Il
risultato operativo è stato pesantemente eroso dalle rettifiche
su crediti e partecipazioni che hanno inciso sul conto economico per oltre
2.300 miliardi... Tra queste si segnalano:
- svalutazioni su crediti
per oltre 1.100 miliardi, anche a seguito dell'utilizzo di criteri interni
di classificazione più stringenti per i passaggi delle posizioni
a incaglio e sofferenza;
- perdite per transazioni
e cessioni per oltre 200 miliardi, nelle quali rientrano 139 miliardi di
perdite per la cessione pro-soluto di sofferenze immobiliari per un valore
nominale di 420 miliardi alla società Morgan Stanley;
- stralci di crediti in
procedura concorsuale per oltre 340 miliardi;
- appostazione di ulteriori
rettifiche forfettarie di 200 miliardi a fronte del rischio fisiologico
sui crediti in bonis;
- svalutazioni di partecipazioni
per oltre 330 miliardi, relative soprattutto a società operanti
nel settore immobiliare”.
Con queste poche righe un
comunicato stampa dell'Istituto Bancario San Paolo di Torino informa che
il Consiglio di Amministrazione ha di fatto preso atto che nei bilanci
si sono accumulate perdite per oltre duemilatrecento miliardi! Duemilatrecento
miliardi sono una cifra enorme! Una perdita che avrebbe dovuto vedere i
membri del Consiglio coprirsi il capo di cenere, vestire il saio della
penitenza ed indossare scalzi zoccoli di legno.
Un “buco” di cui avrebbero
dovuto e dovrebbero arrossire per non essere intervenuti in tempo; per
aver concesso crediti con colpevole superficialità (vogliamo escludere
la malafede ed il clientelismo); per non essersi accorti tempestivamente
che i debitori facevano acqua; per non aver assunto adeguate iniziative
ai fini del recupero; per non aver proposto nei precedenti bilanci appropriati
accantonamenti.
Invece niente. Per loro,
per questi “guru” della finanza italiana, tutto si spiega così:
“L'onere è riconducibile
al persistere della crisi del settore immobiliare, ad una serie di azioni
intraprese dalla Banca ai fini di migliorare la qualità dell'attivo”.
Già! Proprio così!
Per “migliorare la qualità dell'attivo”. C'è da non crederci
ed invece è vero.
Accorgersi tardivamente
di un buco di 2.300 miliardi è, per loro, una iniziativa per “migliorare
la qualità dell'attivo”.
Innanzi ad una affermazione
di questo tipo, leggendo queste frasi in un comunicato stampa emesso affinché
vengano riprese e diffuse, c'è da chiedersi se il contenuto di quel
comunicato risponde al vero o è uno scherzo di cattivo gusto.
Questi stessi Amministratori,
infatti, il 15 settembre 1997 (e cioè soltanto pochi mesi addietro),
commentando la Semestrale assicuravano (pag. 52):
“L'esame delle posizioni
a rischio a valori lordi consente di apprezzare la severa politica di copertura
attuata dall'Istituto.
Le rettifiche complessive
dei crediti in sofferenza e degli incagli si sono infatti attestate rispettivamente
al 37,3% e al 20,5% dei rispettivi importi, livelli di assoluto rilievo
anche tenuto conto del fatto che i medesimi risultano già fortemente
abbattuti dagli stralci definitivi effettuati sulle posizioni in procedura
concorsuale” (il grassetto è nostro).
Quindi, sottolineavano a
settembre “la severa politica di copertura attuata dall'Istituto”, nonché
“i livelli di assoluto rilievo” degli accantonamenti.
Ma c'è di più.
A pag. 72 della Semestrale,
indicando i “criteri di valutazione” dei crediti, è precisato:
“I crediti, in linea capitale
ed interessi, sono valutati al valore presumibile di realizzo, calcolato
in base alla situazione di solvibilità dei debitori...
La determinazione del presumibile
valore di realizzo è effettuata sulla base di un approfondito esame
dei crediti in essere a fine semestre tenendo conto del grado di rischio
caratterizzante le singole tipologie di impieghi e del rischio fisiologico
latente nel portafoglio crediti 'in bonis'. In dettaglio:
- i crediti in sofferenza,
ossia i crediti verso soggetti in insolvenza o in situazioni comparabili,
sono valutati analiticamente;
- i crediti incagliati,
ossia i crediti verso soggetti in temporanea difficoltà, sono valutati
analiticamente;...” (il grassetto è nostro).
Gli Amministratori, quindi,
hanno assicurato di aver compiuto un “approfondito esame dei crediti in
essere a fine semestre” e la valutazione “analitica” dei crediti in sofferenza
e di quelli incagliati.
E allora? Nella Semestrale
hanno affermato il falso? Non c'era stata la valutazione analitica? Quali
emergenze sono intervenute fra il 30 giugno (Semestrale) ed il 31 dicembre
(Bilancio) per far venire allo scoperto perdite per oltre 2.000 miliardi?
Il Collegio Sindacale che ha esaminato la Semestrale, ha accertato che
i criteri indicati dal Consiglio avessero avuto concreta attuazione e non
fossero soltanto una mera enunciazione non suffragata dai fatti?
La Arthur Andersen S.p.A.,
società di revisione, nella sua Relazione alla Semestrale datata
19.9.97 ha asseverato: 1) di aver assoggettato a revisione contabile la
Semestrale; 2) di aver effettuato i controlli ritenuti necessari; 3) che,
a suo giudizio, “i prospetti contabili e la nota integrativa presentano
correttamente la situazione patrimoniale e finanziaria ed il risultato
economico”.
A questo punto aspettiamo
di leggere quello che la Andersen scriverà in merito al Bilancio
d'esercizio sugli oltre 2.000 miliardi di perdite emerse “improvvisamente”.
Amaramente si deve prendere
atto di queste (ma è poi certo che non aumenteranno?) migliaia di
miliardi gettati al vento.
Per questi strani banchieri
non soltanto i miliardi, non soltanto le centinaia di miliardi, ma anche
le migliaia di miliardi sono soltanto numeri ormai riportati senza gli
zeri.
Sono personaggi che non
hanno una parola di autocritica; che non si sentono responsabili di ciò
che hanno gestito male; che, invece, spesso si pavoneggiano per qualsiasi
annotazione positiva anche se non deriva dalle loro decisioni.
In particolare è
difficile, veramente difficile, ritenere esente da rilievi l'attuale Amministratore
Delegato (e ieri Direttore Generale) Luigi Maranzana. Gli incarichi da
lui ricoperti sono quelli tipici di "line" e quindi della più diretta
responsabilità operativa.
Guardando l'andamento del
titolo la cui quotazione è quasi raddoppiata dal giugno '97 (da
quando cioè si seppe che la Banca nel primo semestre aveva peggiorato
i propri conti rispetto al 1996 del 19%) viene da chiedersi se poi, tutto
sommato, non ha avuto ragione Umberto Agnelli, presidente dell'IFIL (importante
neo-azionista del San Paolo). Agnelli ha di recente ha affermato (Corriere
della Sera, 1.3.98) che la “pulizia” nei conti del San Paolo “era necessaria”
e che il “mercato” l'avrebbe apprezzata.
Pensavamo che fosse una
“boutade”, prendiamo atto che era una previsione. Una previsione fondata
su una conoscenza del “sistema” che certo ha una sua logica, della quale
- ai comuni mortali - sfugge la “ratio”.
Se tanto mi dà tanto,
c'è da chiedersi a quanto sarebbe “schizzato” il titolo se fossero
emerse perdite non di 2.300 miliardi, ma magari (perché no?) di
4-5.000 miliardi. Sai che affari in Borsa?
Migliaia di miliardi al
vento.
Disamministratori al potere.
Purtroppo niente di nuovo.
Il Banco di Napoli insegna.
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