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N. 4/2000
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Guardando
con attenzione ai fatti di cronaca e ai problemi anche etici che spesso vi
sono sottintesi, è emersa la necessità di andare a fondo ad una tematica
assai spinosa e poco considerata dai mass media quale è il plagio o
persuasione occulta o lavaggio del cervello o controllo mentale che dir si
voglia, ai danni di un individuo. Non
è un'impresa facile! Si ha la netta sensazione di addentrarsi in una foresta
vergine dove il sole della chiarezza fa fatica ad arrivare ai rami più bassi!
Già è arduo il cammino per
stabilire che cosa è quella realtà intangibile eppur ferrea come una catena
che è il plagio. In effetti i contorni patologici di questo fenomeno emergono
in modo sconcertante solo in occasione dei suicidi di massa, legati alle
sette, di solito religiose, o rivoluzionarie. Il
dizionario ci ricorda che il termine era in uso nel diritto romano per
indicare la riduzione di un uomo libero in stato di schiavitù, ma nel diritto
penale moderno fino a poco tempo fa il plagio era l'illecito assoggettamento
di una persona che risulta pertanto privata di ogni autonomia di giudizio o
di iniziativa. C'è in gioco, insomma, il terreno minato della libertà di
pensiero, di relazione, di fede, e delle scelte esistenziali che condizionano
tutta la vita. Le mine da scansare sono le debolezze psicologiche, le
fragilità cul turali, i complessi nodi di solitudine e di angoscia che è più semplice affidare ad altri
perché li amministrino e se ne assumano la responsabilità. Il dibattito sul
plagio è un intricato groviglio
di tesi filosofiche, teologiche, giuridiche, sociologiche e psicoanalitiche,
dove si fa fatica a ritrovare la semplicità del buon senso comune. Parte
dunque da questo labirinto di diverse concezioni il lavoro di ricerca sul
lavaggio del cervello che una persona o una setta può fare ad un'altra,
isolandola dai suoi cari, dai suoi amici, e condizionando in toto la sua
esistenza. Così racconta una madre la cui figlia aderisce ad una
organizzazione di tipo magico occultistico: “sono una madre disperata. Da dieci anni ho
perso una figlia a causa di una feroce setta...I poveri che ci capitano
vengono plagiati...Gli dicono che la madre è il demonio, che sprigiona
energie negative per cui li ostacola in un perfetto inserimento nella vita
della setta...Mia figlia non la sento mai. Non partecipa alle riunioni di
famiglia e mi telefona solo quando ha bisogno di soldi. Si può immaginare la
tragedia di una povera madre... La prego fate qualcosa, temo che si suicidi
come gli altri... fate qualcosa ripeto, non possiamo lasciare questi ragazzi
alla mercé di aguzzini...prigionieri di queste sette assassine.” La
questione non si può liquidare come una semplice anche se sofferta ingerenza
di un genitore nella vita spirituale del figlio, né si può ignorare che si
sono verificati casi di giovani e meno giovani ridotti in schiavitù
psicofisica all'interno di certe organizzazioni che si dichiarano “religiose”
solo per interesse personale dei loro capi. C'è
dunque ampio spazio per un confronto sul terreno della psicologia, della
sociologia, dello studio sulle nuove forme di religiosità. Perché da un lato,
come dice il dottor Steven Hassan nel suo libro “Mentalmente
liberi“, occorre difendere il diritto di prendere decisioni proprie,
anche decisioni sbagliate se si tratta di persone maggiorenni, e dall'altro è
necessario che siano identificati i casi di controllo mentale e sia lasciata
aperta la porta per un possibile recupero da parte dei familiari. Altra agghiacciante testimonianza del
condizionamento mentale da parte di un leader è la registrazione della voce
di Jim Jones, mentre incitava i suoi adepti a bere una miscela di
veleno e a darla persino ai loro figli: “Sono stanco, ho fatto del mio
meglio per farvi vivere bene. Ognuno muore, da qualche parte la speranza
svanisce. Voglio essere io a scegliere il mio modo di morire. Sono stanco di
questo tormento infernale, di avere nelle mie mani la vita di altra gente. Ho
sacrificato la mia vita, sono morto ogni giorno per darvi la pace. Se non possiamo
vivere in pace moriamo in pace. E' Dio che lo ha detto. Ho tentato di evitare
che questo accadesse ma adesso vedo che è la volontà dell'Ente Supremo. Non stiamo commettendo un sacrificio, è un atto rivoluzionario,
non abbiate paura di morire. Vedrete la gente atterrare qui fuori.
Tortureranno i nostri bambini, tortureranno i nostri vecchi. Quanti sono
morti? Oddio, Dio Onnipotente, quando si va verso Dio si può solo andare in
questo modo. E' l'unico modo di andare. Facciamola finita, facciamola finita,
dobbiamo morire con un po' di dignità. Bambini è solo qualcosa per mettervi a
dormire. Oddio, madre, madre, madre...” Dopo
queste parole, che si commentano da sole, si suicidarono più di 900 persone a
Joneston, nel 1978! Interessante ricordare che il reverendo in questione era
un ministro della chiesa ordinato e a lungo rispettato per la sua generosa
disponibilità verso i poveri. Le sue originarie motivazioni erano, dunque,
ammirevoli ma proprio per poter lavorare più a lungo cominciò a far uso di anfetamine.
Oltretutto prese a frequentare
persone che praticavano guarigioni rituali e per mantenere alto il
pathos nella sua congregazione mise in atto le stesse tecniche. Il suo
atteggiamento divenne sempre più disturbato fino al dramma finale. Si obietterà che non tutti gli
appartenenti ad un gruppo si possono definire adepti, che non è corretto
chiamare sette in tono spregiativo gruppi di persone con ideali comuni, che
non tutte le sette promuovono il
suicidio e che ognuno è in fondo libero di giocarsi come meglio crede
la sua vita. Certo si ha spesso la sensazione che la salute psicofisica delle
persone coinvolte in questo tipo di esperienze sia fragile e la persuasione
esercitata produca un netto cambio di identità e di scala di valori! A questo
proposito riportiamo il racconto di un fuoriuscito da un gruppo di tipo
pseudomistico: “...mi accinsi in quei giorni a scrivere una lettera di
congedo dalla mia guida spirituale. Mi costò molto: ogni parola era come una
pugnalata, ogni tanto dovevo fermarmi perché le lacrime mi impedivano di
vedere. Non ce la feci in una sola volta, ma, ogni tanto, riprendevo
dolorosamente quello che consideravo un piccolo calvario, meritato però, a
differenza di quello del Signore. Mi ricordai del buon ladrone e sperai che Gesù
mi rispondesse allo stesso modo. Quando giunsi alla fine della lettera provai
un senso di liberazione...Era stato un lento processo durato più di
vent'anni, ma era successo....Quello che credevo essere un paradiso era un
inferno colorato di rosa e abbellito di falsità...Mi riappropriai anche dei
miei morti e delle mie radici. Ero stato derubato per anni di tutto ciò che
fa di una persona un essere umano libero e consapevole dei suoi atti. Stavo
raccogliendo i miei cocci uno ad uno, lentamente ma inesorabilmente. Tante
ferite però non si sarebbero più rimarginate. Facevo ancora fatica da quello
che avevo pensato essere una realtà ed invece era un condizionamento: il
fatto di essere un eletto, un diverso, un prediletto dall'Eterno...La
sensazione interna che provai è indescrivibile: è come quella di un fiore
che, lentamente rialza la sua corolla dopo esser stato per molto tempo
senz'acqua ed aver rischiato di morire per questo...Quando ci rendemmo conto
che quella di cui avevamo fatto esperienza era una vera e propria setta capimmo che non potevamo permettere
che quella cosa andasse avanti, facendo finta che non fosse accaduto nulla,
come avevano fatto gli altri fuoriusciti prima di noi...Quella piovra
tremenda doveva finire o almeno bisognava fare in modo che si sapesse che
esisteva... Ci si può difendere da un nemico solo se si sa di averlo...” Anche
qui c'è chi obietta che il rancore rende amari i toni del racconto e che
occorre considerare tutta la documentazione riguardo ad un gruppo, non solo
un esempio in negativo. Come
si fa a distinguere un gruppo da una setta distruttiva? Quando è lecito
parlare di plagio o di controllo mentale? Di che cosa si può accusare il
maestro? Quali sono i soggetti più a rischio? Esiste anche il controllo
mentale in una relazione di coppia? E nelle famiglie? O sul luogo di lavoro?
Domande pericolose, ma affascinanti come il mistero della mente umana nel suo
continuo gioco a rimpiattino con la libertà! Sarà
nostra cura affrontare l'argomento con esperti che hanno avuto a che fare con questa realtà così
sgusciante eppure a volte così drammaticamente pesante. Parleremo con esperti
di diritto, di psicologia sociale, di teologia e di filosofie orientali per capire e per rispondere con serietà ed
obiettività, consapevoli che la verità si frantuma spesso in tanti rivoli, ma
giunge sempre allo stesso mare della vita. Questo
articolo è scritto a quattro mani, con il contributo qualificato della
psicologa e giornalista Gabriella de Marco, che da anni studia questo
fenomeno. In
effetti da sempre l'uomo ha avvertito la necessità di una guida che lo
aiutasse a dare risposte agli interrogativi salienti della vita e ne
indirizzasse così il cammino. Basti pensare ai grandi filosofi greci, in
occidente o ai grandi maestri
d'oriente. L'essere discepolo era un onore. Poi l'essere maestro di vita è
diventato purtroppo anche un mestiere. Occorre ammettere che negli ultimi
tempi si è avuta una vera inflazione di persone che si spacciano per maestri,
ma inseguono solo il proprio tornaconto. Se si guarda alle storie personali
di molti di questi personaggi si scopre che molti sono stati essi stessi
vittime di sette a controllo mentale o che hanno precedenti truffaldini, e di
solito sono di una profonda ignoranza (Eugene Spriggs faceva l'imbonitore alle fiere, Ron
Hubbard di Scientology era uno scrittore di fantascienza, per non parlare
dei falsi guru indiani!). Ma
l'esperienza insegna che il vero saggio non crea mai dipendenza, anzi
promuove l'autonomia del suo allievo proprio come fa un buon genitore con suo
figlio. Lo educa a scegliere e a comprendere al più presto che ciascuno è
maestro di se stesso e allievo di tutti. Un vero maestro d'oriente non
desidera una comunità numerosa, non misura il suo potere nel numero dei suoi
seguaci, al contrario trova la sua pace in se stesso e nell'equilibrio
spirituale personale. Abbiamo raccolto la testimonianza di una persona, della
quale evitiamo il nome per proteggerne la privacy, che per sette lunghi anni
ha fatto parte di una setta dove si praticava un forte controllo mentale
distruttivo, e abbiamo cercato di capire quali sono i meccanismi mentali che
sono scattati in lui per trovarsi
così coinvolto dal fascino di quella forza centripeta che è la setta. Egli
ci ha detto che ognuno di noi, almeno una volta nella vita attraversa condizioni di debolezza,
momenti di paura che rendono fragile la capacità decisionale. Se in questa
fase si entra in contatto con quello che si può definire un 'reclutatore', è
facile cadere vittima della manipolazione.
Queste
persone hanno tecniche raffinate, sanno come utilizzare i potenziali punti
deboli di una persona, problemi con il fidanzato/a, conflitti con i genitori,
sul lavoro o a scuola, il lutto di un parente o di un amico, o semplicemente
il desiderio di entrare in un gruppo per sfuggire alla solitudine. A
volte è anche la ansia di dare un senso
di pace alle proprie angosce. Il segnale più evidente del lavoro che
viene fatto “goccia dopo goccia” è il cambiamento radicale della personalità, dallo stile
nell'abbigliamento al modo di parlare, con un comportamento strano, elusivo,
distante, dove gli interessi precedenti, gli hobby, gli amici vengono
tralasciati, perché non più importanti. Viene a mancare del tutto il senso
dell'umorismo e dell'autocritica. Se per esempio prima era ateo ora Dio
rappresenta tutto per lui! Non c'è una elaborazione lenta e consapevole che
porta alla modifica delle propria credenze, ma tutto avviene in modo
improvviso, costruito artificiosamente dall'esterno. Si sa di persone che
dopo essere entrate in una setta hanno cambiato nome, donato tutti i loro
averi, lasciato il lavoro o la scuola e si sono trasferite a chilometri di
distanza, tagliando i ponti con tutti i loro cari. Un
amico desiderava raggiungere il suo equilibrio attraverso l'insegnamento
dello yoga e non avendo possibilità economiche si è affidato ad una
Ashram (comunità) in Italia. Fin
dall'inizio il leader ha accentuato in lui un fortissimo senso di colpa e di
inadeguatezza dinnanzi anche al gruppo, riducendo sistematicamente la sua
capacità di scelta logica. D'altro canto lo portava ad un continuo e sottile
ricatto promettendogli la possibilità di riscatto e di evoluzione spirituale
in cambio di un lavoro più intenso e febbrile nei confronti della comunità.
Per affrontare la giornata con il senso di responsabilità giusto nei
confronti della comunità non aveva tempo né più energie per riflettere sul
proprio stato, doveva solo ubbidire in fretta, mettendocela tutta, in una
continua pressione sui suoi errori
e sulle sue
manchevolezze! Una
volta che la persona è dentro questo stile di vita le sue capacità di difesa diminuiscono progressivamente.
Un altro sistema è quello di alterare i ritmi del sonno e del riposo. La
privazione del sonno è comune in molti culti distruttivi. Chiunque abbia
vissuto parecchie notti insonni o abbia dovuto rimanere alzato tutta la notte
a lavorare o studiare, ha sperimentato la difficoltà di gestire una normale
serie di impegni giornalieri. Non è che gli adepti siano costretti a non
dormire, ma hanno carichi di lavoro tali che rimane ben poco spazio per il
riposo e solo quelli che li portano a termine vengono elogiati! Anche nella
dieta c'è un drastico cambiamento di stile, perché la scelta di ciò che la
persona mangia contribuisce e rafforza il senso di sé: se il membro è
convinto a far 'morire' i suoi bisogni umani, potrà negarsi i piaceri del
cibo, accettare lunghi digiuni, trascurando la cura del corpo e della propria
salute. Tutto ciò accade senza che vi sia l'obbligo di non mangiare, ma
semplicemente ridicolizzando chi è in sovrappeso e facendolo sentire
colpevole ed impotente. In questa Ashram, manco a dirlo mancano, del tutto le
norme di sicurezza, il diritto alla retribuzione non esiste, e se qualcuno si
fa male viene allontanato o condizionato a tal punto che in ospedale negherà che l'infortunio è avvenuto
lavorando nella comunità. In
lui, per fortuna, ad un certo punto è scattata la molla del sano egoismo. Ha
riacquistato così quella presa di coscienza di sé che è alla base di ogni
libera scelta. Il lavoro per guarire dentro le ferite profonde di quel
periodo è stato però lungo e faticoso. Gabriella, se qualcuno ti domandasse a bruciapelo: “ma il plagio
esiste?”, che cosa risponderesti? “Esiste,
purtroppo, ed è un dramma che vivono parecchie persone che perdono così i
contatti con i propri cari! Occorre non avere paura e imparare a parlarne di
più.” E' proprio ciò che abbiamo intenzione di fare!
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.Sotto
il loro “tempio” di Waco dopo l’assalto delle forze dell’ordine
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