N. 04/2000


 



Livio Caputo


 

La più grande nazione dell'America latina celebra in questi giornimezzo millennio di vita. 

Ha fatto passi da gigante e ha un enorme 

potenziale, ma il futuro che molti gli predicono dovrà aspettare un po

A noi che abbiamo quasi tremila anni di storia alle spalle, il cinquecentesimo compleanno che il Brasile festeggia in questi giorni non fa molta impressione: quando Pedro Alvares Cabral sbarcò sulle sue coste deserte, l'Italia stava vivendo nel pieno fulgore del Rinascimento e le sue città contavano già molti dei più celebrati monumenti dell'umanità. Ma ciò non toglie nulla all'importanza dell'avvenimento. Primo dei grandi Paesi d'oltre Oceano a celebrare un mezzo millennio di vita, il Brasile, con i suoi otto milioni e mezzo di chilometri quadrati, i suoi 172 milioni di abitanti e un apparato industriale di tutto rispetto, è oggi uno dei protagonisti della scena mondiale: per giunta, un protagonista sostanzialmente “buono”, che da più di un secolo non muove guerra ai suoi vicini, che ha realizzato al suo interno l'unico vero “melting pot” tra tutte le razze esistenti sulla terra e che esercita, nelle sue fasi di crescita, una funzione trainante per tutta l'America latina. 

Ma il Brasile è anche il Paese delle grandi contraddizioni: per una San Paolo ormai considerata una delle principali metropoli del mondo industrializzato, abbiamo nell'Amazzonia foreste ancora inesplorate; a fronte di una oligarchia che controlla buona parte delle ricchezze del Paese, c'è lo sterminato popolo di miserabili delle “favelas” e delle campagne del Nordeste che campa con meno di un dollaro al giorno. Ciò nonostante, si tratta di uno dei Paesi emergenti a più basso livello di turbolenza: perfino i vent'anni di dittatura militare, iniziati con il golpe del maresciallo Castelo Branco nel 1964, non hanno avuto il carattere truculento e controverso che ha caratterizzato altri Paesi dell'America latina e non hanno lasciato un'eredità così pesante. Qualcuno attribuisce questa “diversità” al fatto che il Brasile è di cultura portoghese, assai più rilassata di quella spagnola prevalente in Argentina, Cile o Uruguay. Altri la spiegano semplicemente con il clima: “E' difficile, ha spiegato sarcasticamente Marcos de Azambuja, uno dei suoi politologi più autorevoli “fare la rivoluzione su una spiaggia. Il prezzo dell'unità nazionale è la nostra inclinazione permanente alla conciliazione e al compromesso”.

L'unità nazionale è, se vogliamo, il vero miracolo del Brasile. Quando Cabral toccò terra nella baia di Porto Seguro, il 22 aprile 1500, non incontrò né Inca, né Aztechi, come sarebbe toccato poco dopo ai suoi colleghi spagnoli Pizarro e Cortes, ma solo alcune tribù di Indios ferme più o meno all'età della pietra, i cui discendenti rivendicano oggi, un po' pateticamente, i diritti sulle terre dei loro avi. A quel punto, il trattato di Tordesillas aveva già assegnato al Portogallo il controllo di tutto il territorio al di qua del meridiano situato 370 leghe a ovest delle isole di Capo Verde, cioè, in pratica, delle terre (di cui, in quel momento, nessuno conosceva ancora l'esistenza) che vanno dal delta del Rio delle Amazzoni all'estuario del Rio della Plata, con oltre 7.000 chilometri di coste. Nel corso dei secoli successivi, Lisbona riuscì a difenderle con successo dagli appetiti francesi e olandesi, procedendo a una lenta, ma metodica colonizzazione. Per un paio di secoli, l'occupazione fu limitata alla fascia costiera, con un certo accento sulle province settentrionali, più vicine alla madrepatria. 

Poi i grandi proprietari terrieri, veri e propri feudatari con diritto di vita e di morte, cominciarono la ricerca di nuove terre nell'interno e i leggendari “bandeirantes” partirono alla conquista dei tesori del Mato Grosso e del Minas Gerais, assoggettando via via gli aborigeni che incontravano. I coloni, comunque, erano poche centinaia di migliaia, a fronte di un territorio che, con le frontiere di oggi, comprende il 47% di tutta l'America latina, e l'interno consisteva di immensi spazi vuoti e inesplorati, privi di qualsiasi via di comunicazione.

Una prima svolta arrivò con la massiccia importazione di schiavi dall'Africa, che da un lato permise l'avvio della coltivazione intensiva del caffè e della canna da zucchero, tuttora risorse molto importanti per l'economia del Paese, dall'altro costituì la premessa per la creazione di quella che, secondo il (peraltro molto contestato) sociologo Gilberto Freyre, è a tutt'oggi l'unica società veramente multietnica esistente sul pianeta. 

La seconda svolta fu l'arrivo a Rio de Janeiro nel 1807, in fuga dalle armate napoleoniche, del re del Portogallo Giovanni VI, che trasformò almeno temporaneamente il Brasile da periferia dell'impero in centro del mondo lusitano. Con la famiglia reale e la corte arrivarono le strutture statali e burocratiche, la scuola militare, l'Università e tutto quanto poteva servire a trasformare una colonia in una nazione. Quando re Giovanni fu richiamato a Lisbona nel quadro della restaurazione, suo figlio Pedro ne prese il posto e nel 1822 proclamò l'indipendenza del Paese, di cui divenne imperatore; e la monarchia, un unicum per l'America del sud, durò per ben settant'anni, prima di lasciare il posto a una repubblica federale sul modello degli Stati Uniti, ma senzail determinante apporto culturale e civile dei Jefferson, degli Adams e dei Franklin. Prima di trovare il suo assetto democratico attuale, il Brasile dovette infatti passare attraverso molte vicissitudini, che vanno dal regime oligarchico noto come “il sistema” alla lunga dittatura di Getulio Vargas.

L'ascesa del Brasile è contrassegnata dal rapido aumento della popolazione, dovuto per lungo tempo all'immigrazione dall'Europa e - più di recente - a un elevatissimo tasso di natalità. Al momento dell'indipendenza, gli abitanti erano meno di quattro milioni, la metà dei quali schiavi negri. All'inizio del secolo, i brasiliani erano diventati 17 milioni, nel 1930 40 milioni, nel 1960 70 milioni, nel 1975 105 milioni, all'alba del nuovo millennio sono 172 milioni, di cui - recitano le statistiche ufficiali - il 55% sono bianchi, il 6% neri, il 38% mulatti e meticci, e l'1% “altri”, cioè indios rimasti in gran parte al di fuori dell'economia moderna. 

La realtà è molto più complessa: è probabile che il 90% della popolazione sia in realtà, in misura maggiore o minore, di sangue misto, perché neppure ai tempi della schiavitù c'è mai stata, dal punto di vista sessuale, una vera segregazione. Perfino gli immigrati giapponesi, molto consci della propria purezza etnica, si sono lasciati contagiare dalle tendenze promiscue che sono alla base della “brasilianità” e hanno cominciato a cedere alla tentazione delle unioni miste. La mescolanza delle razze, bianchi e neri, indios e asiatici, ha prodotto una popolazione con le più varie e originali caratteristiche somatiche, a suo modo unica al mondo. Bisogna dire, peraltro, che se ufficialmente non esistono discriminazioni, provvede il reddito pro capite a dividere le razze. I bianchi restano solidamente insediati ai vertici della società e si collocano in genere sopra la media - tutt'altro che disprezzabile in America latina - di 6.800$ l'anno, mentre neri e mulatti vivono spesso nella miseria. Tra la società cosiddetta dell'asfalto, ricalcata su quella nordamericana, e quella del fango, che ricorda i villaggi dell'Africa subsahariana, esiste un abisso difficilmente colmabile. Uno dei gruppi più prosperi è senz'altro quello dei discendenti, ormai di terza, quarta o anche quinta generazione, degli immigrati italiani, arrivati in massa tra la seconda metà dell'Ottocento e gli anni Cinquanta e Sessanta e entrati massicciamente nell'élite economica e finanziaria.

Quello che distingue il Brasile da altri Paesi è comunque la mancanza di tensioni a sfondo etnico, che ha indotto Freyre a parlare di “democrazia razziale”: tutti parlano la stessa lingua, ascoltano la stessa musica, vedono le stesse telenovelas alla TV e spasimano per le stesse squadre di calcio. L'altra faccia della medaglia è che questo mix ha prodotto una società senza precise radici culturali, in cui il cattolicesimo si mescola senza ritegno ai riti pagani, le sette evangeliche hanno trovato un terreno fertilissimo, il concetto di famiglia è diventato una specie di variabile indipendente, la promiscuità è la regola, i “bambini di strada” sono ormai una triste istituzione e la violenza alligna un po' dappertutto. Una società che, secondo lo scrittore Zuenir Ventura, è ancora come un magma, che richiederà molto tempo prima di assestarsi.

Il Paese è comunque in marcia, auspicabilmente nella direzione giusta. La conquista dell'interno, simbolicamente avviata 40 anni fa con la costruzione di Brasilia, è stata contrassegnata da distorsioni, errori ed incongruenze, ma comincia a dare i suoi frutti. Nonostante le sue inevitabili asprezze, il ventennio della dittatura militare ha non solo prodotto un notevole sviluppo economico, ma anche portato una certa disciplina nella società, di cui gli investitori stranieri, che da sempre credono nel Brasile, sentivano la mancanza. Dopo un avvio caotico, culminato nell'impeachmentper corruzione del primo presidente civile, Fernando Collor de Mello, anche la democrazia ha ripreso in qualche modo a funzionare. 

L'attuale capo dello Stato, l'ex sociologo Fernando Henrique Cardoso, eletto per la prima volta nel 1995 e confermato a furor di popolo nel 1998, è un uomo di sinistra convertitosi cammin facendo al liberalismo. Il suo grande merito è di avere sconfitto l'iperinflazione, una piaga di cui il Paese soffriva da sempre, applicando la ricetta argentina del rigore, delle privatizzazioni e dell'aggancio del real al dollaro. Per sua disgrazia, le crisi russa ed asiatica di due anni fa, con la susseguente fuga di capitali dai Paesi in via di sviluppo, hanno bruscamente interrotto la ripresa brasiliana, costringendo Cardoso ad abbandonare la parità con la moneta americana e a rifare i conti con la perdita di acquisto della moneta. Ora le cose stanno tornando ad assestarsi, e il Fondo Monetario prevede per l'anno dell'anniversario una crescita superiore al 4%, sufficiente a contenere una disoccupazione tuttora endemica e continuamente alimentata dall'arrivo sul mercato del lavoro di milioni di giovani.

Tuttavia la sinistra, che a suo tempo ha contribuito a portare Cardoso al potere, è oggi estremamente critica nei suoi confronti. Gli viene rinfacciato di tutto: la mancanza di un grande progetto per il Brasile, la lentezza del processo riformatore, l'abbandono degli originari obiettivi di palingenesi sociale, la resa agli interessi delle multinazionali e dei grandi proprietari terrieri, l'incapacità di ridurre il divario tra ricchi e poveri. Gli intellettuali, e anche quella parte della Chiesa ancora legata alla “teologia della liberazione” che ha avuto in monsignor Helder Camara il suo principale esponente, non perdonano al presidente di avere rinnegato, una volta installato nelle stanze dei bottoni, una parte di quello che aveva scritto durante la sua lunga carriera accademica e di essersi convertito al neoliberismo. 

In una recente intervista a “L'Express”, Cardoso ha risposto così: “Non sono un neoliberale. Forse non sono neanche un liberale. Sono un socialdemocratico, come dimostra anche la mia partecipazione al vertice della sinistra di Firenze. Ma tutti, senza eccezioni, sanno anche troppo bene che il Mercato ha prevalso sullo Stato. Questa è la realtà, buona o cattiva che sia. Lasciare il mercato libero di agire è molto pericoloso. E' spietato e può lasciare gli uomini senza speranza. Lo Stato deve tutelare i diritti dell'uomo e in particolare i diritti sociali. Ho trovato, al momento di assumere le mie funzioni, uno Stato sclerotizzato, incapace di agire, di investire, indebolito dall'inflazione e dalle perenni crisi di bilancio. Il dinamismo, oggi, viene dalle imprese. Lo Stato ha un ruolo negativo, perché contrae dei debiti e sottrae capitali all'economia. Perciò, abbiamo dovuto intraprendere la riorganizzazione dello Stato, smettere di indebitarci e creare una situazione macroeconomica che permette alle imprese di investire..... Ho cambiato perché il mondo è cambiato. Se questo non piace agli intellettuali, è perché costoro sono sempre più estranei alla vita. Scrivono senza guardare alla realtà, senza parlare con la gente, senza sapere”.

Ad attaccarlo, non sono solo i professori. C'è per esempio un movimento, quello dei “Contadini senza terra”, che ha preso la testa della contestazione ed è ormai in rivolta aperta contro il governo. Eppure, in cinque anni Cardoso ha espropriato latifondi per dodici milioni di ettari, una superficie pari a oltre un terzo dell'Italia. Per cambiare, egli deve non solo affrontare i problemi di un Paese immenso, ma anche lottare con un Congresso in cui sono rappresentati tutti i poteri forti e che, come a Washington, ha la possibilità di bloccare qualsiasi tipo di legislazione. La Costituzione lascia anche ampi poteri ai governatori dei 26 stati, alcuni dei quali sono veri e propri signori feudali ed altri acerrimi avversari politici del presidente, che non hanno alcuna esitazione a sabotarlo. Nella burocrazia e nella polizia la corruzione è talmente diffusa, che è diventato quasi impossibile perseguirla. Il livello medio di istruzione della popolazione, nonostante sette anni di scuola dell'obbligo, rimane molto basso, e la mancanza di un qualificato e decorosamente pagato corpo insegnante non rende certo le cose più facili.

Il radioso futuro, che quasi tutti pronosticano al Brasile, grazie alle sue immense risorse naturali, alla sua privilegiata posizione geografica e alle caratteristiche della sua popolazione, dovrà ancora aspettare un po'.

 

 

 

Livio Caputo 
 
 


Fernando Enrique Cardoso
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Sulla destra, il dittatore Getulio Vargas
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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