I
molti medici indaffarati in questo momento al capezzale dell'Euro, alla
ricerca delle cause della sua debolezza, dovrebbero prestare maggiore
attenzione alla bomba P: dove P sta per pensioni, e la deflagrazione è attesa
intorno al 2020, un momento abbastanza lontano per consentire all'attuale
classe politica di prendere tempo nell'applicazione dei rimedi, ma egualmente
abbastanza vicino per minare la solidità di una moneta nata per sfidare il
dollaro e che invece in poco più di un anno ha perso il 20 per cento del suo
valore. Per capire il nesso tra i due problemi, bisogna partire dalle
proiezioni demografiche per gli undici Paesi dell'Unione Economica e
Monetaria, su cui la Banca Mondiale ha puntato per la prima volta i riflettori
in un rapporto di sei anni fa. Questi Paesi hanno, nello stesso tempo, i
tassi di natalità più bassi del mondo e aspettative medie di vita molto
elevate, che per le donne sfiorano ormai gli 80 anni. Questa combinazione ha
come risultato un graduale invecchiamento della popolazione, e perciò una
alterazione del rapporto tra i cittadini attivi (che pagano i contributi) e
quelli in quiescenza (che ne fruiscono): questo rapporto, che era di cinque a
uno negli anni d'oro della ricostruzione, e che era sceso a 3,5 a uno in
seguito all'abbassamento dell'età della pensione, sarà tra non moltissimo di
due a uno e – in un momento ancora imprecisato del nuovo secolo - potrebbe
addirittura scendere al punto in cui per ogni persona al lavoro ce ne sarà
una a riposo. Calcoli attendibili effettuati dall'Eurostat hanno stabilito
che, nel 2025, l'Europa comunitaria conterà 113 milioni di pensionati, ossia
circa un terzo della sua popolazione. E' probabile che, prima che ciò
avvenga, subentrino dei correttivi, come un drastico innalzamento dell'età
della pensione o un massiccio ricorso all'immigrazione. Rimane tuttavia il
fatto che, nei Paesi in cui le pensioni sono, in larga misura, a carico dello
Stato, e vige il cosiddetto sistema a ripartizione, per cui i contributi
versati dai lavoratori oggi servono a pagare chi non lavora più, potremmo
arrivare all'assurda situazione in cui ogni cittadino attivo dovrà mantenerne
un altro per evitare che gli istituti di previdenza vadano in bancarotta. Con
una prospettiva del genere, non è difficile capire perché gli investitori più
lungimiranti siano scettici sul futuro della moneta europea. Per mantenere i
propri impegni, gli Stati dell'UEM saranno infatti costretti a esercitare una
pressione fiscale molto elevata, tale non solo da ridurre la capacità di
acquisto dei singoli, ma anche da soffocare lo sviluppo e condannare le
rispettive economie all'asfissia. E' vero che in condizioni simili si
troveranno anche il Giappone, e perfino alcuni Paesi in via di sviluppo come
il Brasile che, negli anni del boom, hanno avuto la malaugurata idea di
seguire l'Europa sulla via delle elargizioni insostenibili: ma in questo caso
mal comune non significa mezzo gaudio, bensì emergenza doppia o tripla. Le
origini del problema vanno cercate negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta,
quando i governi europei, alla perenne ricerca del consenso popolare e
incapaci di contenere le pressioni sindacali, diedero vita a sistemi
previdenziali nello stesso tempo troppo generosi e privi di meccanismi automatici
di correzione. Per oltre un ventennio, è stato uno stillicidio di leggi e
leggine, di concessioni e di eccezioni, in buona parte giustificabili sul
piano morale e sociale, ma incompatibili con i conti futuri. L'Italia delle
vacche grasse fu, sotto molti rispetti, all'avanguardia di questa tendenza.
Sarebbe bastato il buonsenso per rendersi conto che concedere ai dipendenti
pubblici la possibilità di andare a riposo dopo soli vent'anni di servizio
(per le donne, addirittura quindici), significava esporsi al rischio di
pagare loro la pensione per altri trenta o quaranta, caricando l'erario di
costi insostenibili. Sarebbe bastato un minimo di preveggenza per capire che,
con la vita media che si allungava di decennio in decennio, il concetto
stesso di pensione di anzianità diventava una bomba a orologeria. Sarebbe
bastata un po' di onestà per rinunciare, se non in casi del tutto
eccezionali, al perverso sistema dei prepensionamenti, che non solo ha
espulso dal sistema produttivo ufficiale e inserito nel circuito del lavoro
nero centinaia di migliaia di soggetti ancora perfettamente abili, ma ha
scaricato sul sistema previdenziale costi che non gli competevano. Sarebbe
bastata un po' di prudenza politica per prevedere che la creazione a getto
continuo, in nome del quieto vivere, di “categorie privilegiate”, come i
dipendenti della Banca d'Italia o i lavoratori del settore elettrico avrebbe
creato scompensi, mugugni e difficoltà a non finire. Sarebbe bastato un
ricorso più tempestivo ai calcoli attuariali per comprendere che, con il
mantenimento del sistema a ripartizione, l'INPS sarebbe andata in sofferenza
già negli anni Novanta e avrebbe visto poi aumentare in modo esponenziale i
propri passivi nei decenni successivi. Invece, per anni e anni, si applicò
irresponsabilmente la teoria lapiriana del “Dio provvederà”, colmando i buchi
di bilancio attraverso l'indebitamento, e cominciando a correre ai ripari
solo quando ci siamo stati obbligati dal trattato di Maastricht. Le prime
misure correttive serie, infatti, risalgono al 1992, quando il primo governo
Amato dovette fronteggiare l'emergenza della grande svalutazione della lira.
Il secondo tentativo di mettere ordine nella previdenza, intrapreso dal
governo Berlusconi nell'autunno del '94, fu bloccato dai sindacati che fecero
scendere in piazza un milione di persone per impedire che la nuova legge, che
avrebbe risolto il problema una volta per tutte, fosse inserito nella
finanziaria. La successiva riforma Dini, ad opera di un governo tecnico privo
di legittimazione popolare e quindi senza una propria maggioranza in
Parlamento, fu una “pecetta” che allontanò la crisi di alcuni anni senza
prendere il toro per le corna. Le novità furono diluite nel tempo, e il
sistema della ripartizione sostituito con quello ad accumulazione con tanta
gradualità, da rendere la novità incisiva solo a partire dal prossimo
decennio. L'aspetto più negativo, comunque, fu la clausola che prevede una
ulteriore revisione solo nel 2001, e ha così fornito ai governi successivi la
scusa per rinviare nuovi, sempre più urgenti, ma ovviamente impopolari
interventi. Il paradosso è che sia Romano Prodi, sia Massimo D'Alema erano
perfettamente consci che il risanamento dei conti pubblici non sarà mai
completo fino a quando il sistema pensionistico non verrà adeguato alla nuova
situazione demografica. Il primo, che durante i due anni e mezzo trascorsi a
Palazzo Chigi non aveva avuto il coraggio di prendere alcuna iniziativa, è
diventato, nella sua nuova veste di presidente della Commissione Europea, una
specie di Cassandra che mette in guardia ad ogni occasione contro i pericoli
dell'immobilismo. Il secondo ha rivelato il suo pensiero attraverso una
battuta pronunciata al vertice della “Terza Via” di Firenze (“L'Italia ha
fatto una riforma bellissima, peccato che abbia deciso di cominciare ad
applicarla integralmente solo tra vent'anni”), ma quando si è trattato di
passare dalle parole ai fatti, si è sempre fatto spaventare dai veti della
sua maggioranza. Su tutta la materia incombe la spada di Damocle dei “diritti
acquisiti”, che nella interpretazione sindacale comprenderebbero anche le
aspettative di chi ancora non è andato in pensione, ma ha fatto i suoi piani
sulla base della permanenza della attuale normativa. Ora, comunque, il 2001 è
alle porte e le istituzioni internazionali, dalla Commissione Europea al
Fondo Monetario, non perdono occasione per ricordarci che, se vogliamo tenere
fede ai nostri impegni e restare competitivi, dobbiamo rimettere mano alla
previdenza. Sfortunatamente, la scadenza coincide con le elezioni politiche e
il nuovo governo Amato, nato per recuperare consensi a un centro-sinistra in
difficoltà e dipendente per la sua sopravvivenza dai voti dei Comunisti
italiani e della CGIL, ha già fatto sapere che non intende per ora toccare le
pensioni. Per la sua esperienza americana, Amato stesso è diventato un grande
sostenitore dei fondi pensione integrativi privati, ma l'ostilità dei
sindacati a farsi sottrarre il controllo di questa enorme massa di danaro ha
finora impedito di procedere speditamente su questa strada. Se Atene piange,
Sparta non ride. La Germania, che ha inventato il cosiddetto “modello
renano”, altrimenti detto “economia sociale di mercato”, e ha sempre
proceduto sulla base della più ampia concertazione con il sindacato, non solo
si ritrova un sistema previdenziale ancora più generoso del nostro, ma è
stato anche costretto ad estenderlo (in parte) ai 17 milioni di tedeschi
dell'Est. Il drenaggio che la spesa pensionistica opera sulle risorse della
Repubblica federale è considerato fin da ora responsabile per il
rallentamento della sua economia, e rischia di diventare una palla al piede
per l'intera UE. Gli stessi tedeschi, che all'inizio erano ostili all'Euro
perché temevano che la debolezza delle altre monete l'avrebbe risucchiato
verso il basso, ammettono oggi di essere una concausa della crisi della
moneta unica. Ciò nonostante il cancelliere Schroeder, alle prese con
problemi di consenso simili a quelli del centro-sinistra italiano, ha
rimandato tutto al 2002 che, sfortunatamente, è anno di elezioni. Il sospetto
è che – incerto com'è sulla possibilità di una rielezione - egli mediti di
lasciare la patata bollente al successore. Altrettanto delicata è la
situazione della Francia, dove il primo ministro Jospin ha dichiarato di recente
che “il sistema della ripartizione è il simbolo della catena di solidarietà
che lega una generazione all'altra, uno dei punti fermi del patto sociale
nazionale. Molti sostengono che, in considerazione della negativa evoluzione
demografica, esso debba essere sostituito da fondi pensione di modello
anglosassone: ebbene, io dico che questo non è il nostro approccio”. Con
queste premesse, è molto improbabile che Jospin, il quale punta alla
presidenza della Repubblica, prenda una qualsiasi iniziativa che possa
alienargli la base elettorale socialista e comunista. Le cifre, anche in
Francia, non lasciano dubbi: il direttore generale della pianificazione,
Charpin, ha informato il governo che, se il sistema non verrà riformato,
entro trent'anni il deficit della previdenza ammonterà a un insostenibile 5%
del PIL. Molte categorie di lavoratori, dai marinai ai minatori, dai
ferrovieri ai dipendenti del comparto elettrico, hanno strappato il diritto
di andare in pensione a 55 o addirittura a 50 anni, e le loro “gestioni
speciali” assorbono il 27 per cento della spesa pensionistica. Ma Jospin si
ricorda fin troppo bene che le disgrazie del suo predecessore, il gollista
Alain Juppé, cominciarono proprio quando, nel 1995, tentò di riformare il
sistema previdenziale, e dopo due anni di turbolenza si conclusero con una
devastante umiliazione alle urne. Ogni volta che la parola “riforma” viene
pronunciata i sindacati, sia del settore privato sia del settore pubblico,
insorgono in armi; e Jospin, per tutta risposta, promette consultazioni con
tutti e la costituzione di appositi comitati che gli permettono di prendere
tempo. La musica è più o meno la stessa in Scandinavia, dove il lungo dominio
dei socialdemocratici ha prodotto uno stato assistenziale molto costoso ed
eleborato, e nel Benelux e in Austria, dove si è seguito il modello tedesco.
L'unica vera eccezione è la Gran Bretagna, dove le pensioni a carico dello
Stato sono assai contenute e prevale da tempo il sistema privatistico a
capitalizzazione: infatti Londra è rimasta fuori dall'Unione Economica e
Monetaria e la sterlina, muovendosi di conserva con il dollaro, ha guadagnato
a sua volta un buon 15% sull'Euro. Proprio le riserve sui meccanismi
previdenziali, e la paura di dovere pagare, direttamente o indirettamente, il
conto anche per gli sperperi altrui finirà probabilmente con il persuadere
gli inglesi che la moneta unica è per loro un cattivo affare. Secondo alcuni,
potrebbe indurre perfino alcuni Paesi che sono già nell'Euro ma hanno i conti
previdenziali in ordine, come l'Irlanda, a lasciare la compagnia finché sono
in tempo. I rimedi alla situazione esistono, ma ci vuole la volontà politica
(e la maggioranza necessaria) per applicarli. Per esempio, basterebbe
innalzare di tre anni l'età media a cui gli europei vanno in pensione – oggi
61 anni per gli uomini e 58 per le donne – per uscire dal guado.
Alternativamente, si potrebbe adottare per tutti, in tempi brevi, il sistema
a capitalizzazione, modificare il metodo di calcolo della pensione, tagliare
i trattamenti di reversibilità in presenza di altre risorse, eliminare
gradualmente i regimi speciali. Sono tutte misure dolorose, che vanno a
colpire interessi diffusi quanto consolidati e che nessun governo, né di
sinistra né di destra, può prendere senza correre gravi rischi: gli
“attacchi” alle pensioni, non solo presenti ma anche future, sono vissuti dai
cittadini come una forma di esproprio. Ma la previdenza troppo generosa, che
gli europei hanno voluto darsi quasi a compenso delle ristrettezze sofferte
durante la seconda guerra mondiale, sta diventando una specie di peccato
originale da cui dobbiamo in qualche maniera liberarci: pena una pietra al
collo permanente delle generazioni future.
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Livio Caputo





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