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Aristide Malnati
 
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La Sfinge si staglia imponente ai piedi della piana di Gizah e con il suo misterioso sorriso ammalia dalla notte dei tempi il visitatore che intimorito si reca al suo cospetto. Ma “Abu el-Hol” (“Il padre del terrore”, così è chiamata la Grande Sfinge in lingua araba) è malato e i suoi sono acciacchi cronici, che secoli e secoli di restauro hanno arginato e contenuto in qualche maniera, ma non eliminato. Vi è da sottolineare in primo luogo che l'immensa statua è stata spesso insabbiata fino alla testa e che quindi l'umidità, risalendo attraverso la sabbia, ha intaccato il corpo: una stele di granito, posta tra le zampe anteriori, narra che al Faraone Thutmosis IV apparì in sogno Chefren divinizzato che gli intimava di liberare la Sfinge dalla sabbia. E una simile operazione si è ripetuta più volte nel corso della storia fino al 1925 quando l'animale dalla testa umana fu disinsabbiato per l'ultima volta (dell'evento ci sono ancora alcuni testimoni oculari tra gli anziani del Cairo). 
La Sfinge, al di là di tutte le teorie tanto suggestive quanto fallaci di attribuirla agli extraterrestri fondandosi sul fatto che l'orientazione astronomica delle tre Piramidi corrisponderebbe alla costellazione di Orione 10500 anni prima di Cristo, è stata edificata nel 2.600 circa a. C. per ordine del Faraone Chefren a custodia dell'immensa necropoli di Gizah, a custodia dunque delle tre Piramidi, ma anche delle numerose fosse e tombe per i notabili e per la gente comune. Era una prassi degli antichi egizi, e allo stesso modo degli egizi di epoca tolemaica e romana, di disporre sfingi o statue di leoni a guardia di aree cimiteriali o di aree sacre (o anche di vie processionali che conducevano ai templi, come i due leoni ai lati della via sacra che a Tebtynis, nell'oasi del Fayum, sbocca nel tempio del dio-coccodrillo Sobek). 
La malattia dunque del Padre del Terrore si è aggravata negli ultimi decenni, tanto che nel 1988, dopo che si disgregò un pezzo di spalla, il Governo Mubarak ha dato vita a una commissione di esperti per affrontare il problema. Di fronte a un pullulare di proposte e di progetti da tutto il pianeta (la Sfinge d'altronde è patrimonio della cultura mondiale, ha valore assoluto, transnazionale), gli egiziani, guidati dal Ministro per la Cultura Farouk Hosni, hanno deciso di effettuare un restauro "Made in Egypt", forti ormai di tecniche all'avanguardia apprese in decenni di collaborazioni con i Paesi occidentali. Le operazioni degli esperti egiziani sono consistite in un grande tentativo di contenimento delle parti maggiormente a rischio di disgregazione; sono stati utilizzati circa 100.000 blocchi da sistemare sui fianchi e sulle zampe della statua colossale per contenere la caduta dei pezzi pericolanti: una sorta di imbragatura di pietra tale da fornire sicurezza e da combattere gli agenti esterni, che intaccavano e tuttora intaccano la Sfinge. Il team egiziano ha operato questo genere d'intervento nella convinzione che gli acciacchi della Sfinge fossero dovuti all'inquinamento del Cairo (16 milioni di abitanti) e all'azione corrosiva del vento e della sabbia; eppure vi è chi - proprio un esperto italiano - avrebbe individuato nell'umidità che filtra dal terreno il nemico più acerrimo per la salute dell'animale dal viso umano. 
Si tratta del Prof. Giuseppe Fanfoni, Direttore del prestigioso Centro italo-egizio per il restauro e per l'archeologia con sede nel quartiere islamico del Cairo ai piedi della Cittadella. Fanfoni, da più di 30 anni impegnato nel restauro di monumenti egiziani (in special modo nella Capitale), si è segnalato per un'impeccabile opera di ristrutturazione del Sama' Khana, il Teatro dei Dervisci Mevlevi, che costoro edificarono (per le loro danze a motivi geometrici) nel '500 dopo essere arrivati in Egitto dalla loro città d'origine, Konya in Turchia. Nel suo lavoro decennale il Professore si è trovato a combattere contro l'umidità che intaccava i muri portanti dell'imponente struttura erodendoli giorno per giorno; contro una simile calamità un solo tipo d'intervento appariva efficace, per quanto drastico: tagliare i muri in questione per inserirvi materiale isolante. Con una potente sega idraulica (che quindi non produceva vibrazioni), Fanfoni eseguì il suo piano in modo impeccabile, creando uno spazio di pochi centimetri di volta in volta riempito con resine, cementi speciali e altre sostanze per bloccare il passaggio del nemico micidiale e altamente corrosivo; un foglio laminato fu inserito nel taglio per completare con efficacia l'operazione. 
Fanfoni è convinto (e molti esperti lo sono insieme a lui) che il restauro si possa ripetere su tutti quei monumenti (e al Cairo sono tanti!) intaccati dall'umidità, quindi anche sulla Sfinge; è ovvio quindi che il Professore, pur ritenendo l'intervento dell'équipe egiziana ben eseguito e di pregevole fattura, tuttavia insufficiente, abbia fatto un suo progetto e l'abbia presentato ai tecnici di Mubarak, che in un primo tempo l'hanno approvato ma che poi hanno inventato mille impedimenti per bloccarlo (tra l'altro Ali Hassan, uno degli ultimi Direttori del Servizio delle Antichità egiziane, avrebbe affermato che l'intervento di Fanfoni sarebbe adeguato per i monumenti islamici, come il Teatro dei Dervisci, ma non funzionerebbe su quelli faraonici: quasi che fosse una questione di religione!). Fanfoni però non demorde e, pur tra innumerevoli difficoltà (non poche delle quali arrecategli dalla Cooperazione allo Sviluppo, l'ente del Ministero degli Esteri che ha boicottato numerosi progetti del Professore perché finalizzati a formare dei tecnici “in loco” e poco inclini a interventi spettacolari, forieri magari di scoperte eccezionali ma di nessun valore didattico per gli egiziani), si impegna nei suoi 6/7 mesi all'anno nel trambusto del Cairo a fermare il degrado di monumenti conosciuti e non. 
Il suo lavoro sistematico e volto a formare una scuola di restauro che collabori con prestigiose università egiziane, rappresenta senza dubbio un esempio più unico che raro di come dovrebbero essere concepiti gli interventi nel Paese archeologicamente più famoso al mondo, che spesso purtroppo diventa terra di conquista per mestieranti impreparati più che oggetto di ricerca per studiosi competenti.  
E gli italiani non brillano certo per la loro attenzione o per i dovuti scrupoli. Accanto a Fanfoni (chi scrive lavora da un decennio con l'Institut Français d'Archéologie Orientale del Cairo e può garantire che gli scavi transalpini sono tutt'altra cosa) ci peremetteremo di salvare gli Egittologi dell'Università di Pisa (in particolare Paolo Gallo da più di 10 anni attivo nel Fayum e ora ad Alessandria), sicuro di dimenticare poche eccezioni a questo modo improvvisato di fare Archeologia. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Uno dei due leoni posti a guardia 
della via sacra di Tebtynis (Egitto)
 
 
 
 
 
 
Interno del teatro dei Dervisci prima del restauro del Prof. Fanfoni 
(Cairo - Egitto)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Mausoleo di Hasam Sadaga, 
accanto al teatro dei Dervisci, anch'esso oggetto di restauro da parte del Prof. Fanfoni
 
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