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N. 04/2000
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Livio Caputo
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Ha fatto passi da gigante e ha un enorme potenziale, ma il futuro che molti gli predicono dovrà aspettare
un po Ma
il Brasile è anche il Paese delle grandi contraddizioni: per una San Paolo
ormai considerata una delle principali metropoli del mondo industrializzato,
abbiamo nell'Amazzonia foreste ancora inesplorate; a fronte di una oligarchia
che controlla buona parte delle ricchezze del Paese, c'è lo sterminato popolo
di miserabili delle “favelas” e delle campagne del Nordeste che campa con
meno di un dollaro al giorno. Ciò nonostante, si tratta di uno dei Paesi
emergenti a più basso livello di turbolenza: perfino i vent'anni di dittatura
militare, iniziati con il golpe del maresciallo Castelo Branco nel 1964, non
hanno avuto il carattere truculento e controverso che ha caratterizzato altri
Paesi dell'America latina e non hanno lasciato un'eredità così pesante.
Qualcuno attribuisce questa “diversità” al fatto che il Brasile è di cultura
portoghese, assai più rilassata di quella spagnola prevalente in Argentina,
Cile o Uruguay. Altri la spiegano semplicemente con il clima: “E' difficile,
ha spiegato sarcasticamente Marcos de Azambuja, uno dei suoi politologi più
autorevoli “fare la rivoluzione su una spiaggia. Il prezzo dell'unità
nazionale è la nostra inclinazione permanente alla conciliazione e al
compromesso”. L'unità
nazionale è, se vogliamo, il vero miracolo del Brasile. Quando Cabral toccò
terra nella baia di Porto Seguro, il 22 aprile 1500, non incontrò né Inca, né
Aztechi, come sarebbe toccato poco dopo ai suoi colleghi spagnoli Pizarro e
Cortes, ma solo alcune tribù di Indios ferme più o meno all'età della pietra,
i cui discendenti rivendicano oggi, un po' pateticamente, i diritti sulle
terre dei loro avi. A quel punto, il trattato di Tordesillas aveva già
assegnato al Portogallo il controllo di tutto il territorio al di qua del
meridiano situato 370 leghe a ovest delle isole di Capo Verde, cioè, in
pratica, delle terre (di cui, in quel momento, nessuno conosceva ancora
l'esistenza) che vanno dal delta del Rio delle Amazzoni all'estuario del Rio
della Plata, con oltre 7.000 chilometri di coste. Nel corso dei secoli
successivi, Lisbona riuscì a difenderle con successo dagli appetiti francesi
e olandesi, procedendo a una lenta, ma metodica colonizzazione. Per un paio
di secoli, l'occupazione fu limitata alla fascia costiera, con un certo
accento sulle province settentrionali, più vicine alla madrepatria. Poi
i grandi proprietari terrieri, veri e propri feudatari con diritto di vita e
di morte, cominciarono la ricerca di nuove terre nell'interno e i leggendari
“bandeirantes” partirono alla conquista dei tesori del Mato Grosso e del
Minas Gerais, assoggettando via via gli aborigeni che incontravano. I coloni,
comunque, erano poche centinaia di migliaia, a fronte di un territorio che,
con le frontiere di oggi, comprende il 47% di tutta l'America latina, e
l'interno consisteva di immensi spazi vuoti e inesplorati, privi di qualsiasi
via di comunicazione. Una
prima svolta arrivò con la massiccia importazione di schiavi dall'Africa, che
da un lato permise l'avvio della coltivazione intensiva del caffè e della canna
da zucchero, tuttora risorse molto importanti per l'economia del Paese,
dall'altro costituì la premessa per la creazione di quella che, secondo il
(peraltro molto contestato) sociologo Gilberto Freyre, è a tutt'oggi l'unica
società veramente multietnica esistente sul pianeta. La
seconda svolta fu l'arrivo a Rio de Janeiro nel 1807, in fuga dalle armate
napoleoniche, del re del Portogallo Giovanni VI, che trasformò almeno
temporaneamente il Brasile da periferia dell'impero in centro del mondo
lusitano. Con la famiglia reale e la corte arrivarono le strutture statali e
burocratiche, la scuola militare, l'Università e tutto quanto poteva servire
a trasformare una colonia in una nazione. Quando re Giovanni fu richiamato a
Lisbona nel quadro della restaurazione, suo figlio Pedro ne prese il posto e
nel 1822 proclamò l'indipendenza del Paese, di cui divenne imperatore; e la
monarchia, un unicum per l'America del sud, durò per ben settant'anni, prima
di lasciare il posto a una repubblica federale sul modello degli Stati Uniti,
ma senzail determinante apporto culturale e civile dei Jefferson, degli Adams
e dei Franklin. Prima di trovare il suo assetto democratico attuale, il
Brasile dovette infatti passare attraverso molte vicissitudini, che vanno dal
regime oligarchico noto come “il sistema” alla lunga dittatura di Getulio
Vargas. L'ascesa
del Brasile è contrassegnata dal rapido aumento della popolazione, dovuto per
lungo tempo all'immigrazione dall'Europa e - più di recente - a un
elevatissimo tasso di natalità. Al momento dell'indipendenza, gli abitanti
erano meno di quattro milioni, la metà dei quali schiavi negri. All'inizio
del secolo, i brasiliani erano diventati 17 milioni, nel 1930 40 milioni, nel
1960 70 milioni, nel 1975 105 milioni, all'alba del nuovo millennio sono 172
milioni, di cui - recitano le statistiche ufficiali - il 55% sono bianchi, il
6% neri, il 38% mulatti e meticci, e l'1% “altri”, cioè indios rimasti in
gran parte al di fuori dell'economia moderna. La
realtà è molto più complessa: è probabile che il 90% della popolazione sia in
realtà, in misura maggiore o minore, di sangue misto, perché neppure ai tempi
della schiavitù c'è mai stata, dal punto di vista sessuale, una vera
segregazione. Perfino gli immigrati giapponesi, molto consci della propria
purezza etnica, si sono lasciati contagiare dalle tendenze promiscue che sono
alla base della “brasilianità” e hanno cominciato a cedere alla tentazione
delle unioni miste. La mescolanza delle razze, bianchi e neri, indios e
asiatici, ha prodotto una popolazione con le più varie e originali
caratteristiche somatiche, a suo modo unica al mondo. Bisogna dire, peraltro,
che se ufficialmente non esistono discriminazioni, provvede il reddito pro
capite a dividere le razze. I bianchi restano solidamente insediati ai
vertici della società e si collocano in genere sopra la media - tutt'altro
che disprezzabile in America latina - di 6.800$ l'anno, mentre neri e mulatti
vivono spesso nella miseria. Tra la società cosiddetta dell'asfalto,
ricalcata su quella nordamericana, e quella del fango, che ricorda i villaggi
dell'Africa subsahariana, esiste un abisso difficilmente colmabile. Uno dei
gruppi più prosperi è senz'altro quello dei discendenti, ormai di terza,
quarta o anche quinta generazione, degli immigrati italiani, arrivati in
massa tra la seconda metà dell'Ottocento e gli anni Cinquanta e Sessanta e
entrati massicciamente nell'élite economica e finanziaria. Quello
che distingue il Brasile da altri Paesi è comunque la mancanza di tensioni a
sfondo etnico, che ha indotto Freyre a parlare di “democrazia razziale”:
tutti parlano la stessa lingua, ascoltano la stessa musica, vedono le stesse
telenovelas alla TV e spasimano per le stesse squadre di calcio. L'altra
faccia della medaglia è che questo mix ha prodotto una società senza precise
radici culturali, in cui il cattolicesimo si mescola senza ritegno ai riti
pagani, le sette evangeliche hanno trovato un terreno fertilissimo, il
concetto di famiglia è diventato una specie di variabile indipendente, la promiscuità
è la regola, i “bambini di strada” sono ormai una triste istituzione e la
violenza alligna un po' dappertutto. Una società che, secondo lo scrittore
Zuenir Ventura, è ancora come un magma, che richiederà molto tempo prima di
assestarsi. Il
Paese è comunque in marcia, auspicabilmente nella direzione giusta. La
conquista dell'interno, simbolicamente avviata 40 anni fa con la costruzione
di Brasilia, è stata contrassegnata da distorsioni, errori ed incongruenze,
ma comincia a dare i suoi frutti. Nonostante le sue inevitabili asprezze, il
ventennio della dittatura militare ha non solo prodotto un notevole sviluppo
economico, ma anche portato una certa disciplina nella società, di cui gli
investitori stranieri, che da sempre credono nel Brasile, sentivano la
mancanza. Dopo un avvio caotico, culminato nell'impeachmentper corruzione del
primo presidente civile, Fernando Collor de Mello, anche la democrazia ha
ripreso in qualche modo a funzionare. L'attuale
capo dello Stato, l'ex sociologo Fernando Henrique Cardoso, eletto per la
prima volta nel 1995 e confermato a furor di popolo nel 1998, è un uomo di
sinistra convertitosi cammin facendo al liberalismo. Il suo grande merito è
di avere sconfitto l'iperinflazione, una piaga di cui il Paese soffriva da sempre,
applicando la ricetta argentina del rigore, delle privatizzazioni e
dell'aggancio del real al dollaro. Per sua disgrazia, le crisi russa ed
asiatica di due anni fa, con la susseguente fuga di capitali dai Paesi in via
di sviluppo, hanno bruscamente interrotto la ripresa brasiliana, costringendo
Cardoso ad abbandonare la parità con la moneta americana e a rifare i conti
con la perdita di acquisto della moneta. Ora le cose stanno tornando ad
assestarsi, e il Fondo Monetario prevede per l'anno dell'anniversario una
crescita superiore al 4%, sufficiente a contenere una disoccupazione tuttora
endemica e continuamente alimentata dall'arrivo sul mercato del lavoro di
milioni di giovani. Tuttavia
la sinistra, che a suo tempo ha contribuito a portare Cardoso al potere, è
oggi estremamente critica nei suoi confronti. Gli viene rinfacciato di tutto:
la mancanza di un grande progetto per il Brasile, la lentezza del processo
riformatore, l'abbandono degli originari obiettivi di palingenesi sociale, la
resa agli interessi delle multinazionali e dei grandi proprietari terrieri,
l'incapacità di ridurre il divario tra ricchi e poveri. Gli intellettuali, e
anche quella parte della Chiesa ancora legata alla “teologia della
liberazione” che ha avuto in monsignor Helder Camara il suo principale
esponente, non perdonano al presidente di avere rinnegato, una volta
installato nelle stanze dei bottoni, una parte di quello che aveva scritto
durante la sua lunga carriera accademica e di essersi convertito al
neoliberismo. In
una recente intervista a “L'Express”, Cardoso ha risposto così: “Non sono un
neoliberale. Forse non sono neanche un liberale. Sono un socialdemocratico,
come dimostra anche la mia partecipazione al vertice della sinistra di
Firenze. Ma tutti, senza eccezioni, sanno anche troppo bene che il Mercato ha
prevalso sullo Stato. Questa è la realtà, buona o cattiva che sia. Lasciare
il mercato libero di agire è molto pericoloso. E' spietato e può lasciare gli
uomini senza speranza. Lo Stato deve tutelare i diritti dell'uomo e in
particolare i diritti sociali. Ho trovato, al momento di assumere le mie
funzioni, uno Stato sclerotizzato, incapace di agire, di investire,
indebolito dall'inflazione e dalle perenni crisi di bilancio. Il dinamismo,
oggi, viene dalle imprese. Lo Stato ha un ruolo negativo, perché contrae dei
debiti e sottrae capitali all'economia. Perciò, abbiamo dovuto intraprendere
la riorganizzazione dello Stato, smettere di indebitarci e creare una
situazione macroeconomica che permette alle imprese di investire..... Ho
cambiato perché il mondo è cambiato. Se questo non piace agli intellettuali,
è perché costoro sono sempre più estranei alla vita. Scrivono senza guardare
alla realtà, senza parlare con la gente, senza sapere”. Ad
attaccarlo, non sono solo i professori. C'è per esempio un movimento, quello
dei “Contadini senza terra”, che ha preso la testa della contestazione ed è
ormai in rivolta aperta contro il governo. Eppure, in cinque anni Cardoso ha
espropriato latifondi per dodici milioni di ettari, una superficie pari a
oltre un terzo dell'Italia. Per cambiare, egli deve non solo affrontare i
problemi di un Paese immenso, ma anche lottare con un Congresso in cui sono
rappresentati tutti i poteri forti e che, come a Washington, ha la
possibilità di bloccare qualsiasi tipo di legislazione. La Costituzione
lascia anche ampi poteri ai governatori dei 26 stati, alcuni dei quali sono
veri e propri signori feudali ed altri acerrimi avversari politici del
presidente, che non hanno alcuna esitazione a sabotarlo. Nella burocrazia e
nella polizia la corruzione è talmente diffusa, che è diventato quasi
impossibile perseguirla. Il livello medio di istruzione della popolazione,
nonostante sette anni di scuola dell'obbligo, rimane molto basso, e la
mancanza di un qualificato e decorosamente pagato corpo insegnante non rende
certo le cose più facili. Il
radioso futuro, che quasi tutti pronosticano al Brasile, grazie alle sue
immense risorse naturali, alla sua privilegiata posizione geografica e alle
caratteristiche della sua popolazione, dovrà ancora aspettare un po'. |
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