Molto
è stato detto e scritto su Gabriele D'Annunzio, su vari aspetti
della sua personalità, ma l'aspetto musicale, seppur presente in
modo tangibile nei suoi scritti, non è mai stato preso in piena
considerazione.
Eppure
si trovano in esso aspetti curiosi e preziosi per completare la conoscenza,
psicologica e culturale,
di questo affascinante personaggio.
Possiamo
dividere questa breve analisi in due parti, considerando dapprima gli scritti
che contengono elementi di riflessione per poi passare ai testi adottati
dai compositori per il teatro musicale.
Sotto
il primo aspetto, un musicista molto amato da D'Annunzio fu Ludwig van
Beethoven con il quale ebbe molto in comune, poiché entrambi sentivano
e interpretavano in modo particolare sentimenti quali l'orgoglio, la fierezza
e il potere della volontà.
In
“Per l'Italia degli italiani” troviamo una descrizione minuziosa e quanto
mai significativa del compositore:
“Con
quella fronte rocciosa, con quelle mascelle capaci di stritolare il ciottolo,
con quella bocca che sembra chiusa per impedire l'irruzione di una vampa,
con quel naso corto e largo come un ceffo leonino... uno che lo vide lo
assomigliò al re Lear sotto l'uragano”.
E'
una versione graffiante molto vicina all'idea dannunziana del superuomo.
Ancora
in “Per l'Italia degli italiani” (pag. 158) ritroviamo una testimonianza
della predilezione del vate per Beethoven:
“Vorrei
riscolpirvi qui potentemente le mascelle di Beethoven e le ciocche sconvolte
della sua capellatura medusea... vorrei prenderlo per le spalle quadrate
e spingere verso di voi la catapulta della sua fronte contratta e della
sua rossastra grinta leonina...”. Il poeta considerò prevalentemente
l'aspetto fisico del musicista, commentando brevemente i sentimenti e la
sua musica. Il gusto del Comandante per l'esteriorità si ritrova
anche nelle cose comuni ed è avvalorato dal fatto che nelle sue
lettere con i vari musicisti quali Alfredo Casella, Gian Francesco Malipiero,
Ildebrando Pizzetti ed altri, egli non trascura mai teatralità e
platealità. Inoltre l'aspetto fisico diventa un elemento essenziale
per il giusto successo. Questo è ciò che pensa D'Annunzio
e che evidenzia nei suoi scritti.
Il
legame con Beethoven si esprime nell'ammirazione che il poeta ha per la
tenacia e per l'indipendenza che dimostra nei confronti dei nobili. Una
sudditanza evitata attraverso sacrifici e lotte psicologiche con se stesso,
dato che per non dipendere dai nobili evitava di stare al loro servizio,
subendone le relative conseguenze economiche. Nel suo “Beethoven e la sua
figura nell'elemento dannunziano” (Ed. Il Vittoriale) Mario
Giannantoni mette ulteriormente in evidenza il carattere e la nobiltà
del grande compositore.
Nei
pensieri e nelle azioni di Beethoven si riscontra un modernismo che trascende
le usanze del primo Ottocento e che fece tanto discutere la nobiltà
del tempo:
“Bettina
Brentano, l'amica di Goethe che, conosciuta la fama del grande Musicista,
era corsa a Vienna per vederlo e che dinanzi a lui aveva avuta l'impressione
che più non esistesse l'universo, scrisse poi una lettera al Poeta
tutta pervasa d'una sconfinata ammirazione, e 'non mancò di osservare
come nessun re possedesse una tal consapevolezza della sua propria forza'
(Per l'Italia degli Italiani, pp. 158-159). Non fu egli infatti che al
passaggio della famiglia imperiale in una via di Teplitz, in Boemia, mentre
Goethe, ch'era con lui, si manteneva per tutto il passaggio curvo, con
il cappello in mano, egli, fiero e superbo, attese che il duca Rodolfo
si togliesse per lui il cappello e l'imperatrice per prima lo salutasse?
Non fu egli che, parlando di Napoleone, dopo la vittoria di Jena, disse:
'Peccato ch'io non m'intenda di guerra come di musica! Lo vincerei!'”.
Per
quanto riguarda gli affetti di Beethoven egli scrisse nel “Più che
l'amore” (p. 66):
“Ma
pensa alla divina ingenuità del suo amore per Giulietta Guicciardini;
pensa alla sua passione chiusa e fedele per Teresa di Brunswick. L'una
lo condusse fino alla tentazione del suicidio, l'altra gli aprì
una piaga indimenticabile. L'una e l'altra lo lasciarono solo, dopo averlo
aggravato di dolore. Entrambe compirono su l'eroe un'opera sterile. Egli
non avrebbe figli se non dall'Eternità”.
D'Annunzio
soffriva per il triste destino di Beethoven, sottolineando in prevalenza
l'aspetto amoroso che dette grandi e profondi dolori al compositore.
Forse
D'Annunzio si ritrovava in questo personaggio? Molto probabilmente il Comandante,
pur essendo ammirato e vezzeggiato dalle donne, non era riuscito a trovare
quella stabilità così importante per la sua vita.
Di
conseguenza per l'ennesima volta i collegamenti tra Beethoven e D'Annunzio
diventano profondi quando il poeta analizza il musicista nei rapporti con
gli altri. Sempre nello scritto dannunziano “Per l'Italia degli Italiani”
troviamo un breve passo che sottolinea ulteriormente la grande tempesta
psicologica che il compositore solleva nell'animo del poeta:
“Vorrei
rappresentarvi i grandi sussulti della sua forza e i grandi furori della
sua solitudine senza più amore di donne e senza più ambizione
di agi”.
Se
notiamo, D'Annunzio mette in evidenza due elementi fondamentali della sua
vita che egli ritrova nell'esistenza beethoveniana e cioè l'amore
per le donne e gli agi.
Due
componenti che, se in Beethoven erano inesistenti, in D'Annunzio dominavano.
Quindi è questo contrasto che esalta il mito di Beethoven agli occhi
suoi. Esiste una frase del compositore: “Voglio afferrare il destino alla
gola” che calza perfettamente con la figura beethoveniana; poiché
i due personaggi reagivano agli attacchi del destino in modo deciso, quasi
violento; frantumando gli ostacoli che trovavano sul cammino.
Nel
già citato scritto di Giannantoni si trova questo tipo di filosofia
della vita, coerente con il carattere di entrambi:
“Non
ha forse egli scritto nell'Avvertimento in 'Contro uno e contro tutti':
'Più d'una volta ho forzato la mia patria: talvolta con la mia arte
e talvolta con la mia volontà: arte e volontà di vittoria”?
A che valsero le incomposte e ignobili intemperanze di alcuna critica e
talvolta del pubblico contro qualche sua opera se non a rendere il Poeta
più fermo, più compatto nel suo proposito di vincere? Quanto
più la “vil canizza” s'inferociva per morderlo, tanto più
in alto egli ergeva contro di essa la muraglia insuperabile e incontrollabile
della sua volontà, che la consapevolezza del proprio genio nutriva
potentemente”.
E
se grande fu l'orgoglio di Beethoven, come si è visto, non meno
grande fu quello di cui è sempre apparso armato Gabriele D'Annunzio
contro le diminuzioni, le violazioni, le ingiurie d'ogni sorta.
(continua)
|
|