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Bisogna andare molto indietro nel tempo, e per l'esattezza
al 14 luglio 1936: quel giorno, 14 luglio, di solito fa subito pensare
all'assalto della Bastiglia nel 1789 e alla festa nazionale dei francesi.
Nel nostro caso, il 14 luglio 1936 significa, più modestamente, ben
altro: la nascita del più famoso giornale umoristico italiano, il "Bertoldo".Nella
prima pagina di quel primo numero, si vedeva una vignetta intitolata
"Le avventure della spia R. 28": un anziano signore si rivolgeva a una
bella, elegantissima donna, alle cui gambe erano attaccati un bambino
e una bambina. La battuta diceva: "Si può sapere cosa siete riuscita
a fare, cara signora, in tre anni di missione segreta in Italia?" con
evidente, implicito accenno al gallismo italiano. La vignetta era firmata
da un allora sconosciuto Guareschi.Si trattava di lui, Giovanni Guareschi
(1908-1968), che cercava lavoro, sicuramente ben lontano dall'immaginare
che, dopo poco più di dieci anni, sarebbe diventato uno scrittore, letto
da milioni di persone e tradotto in tutto il mondo.Nel 1936, comunque,
Giovannino (lo chiamavano tutti così) era già uno spiritacchio irriverente.Assunto
dal "Bertoldo" e nominato redattore capo, seppe che, prima di entrare
al giornale, doveva firmare l'orologio. Obbediente, Guareschi firmò,
ma invece del suo nome scrisse:"Culo". Sul cartellino, comunque, risultava
in perfetto orario. Perché ci occupiamo di Guareschi? La risposta è
semplice: perché a Milano è stato indetto un convegno su di lui, una
specie di esame di riparazione offerto alla sinistra e a quei critici
letterari che lo hanno sempre ignorato o messo in discussione. Il motivo
del convegno stava in una quasi ovvia constatazione: se la saga di "Mondo
piccolo", se le storie di Don Camillo e Peppone resistono il libreria
da più di cinquant'anni, vuole dire che un qualche merito devono averlo.Cerchiamo
di ricordare insieme come si delineò, nel 1948, il "mondo piccolo" di
Guareschi. Il suo regno aveva per confine l'argine di un fiume, con
lo sfondo di pioppi e di campanili che gareggiano in altezza. Là in
mezzo stanno l'osteria, il pergolato, la schiuma del lambrusco nei bicchieri.C'è
in Guareschi, il freddo brivido delle nebbie, l'idea maestosa del Po
e la convinzione che in un paese di poche migliaia di abitanti la politica
sia un impasto di manate sulle spalle e di lapidi da coprire di fiori.Guareschi,
nella sua nostalgia per un certo passato più popolano che borghese,
si appella alle vecchie maestre che davano bacchettate sulle dita degli
scolari negligenti, com'era stato Peppone quando frequentava le elementari.
A questo tramonto delle antiche usanze italiane, Guareschi cerca di
applicare un antidoto.Ed ecco il suo romanzo a puntate d'un prete e
d'un sindaco comunista che recitano una ribalta favola di cazzottature
e di segrete intese, come se il Po, le alluvioni, il fango, la canonica
e la "casa del popolo" fossero una specie di nuova Arcadia da additare
al turbolento mondo diviso."Don Camillo" uscì per la prima volta nel
1948, l'anno del colpo di Stato comunista in Cecoslovacchia, della maggioranza
assoluta alla Democrazia cristiana, della sconfitta in Italia del Fronte
popolare, dell'attentato al leader comunista Palmiro Togliatti, della
vittoria di Gino Bartali al Tour de France.Guareschi conobbe subito
un dilagante successo, poi incrementato dal cinema. In condizioni storiche
tanto profondamente diverse, che cosa è rimasto da condividere con i
personaggi di Guareschi?Non è una domanda di quelle che già prevedono
la risposta negativa.Sere fa, alla televisione, ho rivisto i due film
che il grande regista francese Julien Duvivier (1896-1967), autore di
opere che appartengono alla storia del cinema come "Camet de bal" (1937),
diresse nel 1952 e nel 1953, avendo come protagonisti Fernandel (1903-71)
e Gino Cervi (1901-74), rispettivamente nei ruoli del prete manesco
e del sindaco incerto fra Stalin e le tagliatelle. Direi un'ignobile
bugia se negassi di essermi divertito, pur prevedendo tutto, le scene,
le battute, le premesse, le conclusioni. D'altronde, considerando che
i revival sono sempre di moda, non vedo perché non dovrebbe riemergere
anche il paese padano di Guareschi con tutte le comiche ambiguità del
suo anticipato "compromesso storico" fra comunisti e cattolici.I film
di Duvivier furono girati a Brescello, in provincia di Reggio Emilia,
il paese dove Guareschi aveva ambientato le sue storie. Anche se i due
protagonisti, Fernandel e Gino Cervi, parteciparono ad altri film sempre
ispirati ai personaggi del prete e del sindaco ma con altri registi
(Carmine Galloni e Luigi Comencini), non fu più toccato lo "stato di
grazia" dei primi due.Gli incassi furono sempre altissimi, ma la qualità
era decisamente inferiore.La gara fra i due protagonisti fu appassionante
per la loro straordinaria bravura. La faccia cavallina di Fernandel,
il suo ondeggiante camminare a gambe larghe e con i piedoni sempre rivolti
all'esterno, i colloqui con il Cristo crocefisso dall'altare maggiore,
che a volte richiama il prete a comportamenti meno aggressivi: tutto
questo fa di Don Camillo un'indimenticabile maschera. Quanto a Gino
Cervi, bolognese di origine; mise nel personaggio di Peppone una carica
di schiettezza emiliana, un'enfasi caricaturale con irresistibili effetti
comici, una tonante retorica che trasforma ogni discorso in un comizio.Un
grande Peppone, come fu grande, qualche anno dopo, nell'interpretare
il personaggio del commissario Maigret. A questo proposito, ricordo
che, durante un'intervista concessami da Geroges Simenon nel maggio
1985, lo scrittore dichiarò che Cervi era stato il miglior interprete
della figura del commissario. Non dimentichiamo che, tra i Maigret dello
schermo, c'era stato un "mostro sacro" del cinema come Jean Gabin.La
memoria di Giovannino Guareschi potrebbe estendersi ad altri libri e
ad altri fatti della sua vita. Ma se il suo nome, in ogni parte del
mondo, è ancora vivo, lo si deve indiscutibilmente ai "temporali di
legnate" che affratellavano una tonaca a un fazzoletto rosso. E se domani
sera, o tra un mese, o tra un anno, leggerò sui programmi televisivi
che, a ore anche impossibili, sarà messo in onda un film con Don Camillo
e Peppone, io sarò lì, silenzioso spettatore, a guardare il Po, i tavoli
delle osterie, i bicchieri colmi di Lambrusco.Sarò pronto, ancora una
volta, a sorridere e a dare il bentornato al "reverendo" Fernandel e
al "compagno"Gino Cervi.

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