N. 4/2000

Gabriella De Marco, Luisa Miccoli

 

Guardando con attenzione ai fatti di cronaca e ai problemi anche etici che spesso vi sono sottintesi, è emersa la necessità di andare a fondo ad una tematica assai spinosa e poco considerata dai mass media quale è il plagio o persuasione occulta o lavaggio del cervello o controllo mentale che dir si voglia, ai danni di un individuo.

Non è un'impresa facile! Si ha la netta sensazione di addentrarsi in una foresta vergine dove il sole della chiarezza fa fatica ad arrivare ai rami più bassi! Già è arduo  il cammino per stabilire che cosa è quella realtà intangibile eppur ferrea come una catena che è il plagio. In effetti i contorni patologici di questo fenomeno emergono in modo sconcertante solo in occasione dei suicidi di massa, legati alle sette, di solito religiose, o rivoluzionarie.

Il dizionario ci ricorda che il termine era in uso nel diritto romano per indicare la riduzione di un uomo libero in stato di schiavitù, ma nel diritto penale moderno fino a poco tempo fa il plagio era l'illecito assoggettamento di una persona che risulta pertanto privata di ogni autonomia di giudizio o di iniziativa. C'è in gioco, insomma, il terreno minato della libertà di pensiero, di relazione, di fede, e delle scelte esistenziali che condizionano tutta la vita. Le mine da scansare sono le debolezze psicologiche, le fragilità cul turali, i complessi nodi di solitudine e di angoscia  che è più semplice affidare ad altri perché li amministrino e se ne assumano la responsabilità. Il dibattito sul plagio è  un intricato groviglio di tesi filosofiche, teologiche, giuridiche, sociologiche e psicoanalitiche, dove si fa fatica a ritrovare la semplicità del buon senso comune.  

Parte dunque da questo labirinto di diverse concezioni il lavoro di ricerca sul lavaggio del cervello che una persona o una setta può fare ad un'altra, isolandola dai suoi cari, dai suoi amici, e condizionando in toto la sua esistenza. Così racconta una madre la cui figlia aderisce ad una organizzazione di tipo magico occultistico: “sono una  madre disperata. Da dieci anni ho perso una figlia a causa di una feroce setta...I poveri che ci capitano vengono plagiati...Gli dicono che la madre è il demonio, che sprigiona energie negative per cui li ostacola in un perfetto inserimento nella vita della setta...Mia figlia non la sento mai. Non partecipa alle riunioni di famiglia e mi telefona solo quando ha bisogno di soldi. Si può immaginare la tragedia di una povera madre... La prego fate qualcosa, temo che si suicidi come gli altri... fate qualcosa ripeto, non possiamo lasciare questi ragazzi alla mercé di aguzzini...prigionieri di queste sette assassine.”

La questione non si può liquidare come una semplice anche se sofferta ingerenza di un genitore nella vita spirituale del figlio, né si può ignorare che si sono verificati casi di giovani e meno giovani ridotti in schiavitù psicofisica all'interno di certe organizzazioni che si dichiarano “religiose” solo per interesse personale dei loro capi. 

C'è dunque ampio spazio per un confronto sul terreno della psicologia, della sociologia, dello studio sulle nuove forme di religiosità. Perché da un lato, come dice il dottor Steven Hassan nel suo libro “Mentalmente liberi“, occorre difendere il diritto di prendere decisioni proprie, anche decisioni sbagliate se si tratta di persone maggiorenni, e dall'altro è necessario che siano identificati i casi di controllo mentale e sia lasciata aperta la porta per un possibile recupero da parte dei familiari.  Altra agghiacciante testimonianza del condizionamento mentale da parte di un leader è la registrazione della voce di Jim Jones, mentre incitava i suoi adepti a bere una miscela di veleno e a darla persino ai loro figli: “Sono stanco, ho fatto del mio meglio per farvi vivere bene. Ognuno muore, da qualche parte la speranza svanisce. Voglio essere io a scegliere il mio modo di morire. Sono stanco di questo tormento infernale, di avere nelle mie mani la vita di altra gente. Ho sacrificato la mia vita, sono morto ogni giorno per darvi la pace. Se non possiamo vivere in pace moriamo in pace. E' Dio che lo ha detto. Ho tentato di evitare che questo accadesse ma adesso vedo che è la volontà dell'Ente Supremo.

Non stiamo commettendo un sacrificio, è un atto rivoluzionario, non abbiate paura di morire. Vedrete la gente atterrare qui fuori. Tortureranno i nostri bambini, tortureranno i nostri vecchi. Quanti sono morti? Oddio, Dio Onnipotente, quando si va verso Dio si può solo andare in questo modo. E' l'unico modo di andare. Facciamola finita, facciamola finita, dobbiamo morire con un po' di dignità. Bambini è solo qualcosa per mettervi a dormire. Oddio, madre, madre, madre...”

Dopo queste parole, che si commentano da sole, si suicidarono più di 900 persone a Joneston, nel 1978! Interessante ricordare che il reverendo in questione era un ministro della chiesa ordinato e a lungo rispettato per la sua generosa disponibilità verso i poveri. Le sue originarie motivazioni erano, dunque, ammirevoli ma proprio per poter lavorare più a lungo cominciò a far uso di anfetamine. Oltretutto prese a frequentare  persone che praticavano guarigioni rituali e per mantenere alto il pathos nella sua congregazione mise in atto le stesse tecniche. Il suo atteggiamento divenne sempre più disturbato fino al dramma finale.

 Si obietterà che non tutti gli appartenenti ad un gruppo si possono definire adepti, che non è corretto chiamare sette in tono spregiativo gruppi di persone con ideali comuni, che non tutte le sette promuovono il  suicidio e che ognuno è in fondo libero di giocarsi come meglio crede la sua vita. Certo si ha spesso la sensazione che la salute psicofisica delle persone coinvolte in questo tipo di esperienze sia fragile e la persuasione esercitata produca un netto cambio di identità e di scala di valori! A questo proposito riportiamo il racconto di un fuoriuscito da un gruppo di tipo pseudomistico: “...mi accinsi in quei giorni a scrivere una lettera di congedo dalla mia guida spirituale. Mi costò molto: ogni parola era come una pugnalata, ogni tanto dovevo fermarmi perché le lacrime mi impedivano di vedere. Non ce la feci in una sola volta, ma, ogni tanto, riprendevo dolorosamente quello che consideravo un piccolo calvario, meritato però, a differenza di quello del Signore. Mi ricordai del buon ladrone e sperai che Gesù mi rispondesse allo stesso modo. Quando giunsi alla fine della lettera provai un senso di liberazione...Era stato un lento processo durato più di vent'anni, ma era successo....Quello che credevo essere un paradiso era un inferno colorato di rosa e abbellito di falsità...Mi riappropriai anche dei miei morti e delle mie radici. Ero stato derubato per anni di tutto ciò che fa di una persona un essere umano libero e consapevole dei suoi atti. Stavo raccogliendo i miei cocci uno ad uno, lentamente ma inesorabilmente. Tante ferite però non si sarebbero più rimarginate. Facevo ancora fatica da quello che avevo pensato essere una realtà ed invece era un condizionamento: il fatto di essere un eletto, un diverso, un prediletto dall'Eterno...La sensazione interna che provai è indescrivibile: è come quella di un fiore che, lentamente rialza la sua corolla dopo esser stato per molto tempo senz'acqua ed aver rischiato di morire per questo...Quando ci rendemmo conto che quella di cui avevamo fatto esperienza era una vera e propria setta  capimmo che non potevamo permettere che quella cosa andasse avanti, facendo finta che non fosse accaduto nulla, come avevano fatto gli altri fuoriusciti prima di noi...Quella piovra tremenda doveva finire o almeno bisognava fare in modo che si sapesse che esisteva... Ci si può difendere da un nemico solo se si sa di averlo...”

Anche qui c'è chi obietta che il rancore rende amari i toni del racconto e che occorre considerare tutta la documentazione riguardo ad un gruppo, non solo un esempio in negativo.

Come si fa a distinguere un gruppo da una setta distruttiva? Quando è lecito parlare di plagio o di controllo mentale? Di che cosa si può accusare il maestro? Quali sono i soggetti più a rischio? Esiste anche il controllo mentale in una relazione di coppia? E nelle famiglie? O sul luogo di lavoro? Domande pericolose, ma affascinanti come il mistero della mente umana nel suo continuo gioco a rimpiattino con la libertà!

Sarà nostra cura affrontare l'argomento con esperti  che hanno avuto a che fare con questa realtà così sgusciante eppure a volte così drammaticamente pesante. Parleremo con esperti di diritto, di psicologia sociale, di teologia  e di filosofie orientali per capire  e per rispondere con serietà ed obiettività, consapevoli che la verità si frantuma spesso in tanti rivoli, ma giunge sempre allo stesso mare della vita.

Questo articolo è scritto a quattro mani, con il contributo qualificato della psicologa e giornalista Gabriella de Marco, che da anni studia questo fenomeno.

In effetti da sempre l'uomo ha avvertito la necessità di una guida che lo aiutasse a dare risposte agli interrogativi salienti della vita e ne indirizzasse così il cammino. Basti pensare ai grandi filosofi greci, in occidente o ai grandi  maestri d'oriente. L'essere discepolo era un onore. Poi l'essere maestro di vita è diventato purtroppo anche un mestiere. Occorre ammettere che negli ultimi tempi si è avuta una vera inflazione di persone che si spacciano per maestri, ma inseguono solo il proprio tornaconto. Se si guarda alle storie personali di molti di questi personaggi si scopre che molti sono stati essi stessi vittime di sette a controllo mentale o che hanno precedenti truffaldini, e di solito sono di una profonda ignoranza (Eugene Spriggs  faceva l'imbonitore alle fiere, Ron Hubbard di Scientology era uno scrittore di fantascienza, per non parlare dei falsi guru indiani!). 

Ma l'esperienza insegna che il vero saggio non crea mai dipendenza, anzi promuove l'autonomia del suo allievo proprio come fa un buon genitore con suo figlio. Lo educa a scegliere e a comprendere al più presto che ciascuno è maestro di se stesso e allievo di tutti. Un vero maestro d'oriente non desidera una comunità numerosa, non misura il suo potere nel numero dei suoi seguaci, al contrario trova la sua pace in se stesso e nell'equilibrio spirituale personale. Abbiamo raccolto la testimonianza di una persona, della quale evitiamo il nome per proteggerne la privacy, che per sette lunghi anni ha fatto parte di una setta dove si praticava un forte controllo mentale distruttivo, e abbiamo cercato di capire quali sono i meccanismi mentali che sono scattati in lui per trovarsi  così coinvolto dal fascino di quella forza centripeta  che è la setta.

Egli ci ha detto che ognuno di noi, almeno una volta nella vita  attraversa condizioni di debolezza, momenti di paura che rendono fragile la capacità decisionale. Se in questa fase si entra in contatto con quello che si può definire un 'reclutatore', è facile cadere vittima  della manipolazione.

Queste persone hanno tecniche raffinate, sanno come utilizzare i potenziali punti deboli di una persona, problemi con il fidanzato/a, conflitti con i genitori, sul lavoro o a scuola, il lutto di un parente o di un amico, o semplicemente il desiderio di entrare in un gruppo per sfuggire alla solitudine.

A volte è anche la ansia di dare un senso  di pace alle proprie angosce. Il segnale più evidente del lavoro che viene fatto “goccia dopo goccia” è il cambiamento radicale  della personalità, dallo stile nell'abbigliamento al modo di parlare, con un comportamento strano, elusivo, distante, dove gli interessi precedenti, gli hobby, gli amici vengono tralasciati, perché non più importanti. Viene a mancare del tutto il senso dell'umorismo e dell'autocritica. Se per esempio prima era ateo ora Dio rappresenta tutto per lui! Non c'è una elaborazione lenta e consapevole che porta alla modifica delle propria credenze, ma tutto avviene in modo improvviso, costruito artificiosamente dall'esterno. Si sa di persone che dopo essere entrate in una setta hanno cambiato nome, donato tutti i loro averi, lasciato il lavoro o la scuola e si sono trasferite a chilometri di distanza, tagliando i ponti con tutti i loro cari.

Un amico desiderava raggiungere il suo equilibrio attraverso l'insegnamento dello yoga e non avendo possibilità economiche si è affidato ad una Ashram  (comunità) in Italia. Fin dall'inizio il leader ha accentuato in lui un fortissimo senso di colpa e di inadeguatezza dinnanzi anche al gruppo, riducendo sistematicamente la sua capacità di scelta logica. D'altro canto lo portava ad un continuo e sottile ricatto promettendogli la possibilità di riscatto e di evoluzione spirituale in cambio di un lavoro più intenso e febbrile nei confronti della comunità. Per affrontare la giornata con il senso di responsabilità giusto nei confronti della comunità non aveva tempo né più energie per riflettere sul proprio stato, doveva solo ubbidire in fretta, mettendocela tutta, in una continua pressione sui suoi errori  e sulle  sue manchevolezze!

Una volta che la persona è dentro questo stile di vita  le sue capacità di difesa diminuiscono progressivamente. Un altro sistema è quello di alterare i ritmi del sonno e del riposo. La privazione del sonno è comune in molti culti distruttivi. Chiunque abbia vissuto parecchie notti insonni o abbia dovuto rimanere alzato tutta la notte a lavorare o studiare, ha sperimentato la difficoltà di gestire una normale serie di impegni giornalieri. Non è che gli adepti siano costretti a non dormire, ma hanno carichi di lavoro tali che rimane ben poco spazio per il riposo e solo quelli che li portano a termine vengono elogiati! Anche nella dieta c'è un drastico cambiamento di stile, perché la scelta di ciò che la persona mangia contribuisce e rafforza il senso di sé: se il membro è convinto a far 'morire' i suoi bisogni umani, potrà negarsi i piaceri del cibo, accettare lunghi digiuni, trascurando la cura del corpo e della propria salute. Tutto ciò accade senza che vi sia l'obbligo di non mangiare, ma semplicemente ridicolizzando chi è in sovrappeso e facendolo sentire colpevole ed impotente. In questa Ashram, manco a dirlo mancano, del tutto le norme di sicurezza, il diritto alla retribuzione non esiste, e se qualcuno si fa male viene allontanato o condizionato a tal  punto che in ospedale negherà che l'infortunio è avvenuto lavorando nella comunità.

In lui, per fortuna, ad un certo punto è scattata la molla del sano egoismo. Ha riacquistato così quella presa di coscienza di sé che è alla base di ogni libera scelta. Il lavoro per guarire dentro le ferite profonde di quel periodo è stato però lungo e faticoso.

 

Gabriella, se qualcuno ti domandasse a bruciapelo: “ma il plagio esiste?”, che cosa risponderesti?

 

Esiste, purtroppo, ed è un dramma che vivono parecchie persone che perdono così i contatti con i propri cari! Occorre non avere paura e imparare a parlarne di più.”

 

E' proprio ciò che abbiamo intenzione di fare!   

  

 

 


 Gabriella De Marco
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 


 
 In alto David Koresh, indiscusso leader della setta Branch Davidians

.Sotto il loro “tempio” di Waco dopo l’assalto delle forze dell’ordine
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
Il simbolo della setta Heaven’s Gate. La scritta sotto dice: “Come promesso, le chiavi dela porta del paradiso (Heaven’s Gate) sono ancora qui in Ti e Do (i due fondatori della setta, che si definiscono extraterrestri) perché essi erano in Gesù e nel Padre 2000 anni fa. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
  Luc Jouret, “sacerdote del Solar Temple
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Shoko Asahara, “santone” della setta giapponese Aum Shinrikyo, responsabile di aver disperso gas nervino nella metropolitana di Tokyo


































 

 

 

 

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