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N.5 /2000
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Stenio Solinas |
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SAMARCANDA |
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In viaggio verso Shakrisabz e poi verso Buchara,Maksuov, che di mestiere fa l'imprenditore, si spiega a modo suo il Great Game, il Grande gioco che si rinnova. A Shakhrisabz Tamerlano vide la luce, e ci arrivi scavaldando le catene dello Zerafshan, contrafforte del Pamir, dove secoli prima Alessandro il Grande condusse il suo esercito verso l'India e secoli dopo i Tank sovietici sferragliarono alla volta dell'Afghanistan. Cime innevate e montagne di un verde così intenso che ti sembra un paesaggio alpino, campagne brulle, asini e cavalli sul cammino, braceri ai bordi della strada, piccole soupa dove mangiare e riposarsi sistemate sui costoni, i camerieri che si arrampicano come caprioli perché il cibo non si freddi. Di fronte a Ak-Serai, il Palazzo bianco di Tamerlano, eretto affiché “chi dubiti della nostra magnificenza e del nostro potere, non debba far altro che guardarlo”, un portone d'ingresso largo 22 metri, il più imponente del Centro Asia, il governo uzbeko ha ora spianato la piazza e eretto un gigantesco monumento in occasione del 660° dell'imperatore, un po' come se noi decidessimo oggi di identificarci in Francesco Sforza o Cosimo dei Medici, suoi contemporanei nel tempo, o in Cesare o Augusto, suoi fratelli in grandezza. Lo stile è quello da realismo socialista, ma Lenin non abita più qui, né mai ci riabiterà. Il Grande gioco, dunque. Nel secolo XIX fu quello che vide impegnati inglesi e russi per il controllo della regione. Secondo lo storico Nicholas V. Riasanovsky, “l'espansione russa fu un po' un'impresa coloniale e un po', all'americana, la conquista del West”. Motivazioni geopolitiche, sentimenti da grande potenza, rivalità diplomatiche, spleen individuali e gusto della sfida si mischiarono in una delle più incredibili partite a scacchi della storia. La posta in gioco era un'area che nel corso dei secoli aveva cambiato nome, ma era rimasta sempre se stessa: Sogdiana, Transoxiana, Turkestan…i pedoni erano cavalieri dello zar e gentiluomini di sua maestà britannica, commercianti e preti, truffatori e invasati. Spesso e volentieri, chi lo giocava ci lasciava la pelle: per disattenzione, per sfortuna, perché incrociava in un emiro particolarmente crudele o particolarmente stupido. Chi alla fine lo vinse furono gli uomini di Mosca, il Centro Asia finì per essere controllato da loro e tale è rimasto fino all'altro ieri. Quello che si è cominciato a giocare a Duemila appena iniziato, vede invece più contendenti. Mauksumov, che non è un politico, ma un uomo pratico, ne ha individuati almeno quattro. “Ci sono i turchi”, mi dice. Già i turchi. Tamerlano era turco. Racconta Colin Thubron che, conquistata la Persia, si fece portare davanti alla tomba di Firdausi, il grande poeta persiano, e gridò: “Alzati e guardami, mostrami il tuo volto! Un turco nel cuore del tuo impero. Dicesti che eravamo nati per essere schiavi, e invece, guardati attorno!” “Da Istanbul a Tashkent si arriva in quattro ore, parlano come noi, mangiano come noi. Possono capitalizzarci sopra e poi hanno questo approccio occidentale che può funzionare, moderno, pragmatico. Con loro ho messo su due piccoli hotel bed & breakfast a Samarcanda. Poi ci sono gli iraniani, che mirano a una radicalizzazione, puntano molto sul fattore religioso come arma politica e ideologica. Per il momento attecchiscono poco, sono un problema militare, non politico, ma se la situazione economica dovesse peggiorare potrebbero fare proseliti. La Cina, naturalmente: è un mercato gigantesco e sta rinnovando la sua economia. E, naturalmente, voi occidentali: qui c'è cotone e oro, ci sono infrastrutture da fare, lavori di modernizzazione, delle linee di comunicazione allo sfruttamento delle risorse agricole, industriali, turistiche che attendono solo che qualcuno le prenda in mano”. Una partita complessa, resa ancora più complicata dalle turbolenze delle altre repubbliche centroasiatiche, ritrovatesi indipendenti senza in fondo averlo mai voluto. Ed essersi in tal senso preparate. Il Tagikistan ha avuto la sua brava guerra civile durata cinque anni, e ancora non ne è uscito, il Turkmenistan ha rafforzato l'aspetto poliziesco del suo regime, così come Kazakistan e Kirghisistan, i problemi del confinante Afghanistan sono noti. Da questo punto di vista, l'Uzbekistan è quello che a nemmeno dieci anni dall'indipendenza e a sei dalla creazione di una moneta autonoma, ha saputo resistere meglio: qui un'identità, per quanto lontana, negletta e rimossa, esisteva, e aveva lasciato tracce imponenti, mentre per le altre neonate repubbliche la storia precedente alla sovietizzazione è nomadismo e scorrerie, schiavitù e ladrocinii, lande sperdute, montagne inospitali… Le pubblicazioni propagandistiche relative al nuovo Stato uzbeko sono un profluvio di cifre, stime e percentuali seguendo le quali non si capisce perché non abbia il prodotto interno lordo della Svizzera, ma il messaggio che attraverso esse viene inviato è quello di un terreno vergine per chi voglia investire, con facilitazioni e garanzie, senza laccioli burocratici, paralisi amministrative. “Dovete solo dirci cosa volete e noi ve lo daremo”, è la scritta in chiaro una volta decifrato il linguaggio d'occasione. Il numero di compagnie americane, tedesche, turche, giapponesi, coreane che vi ha risposto, fa capire che è stato recepito. “Questo sono sicura che lo comprerai” Davanti al mausoleo di Uru Beg, da un quarto d'ora la ragazzina sta cercando di vendermi di tutto, cartoline e collanine, tappeti e copricapi, chincaglieria e volumi di cucina locale. Il mausoleo si estende a sud del Registam, lì dove la Samarcanda nuova cerca di far convivere le piazze gigantesche del periodo sovietico, dove ogni occasione era buona per una parata e una commemorazione, con un'utilità e un senso. Sparse per la città, le rovine scintillanti dell'antica capitale fanno una strana impressione di artificio e di estraneità, quasi fossero frutto di civiltà raffinate ma solo sulle grandi cose e barbare invece nella vita quotidiana, lì dove non è necessario innalzare una lode di marmo alla divinità, celeste o terrena che sia, ma si tratta di costruire strade, case, l'ingegneria urbana che tutto comprende e avvalora. L'età d'oro di Samarcanda, il XV secolo, non rimanda a un'età d'oro simile in Europa, la Firenze medicea, la Venezia dei Foscari, ma più a una pregressa e violenta visione del mondo dove il potere assoluto decide per sé e per il suo piacere, ma lascia il vuoto intorno. Non c'è la polis, c'è il trono, c'è l'altare e c'è la tomba. “Questo sono sicura che lo comprerai”. La ragazzina è petulante, ma ha ragione. Un piccolo libro di versi quello che tiene fra le mani, Omar Khayamm, il poeta persiano della gioia di vivere. “Del vino!/Che sia rosa come le gote/e i miei rimorsi leggeri come i tuoi riccioli”. L'esistenza è fatta di strani impulsi. A Parigi, una diecina di anni fa, mi incuriosì un titolo, Samarcande: l'autore, Amin Malouf, è uno di quegli scrittori arabi francofoni che capita di confondere fra loro, Mafhouz, Jelloun, Malouf, appunto… storie politicamente corrette di miseria e di razzismo, dove il progresso lotta sempre contro l'oscurantismo. “Non l'ho letto e non mi piace” è il giudizio che si può dare a ciascuno di essi. Ci sono dei libri che rimangono sui tuoi scaffali per anni, sai che prima o poi ti serviranno. Samarcande l'ho tirato giù prima di partire è una biografia talmente romanzata di Omar Khayamm che ho chiesto a uno specialista in letteratura persiana se ne fosse veramente esistito o se Malouf si fosse inventato tutto, il che sarebbe stato prova di genialità. Malouf non è un genio e Khayamm un poeta vero: ritrovarlo qui, nelle mani di una ragazzina, studiato a scuola, fa un certo effetto. Non si tratta solo o tanto di sottolineature letterarie o di narcisismi d'autore nello scoprire corrispondenze fino ad allora impensate. Khayamm è una chiave, piccola, certo, che può contribuire a aprire le porte di un modo di vivere islamico diverso da quello che il fondamentalismo presenta e dei mediai interessati propagandano. L'equilibrio di cui l'Uzbekistan dà prova nel suo conciliare etnie e nel guardarsi dal divenire uno Stato confessionale nasce in fondo da un seguire quella via che Omar Khayamm, per citare una parte per il tutto, indicò già mille anni fa, dove la religione non intralcia le passioni, e non è nemica della diversità, la fede non fa velo alla bellezza , e ha i suoi interrogativi. “Quale uomo ha una vita senza peccato, dimmi?/Se Tu punisci il male che io ho fatto con il male,/che differenza c'è fra me a Te, dimmi?”. La riscoperta nazionale non si è identificata in un arrocamento fideistico, né ha trasformato le città in moschee a cielo aperto. Terra di mercati e di mercanti, luogo di incontro di carovane, via privilegiata di scoperte, epicentro e raccolta di ingegni nel passato, l'unico modo per avere un futuro è scegliersi un presente non dogmatico.
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