n. 4/2000

 

Luisa Miccoli

 

In un mondo dove la diffusione della cultura viaggia su Internet è importante saper guardare con cognizione di causa a culture e mondi fino a ieri inaccessibili, se non a pochi privilegiati, sfrondando luoghi comuni, pregiudizi ed immagini stereotipate. Anche in campo medico è necessaria un’apertura mentale che, non privando del buon senso critico, sappia accertare ciò che di valido c’è al di là dell’approccio scientifico occidentale e quali possono considerarsi i punti di contatto e di integrazione.

Terra complessa e affascinante che ha generato una dimensione dell’essere, una filosofia di vita e di pensiero comune molto distante da quella europea o nordamericana.

Del resto conviene ricordare con l’aforisma di Samuel Hahneman  qual è il fine ultimo della medicina: “Il massimo ideale della terapia è di ristabilire lo stato di salute in modo rapido, dolce e permanente, di rimuovere e distruggere la totalità del male nel modo più rapido, nel più sicuro, nel meno dannoso dei modi, usando mezzi chiari e comprensibili”.

Se ciò è vero lo è senz’altro per la medicina ortodossa o allopatica,  che ha in Ippocrate il suo grande maestro e nel principio dei “contraria contrari curentur” il nodo cruciale della somministrazione di farmaci in grado di debellare sintomi e malattie nei nostri ospedali. Se ciò è vero lo è però altrettanto con maestri e principi che sono nati non nel bacino della cultura mediterranea, ma in terre lontane, in epoche altrettanto remote e che sono sopravvissute a secoli di storia.

E’ dunque legittimo l’interesse del malato verso queste forme di cura, che, pur non avendo l’imprimatur  della casta scientifica occidentale suscitano curiosità, palesano dubbi, sollevano una possibile ampiezza di cura, fino a pochi anni fa impossibile e inaccessibile.

Ed è dovere di stampa informare con cognizione di causa il paziente e il medico dei vantaggi, dei limiti, delle possibilità e delle auspicabili interazioni tra cure diverse, senza lasciare spazio a forme di approssimazione e di ignoranza estremamente dannose quando in gioco c’è la salute o la vita di un uomo.

Data questa chiave di lettura, andiamo a conoscere la medicina ayurvedica, ormai al vertice della “hit parade” delle medicine non convenzionali più amate in Italia; occorre spostarsi in India.

Aldilà dei colori, dei profumi, delle intense immagini della pittura, della scultura e della architettura orientale, è necessario approfondire qual è il nocciolo della filosofia indù, per capire da dove parte lo spirito che anima la medicina ayurvedica nella ricerca della salute e del benessere psicofisico del paziente.

In quest’ottica abbiamo incontrato il maestro Amadio Bianchi, docente di yoga, di filosofia indù e di massaggio ayurvedico, che dirige a Milano l’associazione C.Y. Surya.

Il maestro Amadio si è dedicato per anni ad approfondire il pensiero orientale ed ha pubblicato a proposito due quaderni di filosofia, “L’Evoluzione” e “I Simboli”.

Attraverso numerosi contatti e viaggi in India è entrato nel vivo della cultura indiana ayurvedica, oggi collabora con riviste e giornali, partecipa a conferenze,  congressi e manifestazioni in Italia e all’estero per promuovere l’incontro tra l’India e l’Italia.

E’ stato in una di queste manifestazioni, nel 1997, che Amadio ha incontrato Gabriella De Marco, giornalista e psicologa, da allora sua collaboratrice, oltre che compagna di vita.

 

L. M. - A lei, dunque, la parola per spiegare in sintesi quali sono i principi che sostengono l’impianto della medicina ayurvedica.

 

A. – E’ una disciplina indiana  molto antica, la cui lingua è il sanscrito; in questa lingua la parola “ayurveda” risulta composta da due termini “ayus” (vita) e “veda”, la cui radice proviene dal verbo ”vid” (conoscere), poi, per una questione di “sandy”, di suono, la s si trasforma in r e diviene “ayu -r – veda” e quindi si può tradurre in “conoscenza”  o “scienza della vita”. 

Nell’antichità le branche della medicina ayurvedica erano otto, tra le quali, è curioso notare, c’era il massaggio ayurvedico, al quale si riconosceva valore terapeutico. 

Ecco perché trovo interessante presentare poi in sintesi quali sono le caratteristiche e i benefici di questa pratica orientale che sta avendo tanto successo oggi anche in Italia.

L’’interpretazione che l’ayurveda dà della manifestazione della realtà è di tipo duale, basata sulla scomposizione degli elementi che osserva essere presenti in natura e che considera perciò fondamentali. Ci sono due considerazioni da fare in merito: la prima è che l’ayurveda ha un’anima contemplativa ma rivolta all’essere contingente e non affronta perciò - né ha alcun interesse a farlo - il problema del soprannaturale. La seconda è che al termine della scomposizione degli elementi esso riscontra due principi che in sanscrito si definiscono il “purusci” e la “practiri”, veri motori del macrocosmo e del microcosmo.

Il “purusci” è l’energia cosmica, che nel nostro corpo ritroviamo sotto forma di energia spirituale, mentre la “practiri”  è l’energia della materia. Questi sono i principi che distinguono, di fondo, la medicina ayurvedica da quella occidentale.

 

L. M. – Quali sono le eventuali sinergie tra la medicina ayurvedica e quella occidentale?

 

A. - Io credo che la nostra cultura abbia radici simili a quella ayurvedica. In Italia diciamo che noi siamo fatti di corpo e anima e se andiamo a ben vedere il cammino del concetto di questi due termini dovremmo partire dalla antica India, poi dai Persiani e di conseguenza dai Greci fino a noi!

Nella medicina ayurvedica, il medico è un po’ scienziato, un po’ filosofo, un po’ psicologo, e ha come attenzione l’individuo nella sua completezza, sia per il “purusci”,  energia psichica, che per la “practiri”, energia corporea. La psicosomatica, insomma, è l’elemento chiave già da molti secoli nell’approccio tra medico ayurveda e paziente, perché c’è una stretta correlazione  tra psiche e corpo, che rende necessario un intervento terapeutico su entrambi, per riportare armonia, salute e , dunque, benessere.

 

L. M. – Ci sono precedenti, in letteratura, che trattano questa tecnica terapeutica?

 

A. - Sempre in sintesi, perché ci sarebbe da scrivere un’intera enciclopedia, occorre proseguire nel  nostro percorso dicendo che la manifestazione viene attivata dalla fusione dei due elementi chiave: quando “purusci” e “practiri” entrano in contatto tra loro si dà origine alla vita, essendo il “purusci” il principio maschile e la “practiri” quello femminile.

L’universo, generato in senso cosmico dall’unità di questi due principi, è in atto con tutte le sue qualità, che in sanscrito hanno nomi difficili, ma che passando dal macrocosmo al microcosmo del corpo umano si definiscono “kapa”, “pitta”, “vata”.

 

L.M - Che cosa si intende con questi tre termini?

 

A. -  Queste tre forze che fanno girare l’universo sono le stesse che delineano la fisiologia costituzionale di un corpo.

Siamo un universo dove convivono il “purusci” e la “practiri”, e in  questa fusione entrambi  devono coesistere  in armonia per produrre salute e benessere.

Le faccio un esempio: l’uomo moderno per l’ayurveda è scontento perché se è vero che la sua parte fisica ha risolto nella maggior parte dei casi i suoi bisogni primari, è altrettanto vero che ha trascurato nella fretta quotidiana la sua parte interiore, facendo dello stress il suo stile di vita.

Andiamo ancora oltre perché la manifestazione attivata dai due elementi nel corpo  ha queste tre qualità: “rajas”, che è energia pura, “satva”, energia spirituale, e “tanas”, che è l’energia più materiale.

Questo vuol dire per il medico ayurveda che, quando l’energia si unisce di più con il “tanas”,  avrà davanti  un tipo di uomo più “materiale”, e, quando l’energia si unisce di più al “rajas”, avrà di fronte un uomo più “spirituale”; suo compito sarà far sì che tutte e tre le caratteristiche - “rajas”, “satva” e “tanas” - siano presenti con equilibrio.

 

L. M. – Questi temi da dove provengono?

 

A. - Queste forze si traducono in sanscrito in termini ancora più dettagliati e il “rajas” nel microcosmo prende il nome di “bitta”, il “tanas” diventa “kapa”, anche se tutti ormai grecizzano in “kafa”, e il “satva” diviene “pitta”; esse si intrecciano con i 5 elementi naturali della cultura indiana: lo spazio, l’aria, il fuoco, l’acqua, la terra. Per capirci diciamo che il tipo “kapa” è un composto soprattutto di terra e acqua, il tipo “pitta” è costituito con l’energia del fuoco, del calore, e il tipo “vata” è spazio, aria. Nelle persone magre la medicina ayurvedica trova l’etereo dell’aria, mentre in coloro che sono più robuste vede la prevalenza dell’elemento terra. E’ anche vero che da una base di costituzione che ci portiamo dietro dalla nascita avvengono poi delle modificazioni che fanno aumentare o diminuire un elemento piuttosto che un altro. Ad esempio il tipo nervoso, preoccupato e che tende  a mangiare troppo, ingrassa e la sua energia si accumula in grasso ‘kapa’.

Sono  insomma le vicissitudini della vita, le nostre risposte mentali e psichiche, ad influenzare moltissimo il nostro essere, a squilibrarlo e a rendere necessario l’aiuto esterno del medico ayurveda,  per riportare tutto in armonia, là dove c’è non solo assenza di malattia, ma anche benessere.”

 

L. M. - Quali sono i metodi di diagnosi usati dal medico ayurvedico?

 

A - Il medico ayurvedico, come già accennato, guarda alla totalità della persona che ha come paziente, dunque lo ascolta a lungo, cerca di inquadrare i problemi che lo affliggono anche nella vita professionale, nell’ambito sociale o familiare, e di portare conforto e consigli; un po’ come facevano i vecchi medici di famiglia, che accompagnavano il paziente fin dalla nascita e ne condividevano gioie e dolori. Per questo era ed è importante la preparazione del medico ayurveda, tanto che in India in passato si formava in comunità dette “ashiram”, dove oltre ad imparare  la pratica medica, si accedeva alla saggezza della filosofia indù.

Oggi ci sono università rinomate come Poma , con tanto di laurea e specializzazione.

 

L. M. – Quanti sono nel nostro paese i medici che si dedicano alla medicina ayurvedica?

 

A. - Intendo a tal proposito mettere in guardia i vostri lettori, perché sono arrivati in Italia molti indiani che, per il solo fatto di essere tali, si spacciano per operatori medici. Ricordiamoci che l’India ha una popolazione di più di un miliardo di persone, e che anche nella sua classe medica esistono praticoni ed improvvisatori che possono usare ritrovati pericolosi per la salute, se dati a sproposito! Infatti il medico ayurvedico ha anche il compito di preparare i farmaci con le sue mani, in analogia con i nostri antichi farmacisti, tenendo presente che i preparati erano e sono sempre ottenuti con elementi naturali, mai di sintesi.

 

L. M. – Quali sono le piante più usate nell’ambito della medicina ayurevdica?

 

A .- Le medicine sono tratte da tutto ciò che,  guardando un albero, sta sopra e sotto la terra: dalle radici alla corteccia alle foglie eccetera. Per riportare equilibrio il medico ayurvedico punta moltissimo su quegli accorgimenti che devono poi diventare buone abitudini di vita, a partire da una corretta alimentazione, che tenga conto della costituzione del paziente, degli elementi che la compongono e che sono in eccesso o in difetto; per esempio se una persona è “pitta”, particolarmente agitata, dovrebbe evitare il cioccolato, consapevole che questo alimento va ad accentuare la sua carica nervosa di “fuoco”!

Dunque il benessere parte dal cibo, poi dalla depurazione dell’organismo con l’elemento acqua, che elimina tossine, e anche dalla pulizia dell’intestino, come preparazione all’assunzione dei farmaci veri e propri. La  cultura ayurveda  ripropone insomma norme igieniche di buon senso  valide a tutte le latitudini! A queste aggiunge i benefici indiscussi sul fisico e sulla psiche del massaggio, della meditazione e della pratica yoga.

 

L. M. - Detto tutto ciò possiamo ora fare alcune considerazioni molto importanti con il Maestro Amadio, che troviamo estremamente corretto nella valutazione del giusto spazio che la medicina ayurvedica può trovare nella società occidentale del Duemila.

Quale funzione ha avuto, per esempio, il fenomeno della new age nella diffusione di tale medicina?

 

A. - Senz’altro la new age ha contribuito a portare il messaggio della filosofia indiana al grande pubblico, con un’informazione di massa impensabile  prima, ma  questo purtroppo è accaduto a discapito di un approccio serio e qualificato, semplificando troppo e riducendo il tutto nell’ambito di un’aspirazione mistica dell’uomo moderno, deluso dai modelli occidentali. Molti poi hanno intuito il business e si sono improvvisati operatori ayurvedici, senza alcuna preparazione, giocando sull’ignoranza del cittadino. E’  in vista una legislazione per regolamentare tutto ciò;  mi pare doverosa oltre che urgente!

Sono fioriti centri senza autorizzazioni, medici senza qualifica, operatori e maestri di yoga con l’unico intento di lucrare alle spalle del cittadino! Io invito sempre a controllare a chi ci si rivolge, per esempio a diffidare di coloro che oltre alla prestazione medica vendono farmaci preparati in modo casareccio.

Esistono, oggi, in Italia serie ditte che preparano in modo igienico e con sostanze controllate anche i rimedi prescritti dalla medicina ayurvedica, e sono facilmente ritrovabili nelle farmacie delle nostre città.

Un’altra considerazione da sottolineare con forza riguarda il tipo di patologia che può essere affrontata dalla medicina ayurvedica. Occorre essere onesti e dire che per le malattie che spesso affliggono l’uomo occidentale, queste terapie possono anche essere blande.

Al fegato di un alcolizzato, per esempio, i composti ayurvedici possono risultare inefficaci!

E’ pur vero che in India l’etilismo non è un problema e dunque non è mai stato necessario approfondirne i rimedi. Questo per spiegare due realtà. La prima che la medicina ayurvedica è il risultato della cultura di un popolo, che ha connotazioni e problematiche a volte ben diverse dalle nostre, la seconda  è la necessità di collaborare, Occidente e Oriente, in nome della salute dell’uomo che si affida alle cure mediche.

Il messaggio che lancio ai medici allopatici è di non alimentare una sterile contrapposizione, ma di far crescere una serena valutazione di ciò che è giusto in entrambe le discipline, attraverso uno scambio continuo di dati, di esperienze, di incontri  che arricchiscano il bagaglio  di chi vuole operare per il  bene e per la pace dell’umanità.

 

Abbiamo dedicato questo lungo excursus alla medicina ayurvedica nella certezza che, con l’incremento dell’ondata migratoria, il medico italiano si troverà sempre più spesso di fronte a pazienti abituati a medicine che, tradizionali per loro, sono invece considerate “alternative” nella cultura scientifica occidentale.

Vista la sua lunga storia, la disciplina ayurvedica non può esaurirsi nell’ambito di un solo articolo, ma necessita ovviamente di ulteriori approfondimenti, che ci ripromettiamo di fornire ai lettori sui prossimi numeri della rivista.

Chiederemo in particolare al maestro Amadio in che modo la medicina convenzionale e quella di origine orientale possano integrarsi  nella cura di un paziente, calcolandone  i possibili vantaggi ma anche gli eventuali fattori di rischio.

 

 

Luisa Miccoli


 
 

 

 


  Amadio Bianchi

e Gabriella De Marco
 
 
 
 
 
 
 




 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 

 

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