N. 4/2000

Paolo Ghisoni

Era iniziata nel segno della storica vittoria sulla Scozia. Ed è finita con la vendetta indiretta degli stessi scozzesi sui colori azzurri.

La prima esperienza italiana nel torneo di rugby più prestigioso del continente si è conclusa con un prevedibile ultimo posto. Il “Cinque nazioni” si è  allargato a “Sei nazioni” proprio per far posto alla nostra nazionale, che nell'ultimo decennio ha fatto vedere finalmente qualcosa di buono a livello di continuità di risultati.

Tuttavia la manifestazione tra le migliori rappresentative d'Europa ha emesso un verdetto secco: c'è ancora un divario tecnico-tattico importante tra l'Italia della palla ovale e le più titolate nazioni europee.

Partiamo dall'inizio, cioè dall'aver convinto un comitato organizzatore molto conservatore a farci posto nell'élite del rugby. E dal sogno di poterci confrontare con le nazionali storicamente più prestigiose negli stadi considerati, per la grande tradizione alle spalle,  veri e propri “templi” sportivi. Una sfida densa di orgoglio e di stimoli, che gli azzurri hanno onorato, almeno inizialmente, nel migliore dei modi.

Dicevamo della vendetta scozzese. Nel match d'esordio proprio gli eterni rivali dell'Inghilterra sono stati gli avversari della nostra nazionale.

E lo stadio “Flaminio” di Roma, parente povero del più titolato “Olimpico”, ha consumato anch'esso una piccola rivincita sul palcoscenico cittadino meglio conosciuto. Il ”16” affidato al tecnico neozelandese Johnstone ha infatti sorpreso i campioni uscenti con una gara corale strepitosa e al termine della prima giornata sul gradino più alto della classifica, accanto a inglesi e francesi, spuntava incredibilmente anche il nostro tricolore.

Un pezzo di gloria momentaneo ma denso di significato, visto che il gruppo italiano, da ultimo arrivato, veniva considerato una sorta di cenerentola o di vittima sacrificale sull'altare delle potenze rugbistiche. Allo stesso tempo gli azzurri sono riusciti subito a cancellare la possibile onta del “cucchiaio di legno”, una sorta di premio simbolico affibbiato idealmente alla squadra che al termine delle cinque giornate rimane senza vittorie.

Purtroppo quello casalingo sulla Scozia è rimasto l'unico exploit dei ragazzi di Johnstone; i successivi impegni hanno riportato il pianeta rugby nostrano al ruolo di sparring partner, capace di lottare duramente ma alla fine privo della necessaria esperienza per portare a casa altri punti.

Lo ha evidenziato anche l'ultimo confronto con la nazionale francese, recente finalista ai mondiali d'Inghilterra. Contro i transalpini teoricamente avrebbe dovuto pesare un divario tecnico tale da annullare ogni chanche di fare match pari. Il nuovo “Estade de France” parigino - con 75 mila presenti, il pubblico più numeroso nella storia della nazionale di casa - ha invece apprezzato un gruppo azzurro tonico, sconfitto solo per indisciplina e incostanza.

Il Sei Nazioni va dunque in archivio con la migliore situazione possibile per il nostro movimento; uno stadio, dove mai l'Italia dell'ovale aveva avuto l'onore di essere ospitata, conquistato dal cuore dello schieramento di Johnstone, con Diego Domiguez nelle vesti di protagonista assoluto. L'italo-argentino, come nel match d'esordio con gli scozzesi, ha dimostrato di avere ancora dei piedi capaci di trasformare in oro ogni tentativo di calciare in meta. E in prospettiva il suo ventilato addio alla nazionale, in un gruppo sostanzialmente votato alla linea verde, potrebbe essere il vero problema da affrontare e risolvere.

I riconoscimenti di avversari e stampa - su tutti il francese “Equipe” e l'inglese “Sunday telegraph” - non hanno però evitato l'ultimo posto alla nostra selezione. Nell'ultima gara, giocatasi a Edimburgo, il fanalino di coda Scozia, ancora fermo a 0 punti, è riuscito a sorprendere proprio i campioni inglesi, tra l'altro già matematicamente sicuri del successo finale.

Una vittoria intrisa di rivendicazioni storiche, che ha così rovinato agli inglesi la festa per un eventuale Grand Slam (vittoria in tutte le gare del Sei Nazioni) ma anche retrocesso, per il miglior quoziente punti, l'Italia sul gradino più basso della classifica.

Nel torneo non vale infatti, a parità di punti in classifica, l'esito dello scontro diretto ma la differenza tra mete fatte e subite. E qui il saldo azzurro era nettamente inferiore a quello scozzese.

Rimane l'enorme soddisfazione, soprattutto da parte dei giocatori, di essersi confrontati, reggendo l'urto, con la crema del rugby europeo. Un movimento che, escluse Australia e Nuova Zelanda, offre il meglio anche a livello mondiale.

E dopo la rassegna iridata di fine 1999, conclusasi con un bilancio semi-disastroso per i nostri colori, era forse l'iniezione di fiducia che una disciplina indubbiamente amata dal pubblico italiano, aspettava da tempo. Ora rimane l'interrogativo di se e come sapremo incanalare questa inerzia positiva su binari produttivi dal punto di vista dei risultati.

Visto che uomini e mezzi non ci mancano, l'obiettivo per la prossima edizione del Sei Nazioni è dimostrare che, oltre a meritarne la partecipazione, possiamo anche insidiare più da vicino chi ha deciso di concederci questo onore.

 

 

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