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"Venezia e il senso del
mare" (Guerini & Associati) si chiama l’imponente volume curato
da Alberto Tenenti e dedicato alla natura anfibia della Serenissima.
“Storia di un prisma culturale dal XIII al
XVIII secolo”, recita il
sottotitolo, e mai immagine fu più esatta per definire il caso unico di una
città piattaforma, non solo porto né base navale, tutta tesa a “tesser
l’acqua” e le ragioni della Repubblica, laboratorio intellettuale volto alla
costruzione di una “marina architectura" che nell’attività di Vettor
Fausto all’interno dell’Arsenale troverà le ragioni e le basi di una nuova
scienza rinascimentale da coniugarsi con l’antica esperienza. Nel suo Della
Militia marittima, Cristoforo da Canal commenta entusiasta:
“Le galere di Fausto sono così ben
fabbricate che vengono con certa mirabil proportione a poco a poco mancando
et restringendosi fino a terminare leggiadramente, di maniera che… pare che
fuggano et all’hora all’hora da sé medesime siano per correre sulle onde…con
quella forma che gli antichi scultori solevano dare alle immagini che
intagliavano nei loro marmi…La perfetta galera appunto simile a una giovane
leggiadra”.
Sono gli anni in cui si ripristina la
naumachia e nello specchio antistante San Marco ventiquattro brigantini
assediano e espugnano un castello di legno eretto alla bisogna, “100 mila
persone oltre a infinito numero di barche piccole piene di persone”
fanno da spettatori, il duca di Milano siede a fianco del Doge, il duca
di Ferrara, in incognito, assiste dal poggiolo del Gran Consiglio. Mai
Venezia riuscirà a conciliare come allora la grandezza dello Stato e la
profondità dell’ingegno.
“Il più bel museo navale ce l’avete voi in
Laguna”, mi aveva detto il
direttore dell’imponente Museo della Marina di Odessa, sul Mar Nero. Aveva
ragione, anche se, come sempre accade, dei tesori di casa nostra ignoriamo
tutto o quasi.
“Abbiamo cinquantamila visitatori l’anno,
per tre quarti stranieri”, mi
conferma l’ammiraglio Lorenzo Sferra, che ne è il conservatore.
Sul vaporino un bambino toscano domanda se
non valga la pena di “andare a vedere le navi”.
“Ma
no, ci sono tre modellini in croce”, ribatte l’altro sicuro.
Un totale di quattromila metri quadrati di
area espositiva, 42 sale, quattro “Padiglioni delle navi”, centinaia e
centinaia di reperti, liquidati con un colpo di ignoranza. Va bene
così.
L’Italia è anche questa.
Ciò che i libri, narrazioni, approfondimenti,
documenti, suggeriscono, diventa nulla allorché l’occhio può fare la sua
parte, misurare e comparare, stupirsi e interrogarsi. Il fanò di galera
capitana a tre lanterne del XVI secolo, sostenuto da un basamento
ligneo a forma di due cornucopie, che da prora dava la posizione e
l’illuminazione, rimanda a un’epoca in cui i nomi della famiglie patrizie
gareggiavano in magnificenza con quelli degli scafi.
Si chiamino quest’ultimi Roccaforte o
Totusmundus, “simile a un castello, alle cui ombra e sotto la cui difesa
sembravano stare tutte le altre navi”, siano biremi, triremi o quinqueremi,
come quella che Vettor Fausto progetterà e realizzerà nella prima metà del
Cinquecento, si rispecchiano nei ritratti di Lazzaro Mocenigo, capitano
generale da Mar, morto nella battaglia dei Dardanelli del 1657, opera di
Nicola Ranieri, di Jacopo Foscarini dipinto dal Tintoretto, dei comandanti di
galera a Lepanto Giovanni Mocenigo e Pietro Barbarigo, della scuola di
Tiziano.
La
fiancata di galea generalizia del primo, relitto dello scoppio che la fece
saltare in aria, è ricca di ornamenti e dorature: putti, evangelisti, figure
animali; la scultura lignea della fiancata di poppa della galera ammiraglia
del Morosini rappresenta due mori intenti alla fatica sormontanti dallo
stemma con l’arme di famiglia. Il grande quadro “San Marco assiste i
provveditori all’Armar nell’arruolamento delle milizie marittime” di
Battista d’Agnolo del Moro, simboleggia una filosofia e una pratica di
governo: l’idea di una civiltà benedetta dal cielo che si estrinseca in un
dominio politico ed economico.
I
portolani, le carte nautiche, la “sfera celeste” del Coronelli, “cosmografo
della Serenissima Repubblica” sono l’altra faccia dei plastici in legno,
cartapesta, gesso e stucco di Candia e di Canea, di Famagosta e di Zara con i
quali Venezia studia i suoi possedimenti e quelli altrui, fortifica le
proprie difese e si prepara a espugnare quelle nemiche.
Colubrine
intarsiate con teste e corpi di leoni, falconi, aspidi da 12 libre,
palle incatenate e cannoni in bronzo fanno da cornice alle stampe dell’abate
Maffioletti, si tratti dell’assedio della piazza di Corfù, nell’estate
del 1715, con la flotta veneta e quella ottomana colte nel loro posizionarsi,
o delle malinconiche incisioni relative all’Arsenale prima della
dissoluzione, della Repubblica del 1797, durante l’interregno napoleonico e
poi sotto il dominio austriaco.
Tutto
è riprodotto minuziosamente, dalle feluche alle carene delle navi in
rimessaggio, dalle palizzate per conservare i roveri e i galleggianti, alle
peatte interne, alle gomene, ai chiodi, alle sartie, epitaffio di un mito
millenario che nel momento in cui scompare lascia attoniti e senza fiato.
E poi i modelli. La galera triremi del XVI secolo, la galeazza che
la sostituirà, con l’artiglieria montata per la prima volta sulla
fiancata, carta vincente della battaglia di Lepanto, le navi a velatura
quadra di quando la forza del vento subentra a quella delle braccia, l’ultimo
Bucintoro varato nel 1768, pura magnificenza e potenza.
Allorché
Venezia chiude la sua storia, all’Arsenale lavorano duemila operai. Quando
Dante vi arriva nel 1312, inviato da Guido Novello da Polenta, signore di
Ravenna, per festeggiare Marino Zorzi e la sua assunzione alla dignità
ducale, ce n’erano cinque volte tanti. Il testamento del Doge Tomaso
Mocenigo, morto nel 1423, ne conta 16mila e cento galere in cento giorni
possono essere approntate contro la minaccia che viene da oriente. “Nell’arzanà
de’ Veneziani /… chi ribatte da proda e chi da poppa; / Altri fa remi ed
altri volge sarte, / chi terzeruolo ed artimon rintoppa”.
Ancora per tutto il Seicento il
sistema-Venezia resse. Se Candia cade nel 1669, subito dopo è la Grecia
meridionale a venir tolta al Turco nello scontro che nuovamente li oppone.
La
conquista della Morea vede il Doge al comando della flotta e i patrizi
recitano la loro parte di élite alla testa di un impero.
Dopo ogni sconfitta, nota R. Pallucchini in
uno dei saggi più avvincenti di Venezia e il senso del mare, “..Venezia
parte alla riscossa, all’estrema fine del Seicento e all’inizio del
Settecento. Le sue vittorie e i suoi acquisti non le procureranno i
risultati sperati né posizioni durevoli. Ma come non ammettere che tale
duello ripetuto e rinnovantesi nel corso di questi tre secoli vada
considerato, invece che una successione di episodi staccati, sostanzialmente
come un’unità, cioè come la dimostrazione di un’inesausta capacità di energia
collettiva e di valore bellico, in un corpo di cui troppi storici avevano
scorto i segni della decadenza o dell’irreparabile estinzione?”
Quando
questa arriva è perché la possibilità di un ricambio, di un’alternanza di
potere porta con sé l’imbalsamazione di un sistema. La caduta del governo
aristocratico lagunare significherà non solo la decapitazione della classe
dirigente, ma la fine delle istituzioni in quanto tali. Venezia
suddita (Marsilio editore) sarà la cambiale che altri presenteranno
questa volta all’incasso.
Nel Padiglione delle Navi annesso al Museo
storico, situato nell’antica “officina dei remi” dell’Arsenale, le dimensioni
al naturale delle imbarcazioni permettono di farsi un’idea della magnificenza
e della lucida follia che percorse un’avventura umana e politica fra le
più prestigiose.
In Navis (Einaudi editore),
Ennio Concina ne coglie il punto più alto allorché, in quella prima metà del
1500 in cui Vettor Fausto sembra destinato a essere il “protomaestro” dei
costruttori navali, e quindi a sancire la vittoria dell’architetto
sull’artigiano, il Consiglio dei Dieci nomina Proto di San Marco Jacopo
Sansovino e lo mette a capo delle opere della basilica ducale, della piazza,
degli edifici pubblici.
“Da un lato si affida all’esperto
manipolatore di un linguaggio architettonico ‘alla romana’ il
rinnovamento della scena urbana…dall’altro s’intende affidare gli apparati da
cui dipende la forza della Repubblica, i luoghi dell’’utilitas’, a chi
detiene il sapere restituito dalle perdute scienze dell’antichità e i
principi della machinatio”.
L’avvento del “Rinascimento sul mare”,
un’idea in anticipo di due secoli su quella che poi sarà la moderna
marineria. C’è troppo ardimento e troppo precorrere i tempi perché essa possa
imporsi, e infatti l’ambizione intellettuale sarà alla fine sconfitta dalla
prosaica realtà di corporazioni e veti, giochi politici e paure psicologiche,
tradizioni malamente intese e timori per un nuovo di cui non si coglie
compiutamente il confine.
E però dà le vertigini vedere come
l’intelligenza, la volontà, il gusto per le sfide e per le grandi imprese
contribuiscono alla creazione di un mito di cui oggi, fra turismo invadente e
mediocrità indigena, restano spavalde estrinsecazioni di pietra e fantasmi di
memorie.

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Il leone di S.Marco, simbolo di Venezia

La Galera Grossa


La consegna delle chiavi della città di Zara ai veneziani in un dipinto del
Tintoretto conservato a Palazzo Ducale

L'ingresso dell'Arsenale di Venezia
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