di
Giulio Nascimbeni
Si
racconta che uno degli eredi del grande Henry Ford (1863-1947), il creatore
della società automobilistica statunitense Ford Motor, un giorno
abbia detto ai suoi più stretti collaboratori: “Ma chi è
mai questo signor Ferrari? Ogni lunedì è citato gratis da
tutti i giornali del mondo, mentre gli altri come noi debbono, per ottenere
molto meno, spendere milioni di dollari in pubblicità”.
Al
fondo di queste parole ci sono invidia e anche tanta ammirazione.
E
il fatto che le abbia pronunciate un industriale americano è un'ulteriore
prova di quanto più volte è stato scritto: e cioè
che in America Enzo Ferrari è l'italiano più famoso dopo
Cristoforo Colombo.
Sono
stati e sono notissimi anche Federico Fellini, Sophia Loren, i nostri stilisti
con Giorgio Armani in testa, anche lo scrittore Umberto Eco dopo il successo
planetario del romanzo “Il nome della rosa”.
Tra
quelli che sono scomparsi, oltre a Fellini, era celebre anche Giovanni
Guareschi che rivelò agli States l'Italia paesana, rissosa e bonaria
di Don Camillo e Peppone. Ma nessuno, veramente nessuno, può rivaleggiare
con Enzo Ferrari.
Perché
parliamo di lui? Il motivo è molto semplice: lo scorso 20 febbraio
ricorreva il centenario della nascita. E qui bisogna subito affrontare
un'altra domanda: come si può definire Enzo Ferrari? Già
lo abbiamo presentato come l'italiano più famoso in America dopo
Cristoforo Colombo.
Ma
non basta. Altri appellativi hanno accompagnato la vita di quest'uomo.
Lo hanno chiamato il Grande Vecchio, il Mago, il Fenomeno, il Richelieu
delle automobili, il Manzoni dei motori.
Per
molti era semplicemente l'Ingegnere, dopo che nel 1960 l'Università
di Bologna gli conferì la laurea “honoris causa” in ingegneria.
In quell'occasione dichiarò: “Provo un grande imbarazzo, quasi un
senso di vergogna, pensando che lo stesso riconoscimento fu dato anche
a Guglielmo Marconi che io considero uno dei massimi geni di questo secolo”.
Non
era un tecnico, un progettista nel senso stretto del termine. Invitato
a chiarire le sue funzioni, rispose: “Mi ritengo un agitatore di uomini
e di problemi tecnici”.
E
aggiunse: “Un costruttore dev'essere colui che ha la cosiddetta folgorazione
e che, nella sua testa, immagina il modo migliore per interpretarla. E
qui entrano in campo i collaboratori che devono tradurre le idee in una
macchina”.
Ferrari
era stato un discreto pilota, ma senza mai raggiungere importanti traguardi.
Aveva lavorato per la Fiat e per l'Alfa Romeo, ma soltanto dopo la seconda
guerra mondiale riuscì a realizzare le automobili che portano il
suo nome.
L'idea
di avere come simbolo il cavallino rampante gli fu suggerita dai conti
Enrico e Paolina Baracca, i genitori di Francesco, l'aviatore eroe della
prima guerra mondiale che aveva fatto dipingere quel simbolo sulla carlinga
del suo aereo da caccia.
Se
le vittorie nella Formula Uno sono alla base della fama di Ferrari, la
bellezza, l'eleganza, la potenza delle berlinette e delle spider granturismo
hanno fatto passare da Maranello re e regine, principi e principesse: da
Leopoldo del Belgio a Giuliana d'Olanda e al marito Bernardo, dallo Scià
di Persia al re di Giordania Hussein. E con le teste coronate musicisti
come Von Karajan e il pianista Benedetti Michelangeli, il celebre cardiochirurgo
De Bakey, divi di Hollywood come William Holden e Tony Curtis, Peter Sellers
e Clint Eastwood, Sammy Davis e Paul Newman.
Un
giorno domandarono a Ferrari: “Qual è stato il più grande
pilota che lei ha conosciuto?”. Rispose senza esitazioni: “Tazio Nuvolari”.
Di Nuvolari, il costruttore Porsche aveva detto: “E' il più grande
pilota del passato, del presente e dell'avvenire”. Ferrari si sentiva legato
a Tazio anche dal dolore: il Grande Vecchio aveva perduto il figlio Dino,
il pilota entrambi i figli maschi.
La
leggenda di Tazio Nuvolari (1892-1953) era già nel suo nome. Per
un corridore, chiamarsi Nuvolari suggeriva qualcosa di burrascoso, di veloce
e di lampeggiante come, appunto, sono le nuvole. Allora, ai tempi gloriosi
del campione, molte strade non erano asfaltate. Nuvolari aggiungeva alle
immagini legate al cielo quelle, più prosaiche e terrene, dei nembi
di polvere sollevati dalla sua auto e dalla sua motocicletta.
I
tardi pomeriggi di tanti giorni della mia infanzia si consumarono nell'attesa
di sentir arrivare Tazio fra i pioppi e i platani degli interminabili rettilinei
padani: quattordici chilometri separavano il suo paese mantovano, Castel
d'Ario, dal mio. Nuvolari era di bassa statura, un omino rinsecchito dal
volto lungo e dagli occhi di brace. Una zia in comune univa le nostre famiglie.
Quasi
anticipando le imprese e le stranezze legate al nome Nuvolari, verso la
fine dell'Ottocento questa zia, per il viaggio di nozze, era andata in
tandem con il marito da Castel d'Ario fino a Napoli. In casa c'è
ancora l'ingiallita fotografia della coppia al momento della partenza.
Il
mondo di Tazio non ha più alcun rapporto, se non nella memoria,
con i bolidi di oggi, con i computer inseriti nei cruscotti, con i piloti
vestiti come astronauti.
Lui,
che aveva un coraggio quasi sovrumano, correva indossando una maglietta
di un giallo pallido con un nastrino tricolore, fermato al collo da una
spilla d'oro a forma di tartaruga che gli aveva regalato Gabriele D'Annunzio.
Vittorioso
su tutti i traguardi, compreso quello dell'americana coppa Vanderbilt nel
1936, Nuvolari restò sempre un uomo semplice: Castel d'Ario, Mantova,
le visite nei vicini paesi della Bassa Veronese, le partite di caccia nelle
valli che fiancheggiano il corso del Po.
La
durata d'una leggenda non si misura soltanto sulle irripetibili imprese
delle piste: conta l'uomo nella sua interezza, spesso laconico e triste
pur tra i fragori dei trionfi.
Conta
- è giusto dirlo - anche certa sua ridente follia. In un caffè
del centro di Mantova, un amico si congedò da Tazio perché
doveva andare alla stazione.
“Ti
accompagno con la mia auto”, fu la risposta. L'amico cercò di rifiutare:
conosceva il debole di Nuvolari per la velocità e non lo tentava
la prospettiva di una corsa spericolata nelle vie cittadine. “Giuro che
non supererò i cinquanta all'ora”, replicò Tazio a mantenne
onorevolmente la promessa. Solo che il tragitto dal caffè alla stazione
fu tutto compiuto in retromarcia, tra lo sbalordimento e i brividi dei
passanti.
L'episodio
mi fu raccontato qualche ora dopo perché l'amico della corsa in
retromarcia di Nuvolari era mio padre.
Data
l'età (avevo sei o sette anni), risi come se avessi assistito alla
scena più esilarante di una comica del cinema muto, a una “silent
comedy” di Charlot o di Mack Sennett. Adesso quella scena remota è
soltanto una favola che è stata vera.

|
by
Giulio Nascimbeni
It
is said that one of the heirs of the great Henry Ford (1863-1947), the
founder of the American car company Ford Motor, one day told: “Who on earth
is this Mr Ferrari? Every newspaper around the world mentions him every
Monday for free, while for people like us, when we want to get even less
than that, must spend millions of dollars in advertising”.
The
fact that tthese words were said by an American industrialist further proves
that Enzo Ferrari is the most famous Italian after Christopher Columbus
in America. Other Italians were and are very famous too, like Federico
Fellini, Sofia Loren, our fashion designers with Giorgio Armani on top
of the list, and even the writer Umberto Eco after the world-wide success
of his novel “The name of the rose”.
Among
those who have passed away, besides Fellini, there is Giovanni Guareschi
who revealed the United States Don Camillo and Peppone's rural, quarrelsome
and good-natured Italy. Nobody, really nobody, however, could rival Enzo
Ferrari.
Last
February 20 was the centenary of his birth. Now it is immediately necessary
to answer another question: how could Enzo Ferrari be defined?
He
was not a technician, an engineer in the precise meaning of the word. When
he was asked to specify what his precise functions were, he answered: “I
think I am an agitator of men and of technical problems”.
And
he added: ”An engineer must have a flash and must imagine the best way
to interpret it in his head. That is where the team gets involved: it must
transform ideas into a car”.
Ferrari
had worked for Fiat and Alfa Romeo, but he managed to build the cars the
bear his name only after the Second World War. If the victories in Formula
1 racing lie at the base of Ferrari's fame, the beauty, the elegance, the
power of the sedans and two-seater sports-cars made kings and queens, princes
and princesses go to Maranello. And with the crowned heads came musicians
like Von Karajan and the pianist Benedetti Michelangeli, the famous heart
surgeon De Bakey, Hollywood stars like William Holden and Tony Curtis,
Peter Sellers and Clint Eastwood, Sammy Davis and Paul Newman.
One
day Ferrari was asked: “Who was the greatest driver you have ever met?”.
He answered without hesitating: “Tazio Nuvolari”.
I used
to spend many afternoons of my childhood days waiting to hear Tazio Nuvolari
(1892-1953) arriving among the poplars and the plane trees of the never
ending straight streets along the Po: fourteen kilometres separated his
Mantuan village, Castel d'Ario, from mine. Nuvolari was short, thin, had
a long face and burning eyes. Our lives were united by a common aunt.
He
had an almost superhuman courage, he would race wearing a light yellow
shirt with the three-coloured ribbon held to his neck by a turtle-shaped
golden pin that Gabriele D'Annunzio once gave him.
He
achieved all the goals he raced for, including the American Vanderbilt
Cup in 1936.
Nuvolari,
however, always remained a simple man: Castel d'Ario, Mantua; he visited
the near-by villages of the Bassa Veronese, he took part to hunting parties
in the valleys stretching along the Po. The duration of a legend cannot
only be measured on unrepeatable exploits of the tracks: what matters is
also man in his completeness.
What
matters is also a certain smiling folly. One day in a bar in Mantua a friend
was about to leave Tazio because he had to go to the station. “I'll take
you to the station with my car”, answered Tazio. His friend tried to refuse:
he knew Nuvolari had a weakness for speed and he was not tempted by the
prospect of a reckless race in the streets of the city. “I swear I won't
exceed fifty”, replied Tazio. He solemnly kept his promise. Although he
drove from the bar to the station into reverse, leaving passers-by bewildered
and shivered.
I
was told about this episode a couple of hours later because the friend
of Nuvolari's reverse drive was my father. Considering the age (I was six
or seven), I laughed as if I had seen the funniest scene of a Charlot or
Mack Sennett's silent comedy. |