| di
Giulio Nascimbeni
La
“donna nuda più fotografata del mondo” non è una diva del
cinema, né una top-model, ma la Sirenetta di Copenaghen. Nei primi
giorni del 1998, la statua simbolo della capitale danese è stata
decapitata per la seconda volta: il primo atto vandalico si era registrato
nel 1964, mentre nel 1983 era stata distrutta a martellate la tomba di
colui che creò il personaggio della Sirenetta, Hans Christian Andersen.
Perché
queste profanazioni? Prima di rispondere alla domanda, mi sembra giusto
riassumere la storia del personaggio e della statua.
Sirenetta
era figlia del Re del mare, ma l'amore per un principe la sospinge sulla
terraferma ad affrontare patimenti e delusioni per trasformarsi in donna
e conquistarsi un'anima immortale. Purtroppo, il bel principe, ligio alle
tradizioni, preferisce sposare una normale principessa e con ciò
inconsapevolmente decreta la morte della povera Sirenetta. Finale triste,
ma non tragico.
Nella
fiaba Andersen assicura che Sirenetta vagherà nell'aria come una
brezza e dopo trecento anni avrà l'anima immortale che aveva sognato.
Quanto
alla statua, si conosce il nome dello scultore, Edvard Eriksen, e il nome
della modella che posò per lui, la ballerina di origine inglese
Ellen Price, morta novantenne nel 1968.
La
vicenda andò così. Al Teatro Reale di Copenaghen si rappresentò,
nel 1909, un balletto ispirato alla favola della Sirenetta. Protagonista
era, appunto, Ellen Price.
Lo
spettacolo fu visto dal titolare di una grande casa di birra che decise
di regalare alla città la statua della dolce fanciulla di Andersen.
L'inaugurazione avvenne il 22 agosto 1913.
Adesso
torniamo alla domanda formulata poco fa: perché queste profanazioni?
Perché il vandalismo contro la statua e contro la tomba di Andersen?
Rispondo con tutta sincerità: i vandali di Copenaghen hanno completato
(ripeto: completato) una profanazione già cominciata da tempo.
Certamente,
non sono stati usati strumenti elettrici per tranciare il bronzo o, nel
caso della tomba, martelli o altri oggetti contundenti. La profanazione
è stata più sottile, più inquietante, e riguarda l'intero
mondo di Andersen (1805-1875).
Mi
spiego con un esempio. Si sa che una delle fiabe più famose di Andersen
è quella del brutto anatroccolo che alla fine si tramuta in un cigno
dal candido e regale splendore come quello di Lohengrin.
Per
i bambini di oggi il brutto anatroccolo è diventato un sudicio pulcino
nero che riacquista il colore naturale delle piume dopo essere stato immerso
nella schiuma di un certo detersivo.
La
diversità della magia è immensa.
Andersen
raccontava una vera metamorfosi, un prodigio che trasforma i mediocri connotati
di un animale in un simbolo di bellezza mitica.
Adesso
la metamorfosi si restringe ad un'elementare operazione d'igiene, a un
simbolo che non supera i limiti del bucato. Il sapone, insomma, subentra
alla bacchetta delle fate. La sconfitta del magico ha le dimensioni di
una disfatta.
Non
dobbiamo dimenticare che la fiaba è qualcosa di più di un
fatto letterario.
Essa
è figlia dei miti, ma rappresenta la discesa dei miti dal cielo
o dai mondi leggendari fino alla domestica dimensione di una cucina,
alla sera solitaria e stellata di un'aia. Proprio in questo trapasso, da
una misura di trascendenza a una misura reale e immediata, la fiaba si
tinge di colori arcani.
E'
come una creatura extraterrestre che abbandona i suoi inafferrabili attributi
per assomigliare in qualche modo a noi: le nuvole diventano le strade di
casa, i personaggi si muovono tra i fiori del giardino, nei boschi dove
siamo stati, dietro gli alberi che ci hanno concesso ombra.
Poteva
una così esile macchina fantastica, difesa da soldatini di piombo,
reggere alle conquiste del tempo?
A costo
di apparire troppo legato ai remoti anni in cui versai lacrime su lacrime
per la storia della piccola fiammiferaia, penso che il colpo fatale alle
fiabe, e non soltanto a quelle bellissime di Andersen, sia venuto da Freud.
Stesa
sul lettino della psicoanalisi, la fiaba ha rivelato un'inquietante filigrana
nevrotica: fate, maghi, elfi, gnomi, principi e principesse non hanno più
membra di marzapane, ma torbidi complessi.
Il
loro mondo sempre colorato d'azzurro e di rosa, i castelli inaccessibili,
gli animali parlanti, le lingue di fuoco dei draghi, i cappucci rossi e
le scarpette di cristallo coprono orrori e crudeltà sottilissime,
egoismi e astute ingiustizie.
Come
se tutto quel torrente di zucchero filato, quegli indifesi candori, quella
bontà sicuramente vittoriosa, altro non fossero che il rituale di
un esorcismo, un filtro che tiene lontana la verità.
Oltre
al colpo fatale di Freud, la fiaba ha visto crollare anche lo schema della
povertà.
Quest'ultima,
infatti, ha perduto lo struggente fascino che le era stato attribuito nell'Ottocento,
secolo della Dea Beneficenza: quello d'essere il preludio ad una riparatrice
beatitudine, al premio di un'improvvisa felicità dovuta alla virtù
e alla bellezza.
Cenerentola,
oggi, si rivolgerebbe ai sindacati. Il passare di decenni e decenni
vuole dire anche questo: che non è più possibile insistere
con un mondo battuto dalla storia.
E
così la fiaba è passata alle cure di Walt Disney. In pratica,
più che attingere a nuove sorgenti di fantasia, si è calata
nella tecnica e nell'industria.
La
suggestione è grandissima, fuori d'ogni dubbio. Il continuo riciclaggio
di “Biancaneve e i sette nani” , dal 1937 a oggi, che ha ormai commosso
e fatto ridere almeno tre generazioni, ne è la prova.
Ma
non si può parlare di fiaba, anche se il soggetto deriva dall'opera
dei fratelli Grimm.
La
lacrima che scende lentissima dall'occhio dei cerbiatti è il prodigio
di un disegno, il capolavoro di un'animazione. Walt Disney non fa che anticipare
il brutto anatroccolo di Andersen trasformato nel pulcino del detersivo.
Nessuno
desidera fiammiferaie che muoiono di freddo. Siamo disposti ad amare un
anatroccolo senza vederlo diventare il cigno di Lohengrin.
E'
giusto, insomma, che la povertà non sia più una musa. E che
quell'orizzonte d'inverni e di nevi, di mani arrossate e di deschi vuoti
si sia allontanato.
Ma
vorremmo che l'antico tesoro, dal momento che esiste se non altro nella
memoria, non subisse oltraggi. Se la fantasia segna il passo e cede alle
aride tentazioni della civiltà dei consumi, non per questo la profanazione
merita consenso.
Rispunta
un'altra povertà in mezzo a noi. Con la luce del video di accende
un estremo “paese delle meraviglie” e un vuoto sterilizzato è ormai
l'unico mistero delle nostre sere.
Fuori,
nel buio, le statue dei sette nani di Biancaneve fanno da grottesche sentinelle
nei praticelli rasati davanti alle villette a schiera. Chissà: forse
la vera fine della fiaba è questa.

|
by
Giulio Nascimbeni
The
“world's most photographed naked woman” is Copenhagen's Little Mermaid.
In the first few days of 1998, the statue symbol of the Danish capital
was beheaded for the second time: the first act of vandalism occurred in
1964, while in 1983 the tomb of the creator of the Little Mermaid, Hans
Christian Andersen, was hammered and destroyed.
What
is the reason for this profanation? Before answering this question, I think
I should sum up the story of the character and of the statue. The Little
Mermaid was the daughter of the king of the sea but the love for a prince
pushed her on the mainland where she had to go through pains and disappointment
in order transform into a woman and gain an immortal soul. Unfortunately,
the nice prince chose to marry a normal princess thus unwittingly making
the poor little mermaid die. A sad but not tragic end. Andersen's fairy
tale makes the little mermaid wander in the air as breeze and after 300
years she gains the immortal soul she had dreamed.
As
for the statue, we know the name of its sculptor, Edvard Eriksen, and the
name of the model who posed for him, the dancer of English origin Ellen
Price, who died in 1968 at the age of ninety.
Let's
now go back to the question I asked before: what is the reason for this
profanation? What is the reason for these acts of vandalism against the
statue and Andersen's tomb? I will answer with complete sincerity: Copenhagen's
vandals completed a profanation which had began much earlier. It is true
that neither electric tools to cut the bronze. The profanation was subtler,
more upsetting and involves Andersen's (1805-1875) whole world. Let me
explain this with an example. Everybody knows that one of Andersen's most
famous fairy tales is that of the ugly duckling that in the end turns into
a swan as snow-white and wonderful as Lohengrin's. For today's children,
the ugly duckling has become a dirty black chick that gets the natural
colour of the feathers back after being plunged into a detergent.
Andersen
was telling an actual metamorphosis, that transformed the ordinary features
of an animal into a symbol of mythical beauty. Now the metamorphosis is
summed up by an elementary hygiene operation, a symbol that does not transcend
washing.The defeat of the magic is as huge as an overthrow.
We
should not forget that a fairy tale is something more than a literary fact.
It is the child of the myths but represents the descent of the myths from
the sky or legendary worlds down to a home's kitchen, to the lonely and
star-studded evening of a threshing-floor. It is in this transfer from
transcendence to reality and immediacy that the fairy tale gets mysterious
nuances: the clouds become home's streets, the characters move among a
garden's flowers, in the woods where we have been, behind the trees that
shadowed us.
Could
such a fantastic machine, defended by tin soldiers, bear time's conquests?
I think
that the fatal blow to fairy tales, and not just to Andersen's wonderful
ones, was given by Freud. Laid on psychoanalysis' couch, fairy tales revealed
a disquieting neurotic filagree: fairies, magicians, elves, gnomes, princes
and princesses no longer have marchpane bodies but turbid complexes. Besides
Freud's fatal blow, fairy tales also saw the theme of poverty disappear.
Poverty, in fact, has lost the tormenting charm it had in the nineteenth
century, the century of the Beneficence Goddess, that is that of being
the prelude to a redressing bliss, to gain a sudden happiness thanks to
virtue and beauty.
Thus
Walt Disney began to take care of fairy tales. Instead of searching their
inspiration in new sources of fantasy, fairy tales now resort to technique
and industry. Suggestiveness is huge, absolutely unquestionable. The continuous
recycling of “Snow-white and the Seven Dwarfs” from 1937 until today demonstrates
this. But fairy tale is not the proper word, even if the subject comes
from the brothers Grimm's work. The tear that slowly drops from the fawns'
eyes is a prodigy of drawing, the masterpiece of an animation. Another
poverty springs up among us. With the light of the video an extreme “wonderland”
turns on and a sterilised emptiness is now the only mystery of our evenings. |