4/2000

Adriano Bassi

 

La Scapigliatura ci indica un  movimento sorto nella storia letteraria dell’Ottocento ed il termine deriva dal titolo di un romanzo di Cletto Arrighi: “La Scapigliatura e il 6 febbraio”, del 1862, nel quale troviamo minuziosamente descritte le turbolenze, le irrequietezze di molti giovani fra i 25 e i 30 anni.

Per quanto riguarda la Scapigliatura musicale, la sua naturale sede  ideologica è in Lombardia ed in particolar modo a Milano, dove compositori agguerriti ed alla continua ricerca di nuove conquiste sonore e di nuovi stili rendevano il clima culturale della città incandescente.

Il nome più citato in quel periodo fu Arrigo Boito, che incarnava l’essenza della Scapigliatura milanese, e in una frase di Antonio Ghislanzoni, baritono, scrittore e famoso librettista  d’Aida, nonché convinto scapigliato, troviamo il preciso riferimento a Boito: “Io non oso più passare dinnanzi a una zucca senza levarmi il cappello, e pensando a quella luminosa idea di Boito, che il sublime è più semplice del bello, e che il sole, per essere sferico, è più semplice del garofano, sono quasi indotto a sospettare che una zucca sia più sublime del sole” (1)

Lo stesso Giuseppe Verdi ironizzava sull’argomento, scrivendo al Piave: “Ci vuole una musica pura, vergine, santa, sferica”

Il teatro musicale fu il punto di riferimento più importante della Scapigliatura e proprio in Boito ritroviamo gli stilemi precisi di questo movimento di rinnovamento; ed infatti il compositore nonché librettista Verdiano cercava la parità fra le arti, oltre alla volontà di rendere il melodramma vicino alla realtà, senza proseguire sulla strada tracciata da Verdi.

Fra Boito e Verdi si inserì fortunatamente Shakespeare, che servì da ulteriore collante fra queste  due spiccate personalità, contribuendo a creare capolavori che ancora oggi ascoltiamo avidamente.

In questo modo Verdi tollerò la tanto odiata Scapigliatura anche se non riusciva a comprendere la tenace volontà di Boito di cambiare ad ogni costo la tradizione, rivalutando la musica sinfonica a danno del melodramma.

Sempre nel binomio Boito-Verdi troviamo la vera essenza della Scapigliatura, poiché fu proprio Verdi  che creò un avvicinamento, almeno spirituale, al movimento, cercando di capire anche le problematiche del direttore d’orchestra Faccio, dato che i tentativi dei due giovani “scapigliati” avevano nuove soluzioni per l’evoluzione del melodramma, senza però lasciarsi  influenzare dal fenomeno di  Wagner.

Verdi, forse per accontentare l’amico Boito, mise in Otello e in Falstaff  qualche novità un po’ ambigua, qualche eleganza di fattura un po’ troppo compiaciuta  che poteva far esultare Boito e tutta la sua corte musicale. Attraverso queste parole ci sembra di scoprire una Scapigliatura musicale ridotta, poco importante, ma tutto ciò non è vero ed infatti in uno scritto di Claudio Casini troviamo una frase che mette ordine in un settore   molto confuso e instabile: “L’originalità che mancava a Faccio e l’equilibrio che mancava a Boito, dal punto di vista musicale, trovarono un punto d’incontro in Ponchielli”.(2)

Lo stesso Boito si scontrò contro una granitica reazione della stampa e del pubblico che non volevano accettare queste  eccessive novità; infatti il suo Mefistofele, rappresentato alla Scala nel 1868, andò incontro ad una “débacle” totale, risollevandosi soltanto nel 1874 a Bologna, completamente rinnovato.

Troviamo elementi legati al germe della Scapigliatura anche in giovani compositori quali Amilcare Ponchielli con la Gioconda, su testo di Boito oppure in Alfredo Catalani che si rifece anche al modello di Gounod.

Sempre a Milano un altro giovane musicista, nato a Pola nel 1854, e di nome Antonio Smarriglia, faceva parte della brigata  della Scapigliatura, avendo come idolo R. Wagner.

Ecco quindi presentarsi questo movimento in tutte le sue più sottili sfaccettature, lasciando ampio spazio anche a momenti di particolare tensione.

Con le due ultime opere di Verdi si può dire concluso il rapporto diretto fra Scapigliatura e musica.

Dalla dura posizione di Boito nacque, in ogni caso, la volontà di scrollarsi di dosso schemi e tradizioni ormai obsoleti e l’epilogo di questo movimento lo si può identificare in Puccini fino a Tosca, poiché il compositore si affiancò idealmente al mondo degli scapigliati, scegliendo soggetti stranieri o meglio riferimenti culturali appartenenti ad altre nazioni.

In Manon Lescaut e nella Boheme si respira uno spirito anticonvenzionale che si avvicina al modo della Scapigliatura.

Infine, sempre Puccini offre lo spunto per una riflessione, le architetture musicali sono basate su un preciso schema formale, ricalcando le regole fondamentali della Scapigliatura stessa.

Rodolfo Celletti analizza a fondo la figura di Puccini, affiancandola alla Scapigliatura, scoprendo anche i limiti di questo movimento italiano che rimaneva un movimento provinciale, mancando quel senso vitale che Boito non era riuscito a creare.

Possiamo concludere questo breve viaggio nella Scapigliatura musicale sottolineando il fatto  che il movimento  ebbe la funzione di mutare l’architettura tradizionale dell’Opera italiana, conferendole una veste internazionale.

 

 

         Adriano Bassi 
 
 
 
 
 


Arrigo Boito
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 


 
 
 
 


 

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