N.4 /2000
 

 

                                      Stenio Solinas

 

 

 

"Venezia e il senso del mare" (Guerini & Associati) si chiama l’imponente volume curato da Alberto Tenenti e dedicato alla natura anfibia della Serenissima.

 
“Storia di un prisma culturale dal XIII al XVIII secolo”, recita il sottotitolo, e mai immagine fu più esatta per definire il caso unico di una città piattaforma, non solo porto né base navale, tutta tesa a “tesser  l’acqua” e le ragioni della Repubblica, laboratorio intellettuale volto alla costruzione di una “marina architectura" che nell’attività di Vettor Fausto all’interno dell’Arsenale troverà le ragioni e le basi di una nuova scienza rinascimentale da coniugarsi con l’antica esperienza. Nel suo Della Militia marittima, Cristoforo da Canal commenta entusiasta: 
“Le galere di Fausto sono così ben fabbricate che vengono con certa mirabil proportione a poco a poco mancando et restringendosi fino a terminare leggiadramente, di maniera che… pare che fuggano et all’hora all’hora da sé medesime siano per correre sulle onde…con quella forma che gli antichi scultori solevano dare alle immagini che intagliavano nei loro marmi…La perfetta galera appunto simile a una giovane leggiadra”.


Sono gli anni in cui si ripristina la naumachia e nello specchio antistante San Marco ventiquattro brigantini assediano e espugnano un castello di legno eretto alla bisogna, “100 mila persone oltre a infinito numero di barche piccole piene di persone”  fanno da spettatori, il duca di  Milano siede a fianco del Doge, il duca di Ferrara, in incognito, assiste dal poggiolo del Gran Consiglio. Mai Venezia riuscirà a conciliare come allora la grandezza dello Stato e la profondità dell’ingegno.
“Il più bel museo navale ce l’avete voi in Laguna”, mi aveva detto il direttore dell’imponente Museo della Marina di Odessa, sul Mar Nero. Aveva ragione, anche se, come sempre accade, dei tesori di casa nostra ignoriamo tutto o quasi.
“Abbiamo cinquantamila visitatori l’anno, per tre quarti stranieri”, mi conferma l’ammiraglio Lorenzo Sferra, che ne è il conservatore. 
Sul vaporino un bambino toscano domanda se non valga la pena di “andare a vedere le navi”. 

“Ma no, ci sono tre modellini in croce”, ribatte l’altro sicuro. 
Un totale di quattromila metri quadrati di area espositiva, 42 sale, quattro “Padiglioni delle navi”, centinaia e centinaia di reperti, liquidati con un colpo di ignoranza. Va bene così. 
L’Italia è anche questa.


Ciò che i libri, narrazioni, approfondimenti, documenti, suggeriscono, diventa nulla allorché l’occhio può fare la sua parte, misurare e comparare, stupirsi e interrogarsi. Il fanò di galera capitana a tre  lanterne del XVI secolo, sostenuto da un basamento ligneo a forma di due cornucopie, che da prora dava la posizione e l’illuminazione, rimanda a un’epoca in cui i nomi della famiglie patrizie gareggiavano in magnificenza con quelli degli scafi. 


Si chiamino quest’ultimi Roccaforte o Totusmundus, “simile a un castello, alle cui ombra e sotto la cui difesa sembravano stare tutte le altre navi”, siano biremi, triremi o quinqueremi, come quella che Vettor Fausto progetterà e realizzerà nella prima metà del Cinquecento, si rispecchiano nei ritratti di Lazzaro Mocenigo, capitano generale da Mar, morto nella battaglia dei Dardanelli del 1657, opera di Nicola Ranieri, di Jacopo Foscarini dipinto dal Tintoretto, dei comandanti di galera a Lepanto Giovanni Mocenigo e Pietro Barbarigo, della scuola di Tiziano.

La fiancata di galea generalizia del primo, relitto dello scoppio che la fece saltare in aria, è ricca di ornamenti e dorature: putti, evangelisti, figure animali; la scultura lignea della fiancata di poppa della galera ammiraglia del Morosini rappresenta due mori intenti alla fatica sormontanti dallo stemma con l’arme di famiglia. Il grande quadro “San Marco assiste i provveditori all’Armar nell’arruolamento delle milizie marittime” di Battista d’Agnolo del Moro, simboleggia una filosofia e una pratica di governo: l’idea di una civiltà benedetta dal cielo che si estrinseca in un dominio politico ed economico. 

I  portolani, le carte nautiche, la “sfera celeste” del Coronelli, “cosmografo della Serenissima Repubblica” sono l’altra faccia dei plastici in legno, cartapesta, gesso e stucco di Candia e di Canea, di Famagosta e di Zara con i quali Venezia studia i suoi possedimenti e quelli altrui, fortifica le proprie difese e si prepara a espugnare quelle nemiche.

Colubrine intarsiate con teste e corpi di leoni,  falconi, aspidi da 12 libre, palle incatenate e cannoni in bronzo fanno da cornice alle stampe dell’abate Maffioletti,  si tratti dell’assedio della piazza di Corfù, nell’estate del 1715, con la flotta veneta e quella ottomana colte nel loro posizionarsi, o delle malinconiche incisioni relative all’Arsenale prima della dissoluzione, della Repubblica del 1797, durante l’interregno napoleonico e poi sotto il dominio austriaco.

Tutto è riprodotto minuziosamente, dalle feluche alle carene delle navi in rimessaggio, dalle palizzate per conservare i roveri e i galleggianti, alle peatte interne, alle gomene, ai chiodi, alle sartie, epitaffio di un mito millenario che nel momento in cui scompare lascia attoniti e senza fiato.


E poi i modelli.  La galera triremi del XVI secolo, la galeazza che la sostituirà, con l’artiglieria montata per  la prima volta sulla fiancata, carta vincente della battaglia di Lepanto, le navi a velatura quadra di quando la forza del vento subentra a quella delle braccia, l’ultimo Bucintoro varato nel 1768, pura magnificenza e potenza. 

Allorché Venezia chiude la sua storia, all’Arsenale lavorano duemila operai. Quando Dante vi arriva nel 1312, inviato da Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, per festeggiare Marino Zorzi e la sua assunzione alla dignità ducale, ce n’erano cinque volte tanti. Il testamento del Doge Tomaso Mocenigo, morto nel 1423, ne conta 16mila e cento galere in cento giorni possono essere approntate contro la minaccia che viene da oriente. “Nell’arzanà de’ Veneziani /… chi ribatte da proda e chi da poppa; / Altri fa remi ed altri volge sarte, / chi terzeruolo ed artimon rintoppa”.


Ancora per tutto il Seicento il sistema-Venezia resse. Se Candia cade nel 1669, subito dopo è la Grecia meridionale a venir tolta al Turco nello scontro che nuovamente li oppone.

La conquista della Morea vede il Doge al comando della flotta e i patrizi recitano la loro parte di élite alla testa di un impero. 
Dopo ogni sconfitta, nota R. Pallucchini in uno dei saggi più avvincenti di Venezia e il senso del mare, “..Venezia parte alla riscossa, all’estrema fine del Seicento e all’inizio del Settecento.  Le sue vittorie e i suoi acquisti non le procureranno i risultati sperati né posizioni durevoli. Ma come non ammettere che tale duello ripetuto e rinnovantesi nel corso di questi tre secoli vada considerato, invece che una successione di episodi staccati, sostanzialmente come un’unità, cioè come la dimostrazione di un’inesausta capacità di energia collettiva e di valore bellico, in un corpo di cui troppi storici avevano scorto i segni della decadenza o dell’irreparabile estinzione?”

Quando questa arriva è perché la possibilità di un ricambio, di un’alternanza di potere porta con sé l’imbalsamazione di un sistema. La caduta del governo aristocratico lagunare significherà non solo la decapitazione della classe dirigente,  ma la fine delle istituzioni in quanto tali.  Venezia suddita (Marsilio editore) sarà la cambiale che altri presenteranno questa volta all’incasso.


Nel Padiglione delle Navi annesso al Museo storico, situato nell’antica “officina dei remi” dell’Arsenale, le dimensioni al naturale delle imbarcazioni permettono di farsi un’idea della magnificenza e della lucida follia  che percorse un’avventura umana e politica fra le più prestigiose. 


In Navis (Einaudi editore), Ennio Concina ne coglie il punto più alto allorché, in quella prima metà del 1500 in cui Vettor Fausto sembra destinato a essere il “protomaestro” dei costruttori navali, e quindi a sancire la vittoria dell’architetto  sull’artigiano, il Consiglio dei Dieci nomina Proto di San Marco Jacopo Sansovino e lo mette a capo delle opere della basilica ducale, della piazza, degli edifici pubblici. 


“Da un lato si affida all’esperto manipolatore di un linguaggio architettonico ‘alla  romana’ il rinnovamento della scena urbana…dall’altro s’intende affidare gli apparati da cui dipende la forza della Repubblica, i luoghi dell’’utilitas’, a chi  detiene il sapere restituito dalle perdute scienze dell’antichità e i principi della machinatio”.


L’avvento del “Rinascimento sul mare”, un’idea in anticipo di due secoli su quella che poi sarà la moderna marineria. C’è troppo ardimento e troppo precorrere i tempi perché essa possa imporsi, e infatti l’ambizione intellettuale sarà alla fine sconfitta dalla prosaica realtà di corporazioni e veti, giochi politici e paure psicologiche, tradizioni malamente intese e timori per un nuovo di cui non si coglie compiutamente il confine. 
E però dà le vertigini vedere come l’intelligenza, la volontà, il gusto per le sfide e per le grandi imprese contribuiscono alla creazione di un mito di cui oggi, fra turismo invadente e mediocrità indigena, restano spavalde estrinsecazioni di pietra e fantasmi di memorie.

 


Il leone di S.Marco, simbolo di Venezia
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


La Galera Grossa
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


La consegna delle chiavi della città di Zara ai veneziani in un dipinto del Tintoretto conservato a Palazzo Ducale
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


L'ingresso dell'Arsenale di Venezia 

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