti letto, di cui 12.951 pubblici e 7.340 privati. Al mese dello scorso dicembre risulterebbero già chiusi gli ospedali di Reggio Calabria, Arezzo, Collegno-Grugliasco, S. Ambrogio di Valpolicella, Rovigo, Salice, Noventa Vicentina, Monselice, Oderzo, Feltre, Treviso, Valdobbiadene, Perugia, Gorizia, Udine, Roncati, Lolli. Il condizione - però - è d'obbligo, dato che non è raro che alcuni tra questi istituti siano stati dismessi solo “amministrativamente” con la trasformazione di “degenti” in “ospiti”.  
Se ciò preoccupa enormemente non fa sorridere lo stato degli istituti rimasti aperti che, in una situazione di fatiscenza, disorganizzazione e abbandono, in pratica sopravvivono a se stessi. 

Il “materiale umano” 

Ma se gli aspetti logistico-amministrativi appaiono tuttora in preda a mille contraddizioni, il “materiale umano” è ancor più in pericolo. L'indagine, infatti, ha evidenziato drammaticamente una netta mancanza di dati certi, dettagliati e uniformi su ciò che è realmente avvenuto negli ospedali psichiatrici, a decorrere dalla riforma del 1978, e sul destino di coloro che hanno lasciato i manicomi a partire da quell'anno.  
Questo allarme deve aver gravato molto sugli estensori del documento conclusivo all'indagine, tanto da scrivere: “Il Parlamento dovrebbe chiedersi e chiedere alla società che tipo di vita hanno condotto le migliaia di persone vissute dentro le strutture manicomiali, dove sono andati a finire i degenti che sono stati dimessi, quale assistenza hanno ricevuto, in che modo sono stati aiutati ad inserirsi nella società, quanti sono morti e per quali cause, quanti ancora sopravvivono”.  
Nei fatti, dunque, le regioni non hanno saputo fornire coordinate certe sulla sorte dei pazienti dimessi. Ciò conferma che, a parte alcune isole felici, l'applicazione della legge n. 180 del 1978 è affondata nell'improvvisazione, nel tragico abbandono, senza alcuna opera di reinserimento degli ex pazienti.  
Il danno? Gravissimo: dopo il 1980 ben 80mila soggetti avrebbero lasciato l'ospedale psichiatrico. Un terzo di essi sarebbe deceduto mentre gli altri sarebbero finiti... in altre strutture (sic!). 

Quasi un decalogo 

Ebbene, davanti a questi e altri dati, oggi la Commissione parlamentare non può che prendere atto che il processo di chiusura è stato appena avviato tra numerose ambiguità. Di conseguenza la Commissione ha, per prima cosa, indicato un elenco di errori da non ripetere e pericoli in cui non incorrere nel futuro.  
Evitare di “scaricare” le persone che vivono ancora dentro gli ex ospedali psichiatrici al loro destino (o scaricarli alle famiglie, quando ci sono), per dimostrare formalmente la chiusura dei manicomi prescindendo da percorsi personalizzati e reali di cura, riabilitazione e reinserimento.  
Evitare di adeguarsi alle “false chiusure”.  
In molti ex ospedali psichiatrici è tuttora in atto un processo di ristrutturazione che tende semplicemente a rimodernare i vecchi padiglioni e mantenere in questi contesti i vecchi degenti puntando, in alcuni casi e paradossalmente, a riaprire una fase di nuovi ricoveri tramite le cosiddette comunità riabilitative.  
Evitare di utilizzare sempre le stesse strutture e le aree manicomiali a favore di degenti anziani e portatori di handicap degli ex ospedali psichiatrici.  
Evitare di avviare percorsi di chiusura senza preparare adeguatamente il trasferimento in strutture alternative.  
Evitare di “scaricare” i degenti degli ex ospedali psichiatrici in strutture private che non hanno alcun requisito alternativo agli ospedali psichiatrici. Questa scorciatoia viene spesso utilizzata pur di chiudere formalmente gli ex ospedali psichiatrici oppure per garantire tristemente interessi locali che mirano a trasformare l'evento chiusura in un giro d'affari.  
Evitare di utilizzare a fini speculativi il patrimonio degli ex ospedali psichiatrici oppure abbandonarli a se stessi senza trarne quel reddito che è necessario per essere reinvestito nel settore della salute mentale.  
Evitare di favorire la tragica contrapposizione fra gli interessi degli attuali ricoverati negli ex ospedali psichiatrici, che si riverseranno nelle scarse e deboli strutture territoriali alternative, e la nuova utenza, oggi molto vasta e con poche opportunità di cura e di riabilitazione. 

Alcuni punti per il futuro 

Se quanto precede indica quello che non si deve fare - ma si è fatto in buona parte sino ad ora - quanto segue getta le basi per operare positivamente nella chiusura delle strutture manicomiali. Infatti, è la stessa Commissione XII a indicare nei seguenti punti il percorso di sostegno al processo di chiusura degli ospedali. 
1 - Monitoraggio dei pazienti, ovunque domiciliati, provenienti dagli ex ospedali psichiatrici a decorrere dal 1994. 
2 - Personalizzazione dei percorsi di dimissione, degli inserimenti nelle strutture alternative, provvedendo adeguatamente al reinserimento sociale e lavorativo. 
3 - Costruzione di un sistema di rete dei servizi, a partire dal Dipartimento di salute mentale (Dsm). 
4 - Promozione di una forte integrazione degli interventi nei settori sociale e sanitario, considerata l'impossibilità di separare i due ambiti di intervento in un campo come il disagio mentale, per ciascun momento di prevenzione, cura, riabilitazione, reinserimento sociale e lavorativo.  
A tal fine appare fondamentale il rapporto con gli enti locali per definire strategie comuni in grado di valorizzare i rispettivi ruoli all'interno di una logica di lavoro integrato e a rete. 
5 - Riconoscimento del ruolo strategico del rapporto con il privato sociale, da rendere compartecipe nei momenti della progettazione e della verifica dei risultati e da non considerare come “manovalanza a basso costo”.  
Le cooperative sociali possono essere la risposta più profonda e più seria sul territorio per l'offerta di una svariata gamma di servizi, in particolare per il reinserimento lavorativo. 
6 - Avvio di un percorso di riqualificazione del personale proveniente dagli ex ospedali psichiatrici, consentendo agli operatori, su richiesta, di transitare in altre strutture del servizio sanitario; rafforzamento dei profili professionali degli operatori sanitari e sociali dell'area del disagio mentale al fine di potenziare i servizi e migliorare la qualità degli interventi. 
7 - Modificazione della disciplina dell'interdizione dei degenti degli ex ospedali psichiatrici, consentendo l'utilizzo dei loro redditi, spesso giacenti presso depositi bancari o postali, per la loro assistenza e per le loro esigenze personali. 
8 - Adozione di un nuovo progetto-obiettivo che definisca metodi e tempi di intervento a supporto delle regioni, delle aziende sanitarie locali, che indichi i livelli minimi uniformi di assistenza allo scopo di evitare intollerabili disparità sul territorio nazionale e fornisca indicazioni certe per il potenziamento delle strutture alternative. 
9 - Riqualificazione della spesa storica, adeguando i sistemi di finanziamento per le terapie del disagio mentale, liberando le risorse previste dalla legge n. 724 del 1994, come modificata dalla legge n. 662 del 1996, evitando l'utilizzo delle aree ex ospedale psichiatrico per strutture d'intervento sul disagio mentale. 
10 - Previsione, nella finanziaria per il 1998, di disposizioni che da un lato penalizzino chi non si è ancora adeguato alla normativa vigente e dall'altra premino chi ha realmente chiuso le strutture, fermi restando la vigilanza ed il controllo sulle “false chiusure”. 
11 - Presentazione di relazioni semestrali da parte delle aziende sanitarie locali, delle regioni e del ministero sullo stato di attuazione della chiusura e sugli interventi in atto. 
12 - Revisione della organizzazione e del funzionamento dell'Osservatorio per la salute mentale, adeguandone la struttura operativa e di supporto alla possibilità di svolgere compiti di reale verifica e controllo; prevedendo, a sostegno dell'attività di monitoraggio, lo svolgimento di conferenze nazionali e regionali. 
13 - Predisposizione di un nuovo progetto per gli ospedali psichiatrici giudiziari, per superare la logica manicomiale, mantenendo i dovuti livelli di sicurezza per i cittadini, e garantire il carattere umanitario della pena ed il recupero sociale del detenuto. 
14 - Elaborazione delle linee guida sulle terapie in psichiatria, evitando il ricorso all'elettrochoc e all'abuso di farmaci, in particolare di quelli retard, soprattutto nelle strutture private dove i controlli sono più evanescenti. 
15 - Sostegno alle famiglie che non devono essere lasciate sole nella presa in carico dei problemi del disagio mentale, attuando nel contempo piani di dimissione che tengano conto della espressa volontà del malato. 
16 - Per assicurare uno strumento agile di controllo politico e parlamentare sul processo di chiusura, la Commissione ritiene opportuno procedere alla istituzione di un comitato permanente che possa continuare l'attenzione sui problemi del disagio mentale. 

Conclusioni 

E' difficile tirare le somme. Dopo più di un anno di lavoro, il Parlamento tenta di rilanciare un piano che punti a raggiungere l'obiettivo. Chissà, forse - alla fine - anche il 1998 emetterà la sua sentenza. Certo: 20 anni di attesa per sperare in una vita un po' più normale... sembra proprio roba da matti. 

 
 
The issue pertaining the closing of mental hospitals seemed to come to an end in the early 1998, at least on paper.  
This choice goes back to the 1978 180 law that subsequently became part of the wider 833 law of the same year that already forbade that other people should be hospitalised in mental hospitals after December 31, 1980.  
However, as it already happened in the past, the whole question still seems to have come to a conclusion only on paper.  
Why? The reason can be clearly inferred from the conclusive document of the XII Social Affairs Commission's survey of the House of Deputies. Instead of giving due consideration to the closing of mental hospitals, this document only presents the dramatic scenario of a sluggish apathy of most of the facilities being considered. Whether one likes it or not, however, the results laid down by the 180 law which was passed 20 years ago, will now have to set off from this document.  
Let's see how and why. (Note for the reader: the repetition of the present tense, although a little cacophonic, is here necessary, as the above-mentioned picture is still the existing one). 
 A year and a half elapsed since that July 31, 1996, when the XII Social Affairs Commission of the House of Deputies decided to carry out a survey pertaining the closing of mental hospitals that was ultimately laid down by the 724 law of 1994. That survey had to:  
a) collect data and information concerning the current state of mental hospitals;  
b) examine the steps taken so far pertaining the closing of the same and the building of alternative both public and private facilities;  
c) investigate the situation of health care facilities, both public and private, involved by the closing of mental hospitals.  
A hard work, then, considering the imminent closing date which was expected to be within December 31, 1996.  
A work that was devised by the above-mentioned Commission of the House of Deputies along with the collaboration of the Senate XII Health Commission in order to carry out some examinations in the following months with the Ministry of Health, the Observatory for the closing of mental hospitals, the regions, the families' associations, the non-profit-making organisations and the research institutes. Visits to the remaining mental hospitals would also have been part of the programme.  

Competence limits  
and regions' inefficiency  

This as well as other works have concretely hindered the observance of what the 662 law laid down, forced regions to regulate the closing process of the hospitals by adopting proper planning schemes within January 31, 1997 and fixed heavy financial penalties for defaulting regions. In this sense, the analysis of the regional plans ultimately suggested three different planning models that involved:  
a) the choice and the development of the closing plan of each mental hospital with a resolution of the county council;  
b) the choice of the closing plan of the mental hospital established by the Local Health Centre in question, with a resolution of the county council;  
c) the choice of the closing plan of a mental hospital established by the Local Health Centre in question, with a resolution of the regional council.  
Unfortunately, this administrative and corporate division that distributes different responsibilities among the Local Health Centre, the county and/or the regional council, is not efficient and seriously risks jeopardising the application of penalties for those who do not comply with the provisions of the law. On top of that, an analysis of the regional plans highlighted some dangerous tendencies that need a rapid change. What are these tendencies?  

What a bad way of doing things...  

The closing plans of the facilities do not always have precise closing times, a factor that makes controls and monitoring rather difficult. Many regions, furthermore, acted in extremis only to avoid financial sanctions. On top of that, many closing plans often consider the possibility of re-using the former mental hospitals' areas with the unclear and sometimes even questionable aim of building alternative facilities despite the high costs linked to the rebuilding of the premises and the evident clash with the concerned legislative policies.  
It is in this way, however, that the hospitalisations in mental hospitals are being carried out again. Finally, many “quick” closings - performed in order to avoid sanctions - are being carried out with no reorganisation projects pertaining psychiatric assistance.  

A couple of numbers  

According to the data collected by the survey, the closing process of mental hospitals concerns 62 public and 14 private hospitals, with a total of 20,292 beds, 12,951 of whom are public and 7,340 are private. It seems that the hospitals of Reggio Calabria, Arezzo, Collegno-Grugliasco, S. Ambrogio di Valpollicella, Rovigo, Salice, Noventa Vicentina, Monselice, Oderzo, Feltre, Treviso, Valdobbiadene, Perugia, Udine, Roncati and Lolli closed by the end of last December.  
'To seem' is the right verb here because it is not rare that some of those hospitals closed only “administratively” and turned their “patients” into “guests”.  
It is a worrisome situation, just like that of the state of the still working hospitals, now crumbling, disorganised and neglected, that are actually the survivors of themselves.  

The “human material”  

If the logistical and administrative problems seem now wrapped by a huge number of contradictions, the “human material” is far more in danger.  
The survey, in fact, dramatically highlighted a clear lack of reliable, detailed and uniform data pertaining what actually occurred inside the mental hospitals as from the 1978 reform and the lot of their former patients as from the same year.  
This alarming situation must have deeply affected the conclusive document's drafters as it pushed them to write: “The Parliament should ask itself and society what kind of life the thousands of people who lived in mental hospitals led, what happened to the patients who were discharged, what kind of assistance they received, how they were helped to settle in society, how many died and of what, how many are still surviving”.  Regions, then, actually failed to give precise information about the lot of the discharged patients, confirming that, apart from some happy cases, the enforcement of the 1978 180 law was but a makeshift operation, a tragic abandonment, that failed to provide the former patients with reintegration opportunities.  
The damage was huge: after 1980, some 80 thousand people left mental hospitals. One third likely died while the others probably ended up in... other institutions (sic!).  

Almost a decalogue  

These as well as other data provided the Parliamentary Commission with the opportunity to understand that the closing project has just been started in an extremely ambiguous context.  
Consequently, the Commission decided to make a list of mistakes not to be repeated and of dangers to be avoided in the future.  
Avoid “damping” the people who still live inside former mental hospitals to their lot (or damping them to their families, if they exist), to formally demonstrate the closing of mental hospitals and neglecting a customised cure, rehabilitation and a way to re-integrate into society.  
Avoid adapting to “false closings”.  
In many former mental hospitals, there still is a re-organisation process that merely envisages to renovate the old wards and to keep the old patients, sometimes paradoxically aiming at re-opening a series of new admissions through the so-called rehabilitative communities.  
Avoid always using the same facilities and areas for old patients and the handicapped of former mental hospitals.  
Avoid starting closing plans without properly preparing the transfers to alternative facilities. Avoid “damping” former mental hospitals' patients to public facilities bereft of requirements alternative to mental hospitals. This loophole is often used either to formally close former mental hospitals or to sadly guarantee local interests aiming at transforming the closing into a turnover.  
Avoid using the former mental hospitals' property for speculative purposes or abandoning them to themselves neglecting an income necessary to be re-invested in the mental health field.  
Avoid favouring the tragic contrast between the interests of the patients currently living in former mental hospitals who will certainly resort to the weak and neglected alternative facilities of the region, and that of the new patients who are many and have few opportunities to be cured and rehabilitated.  

Some points for the future  

If the above-mentioned hints indicate what should be avoided - but was actually widely done so far - what follows indicates a method for closing mental hospitals in a proper way. The XII Commission itself outlined the following points in order to set a support scheme for closing mental hospitals.  
1 - Monitoring the patients, wherever they live, coming from former mental hospitals as from 1994.  
2 - Customization of discharge schemes and of the admission into alternative facilities, providing the patients with a proper social and working reintegration.  
3 - Development of a network system of the services, beginning with the Mental Health Department.  
4 - Promoting a strong integration of the interventions in the social and health fields which cannot be separated in the various stages of prevention, cure, rehabilitation, social and working re-intregration. To such end, it is fundamental to establish a relationship with local bodies to develop common strategies to strengthen their respective roles within a logic of an integrated work.  
5 - Recognizing the strategic role of the relationship with the social private field that should participate in the project phase and in the examination of the results and that should not be considered as “low-cost labour”.  
The social associations can be a relevant and serious answer across the country because they offer a wide range of services, in particular in terms of working reintegration.  
6 - Starting a re-qualification programme of the workers coming from former mental hospitals, allowing them, if they request it, to work in other health care service facilities; strengthening of the professional training of health care and social workers of the mental disorders field in order to enhance services and improve quality.  
7 - Change of the interdiction discipline of former mental hospitals' patients, making it possible to use their income, that are often kept in bank or postal deposits, for their assistance and personal needs.  
8 - Adopting a new objective project in order to determine methods and times of intervention to support the regions and the local health centres.  
It should indicate the minimum uniform levels of assistance in order to avoid intolerable inequalities throughout the country and provide precise guidelines to strengthening alternative facilities.  
9 - Re-setting the historical expenditure, adjusting financing systems to cure mental disorders and freeing the resources laid down by the 1994 724 law, then changed by the 1996 662 law, avoiding the use of former mental hospitals' areas for other facilities.  
10 - The 1998 financial law should establish provisions that on the one hand penalize those who have not complied with the existing provisions yet and on the other favour those who actually closed the facilities. The supervision and control over “false closings” will continue to be performed.  
11 - By-yearly reports from local health centres, the regions and the ministry about the situation of the closing and other interventions' implementation.  
12 - Re-examining the Observatory for mental health's organisation and functioning, adapting its operating and support structure to the possibility of carrying our some tasks, such us supervision and control; enhancing national and regional conferences to support the monitoring activity.  
13 - Development of a new project for judicial mental hospitals in order to overcome the logic of classical mental hospitals, keeping due levels of security for the citizens and guaranteeing the humanitarian nature of the sentence and the prisoner's social rehabilitation.  
14 - Establishing some guidelines on psychiatric therapies, avoiding to resort to electroshocks and to the abuse of drugs, in particular of retard drugs, especially in private facilities where controls are less strict.  
15 - Supporting families that should not be left alone to tackle mental disorders, at the same time developing discharge plans that should consider the patient's precise will.  
16 -Ensuring an easy way for the political and parliamentary control of the closing plans.  
The Commission will probably set up a standing committee to keep close tabs on mental disorders-related questions.  

Conclusion 

It is difficult to draw conclusions. After more than a year's work, the Parliament is trying to launch a plan to achieve these goals. Who knows, maybe in the end even 1998 will deliver its sentence.  
Sure: 20 years of waiting to hope for a little more than normal life... this seems a sheer madness!  
 
 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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