Non
soffia più il vento sul figlio prediletto.
Carl
Lewis, intramontabile campione dell'atletica mondiale, ha deposto le armi.
E' accaduto sul finire della passata stagione. Ufficialmente con il meeting
di Berlino, agosto 1997. Ma con il cuore in mano a Houston in settembre,
nel suo stadio e davanti alla sua gente, dove Lewis ha corso una simbolica
staffetta con i compagni del Santa Monica, il club californiano nel quale
è cresciuto.
Solo
adesso, però, con la nuova stagione dell'atletica leggera ai nastri
di partenza, ci si accorge realmente dell'enorme vuoto che l'addio del
velocista-saltatore ha lasciato. Per ora la nostalgia è ancora contenuta;
i meeting Indoor sono sempre stati snobbati dal grande campione di Birmingham,
Alabama. Ma quando ad aprile si ripartirà con i grandi eventi su
pista all'aperto, non si potrà fare a meno di notare l'ingombrante
ombra della sua assenza.
Ingombrante
non solo sul piano dei numeri sportivi. Lewis non è stato solo un
personaggio sportivo di primissimo ordine.
L'atletica
come altre discipline olimpiche, lievita solo quando propone uomini capaci
di associare grandi imprese ad altre caratteristiche carismatiche fuori
dal terreno di gara. Michael Jordan, Cassius Clay, Ronaldo ed anche il
nostro Alberto Tomba sono solo alcuni dei compagni di viaggio del “Figlio
del vento”, questo il soprannome più in voga per Carl. Gente capace
di essere protagonista anche e soprattutto grazie allo sfruttamento della
propria immagine promozionale. Se la prima carriera di Lewis è infatti
terminata, se ne apre ora una seconda: quella che potrebbe portare all'immortalità
del mito.
La
sua longevità agonistica ha toccato punte inconsuete anche per i
tempi odierni in cui la vita media di un atleta ha scoperto durate sorprendenti.
Lewis però ha saputo accompagnarla da prese di posizione etiche
spesso fonte di severe disamine.
Ma
non solo; accanto all'incontentabile e testardo cacciatore di primati,
cresceva anche il testimonial di miliardarie campagne pubblicitarie ad
effetto. “Re Carl” che balza a New York con disinvoltura dalla statua della
Libertà all'Empire State Building rimarrà negli occhi di
molti aficionados. Così come l'impresa di un'azienda francese di
automobili capace di trascinarlo al monastero messicano di Queretaro per
vestirlo da frate e mandarlo su una delle sue macchine.
Inutile
provare a quantificare gli zeri come compenso a simili spot. Più
facile invece raccontare il tesoro agonistico dell'ormai 37enne atleta
di colore nella duplice veste di velocista-saltatore in lungo, capace di
vincere la bellezza di 9 ori e 1 argento ai giochi olimpici ma anche 8
ori, 1 argento, un bronzo ai Campionati Mondiali. Per non parlare dei record
mondiali stabiliti, ai quali comunque non ha mai badato molto, evitando
salti o sprint in altura come altri colleghi.
Quattro
volte il re dell'atletica mondiale degli anni '80-'90 ha saputo infrangere
e migliorare il primato sui 100 metri piani. In 6 occasioni quello della
staffetta 4x100 e in 3 quello del lungo.
Nella
sua agenda gli appuntamenti con la storia cominciano alle Olimpiadi di
Los Angeles 1984.
Vince
la medaglia d'oro al primo balzo. Concede il bis a Seul nell'88 in una
gara cominciata solo un'ora dopo la fine delle batterie dei 200 a cui aveva
naturalmente presenziato. Ma il primato sconvolgente appartiene proprio
a questa disciplina. Quattro vittorie consecutive nel Lungo ai giochi d'Olimpia
rappresentano un'impresa senza precedenti per una specialità dove
nessuno ha mai vinto più di una volta.
L'ultimo
grande acuto ad Atlanta, due anni fa. I trials, le gare di qualificazione
americane, sanciscono il suo tramonto come velocista ma concedono in extremis
la partecipazione al palcoscenico preferito dal fenomeno dell'Alabama.
C'è un misto di ironia, scetticismo e umana cattiveria, che la gente
riserva solo ai grandissimi che fanno la storia, nei commenti dopo la sofferta
qualificazione all'Olimpiade '96. Ma la notte italiana del 29 luglio, ore
20 e 12' locali, segna il momento del balzo di Carl Lewis verso l'immortalità
sportiva. Il suo salto di 8 metri e 50 è inavvicinabile per i vari
Bexckford, Powell, Pedroso e Green. E' l'ultimo splendido gesto che ci
regala l'ex gracile, timido e balbuziente adolescente di Birmingham, che
sette centimetri in tre mesi consegnano alle leve della Willingboro High
School del New Jersey prima che a un destino da fuoriclasse.
Voleva
stupire tutti e c'è riuscito. Solo Hillary Clinton, tifosa eccellente,
credeva nella sua ennesima impresa e gli aveva inviato un messaggio di
augurio.
La
storia del volto sportivo conosciuto praticamente in ogni angolo del pianeta
si chiude qui. Il groppo in gola gli viene però nell'antico stadio
Olimpico di Berlino, nel meeting dell'addio, con oltre 50mila persone che
scandiscono il suo nome. Rimpianti? “Solo uno: quello di non aver lasciato
eredi. Ma forse è giusto così. Non si può aver tutto
dalla vita”.

|
|
|