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N. 5/2000

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Carlo Franza |
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Una
grande mostra su “Caravaggio. La luce nella pittura lombarda” si tiene
all'Accademia Carrara di Bergamo sino al 2 luglio, accompagnata da un
prezioso catalogo Electa, con scritti di Bruno Contardi, Maurizio Calvesi, e Claudio
Strinati. Il valore della mostra è nel sottolineare le radici lombarde del
Michelangelo Merisi, già descritte da Roberto Longhi fin dal 1911 in
occasione delle sue prime lezioni universitarie torinesi e prese in oggetto
poi da mostre e studi fin dagli anni Cinquanta. L'altro grande storico
Lionello Venturi in quei primi anni del '900 privilegiava Venezia e il
tonalismo veneto come area d'influsso dell'estroso Caravaggio, assecondando
anche il pensiero del biografo secentesco Giovan Pietro Bollori, che vedeva
in Giorgione uno dei modelli. Due posizioni, altrettanto valide, alla luce
delle connessioni tra Milano e Venezia che aveva, quest'ultima, nel suo
entroterra anche città come Bergamo e Brescia. Si tratta con questa mostra, e
la cosa viene subito a galla, d'individuare la persistenza della cultura
lombardo-veneta in tutta l'opera del Merisi, via via in tutte quelle tragiche
esperienze di vagabondaggio da Roma a Napoli e da Malta a Siracusa, e a
Messina e a Palermo, fino a quel capolavoro del Martirio di Sant'Orsola,
conservato a Napoli e qui in mostra esposto, come ultima testimonianza nota
del Merisi, mandata da Napoli a Genova, a Marcantonio Doria, nel maggio 1610,
proprio pochi giorni prima dell'arresto a Palo e della tragica morte a Porto
Ercole. In esposizione non troviamo le grandi pale d'altare a motivo dello
spazio ridotto della mostra, che però presenta il formato privato dei
dipinti, e ponendola come cosa significativa ugualmente, in modo da
concentrare l'attenzione sulle vere qualità pittoriche del maestro e di
seguire anche il suo rapporto con chi lo sostenne da mecenate. Come
ugualmente balza forte, dalla mostra lombarda, il dato memoriale dei ricordi
della sua divisione della modesta eredità paterna. Il padre era architetto e
maggiordomo di Francesco Sforza da Caravaggio e fu il nome di quel casato a
costituire sicura protezione e garanzia a Roma. Né va dimenticato che a
Milano il Caravaggio studiò presso Simone Paeterzano allievo di Tiziano, che
in mostra è ben visibile. Aveva tredici anni quando entrava nella bottega
milanese del maestro bergamasco, esattamente il 6 aprile del 1584, giacché
era nato a Caravaggio o a Milano il 29 settembre 1571 da famiglia, come
abbiamo detto, di piccola nobiltà. La madre poi, Lucia Aratori, era imparentata
con personaggi illustri. Dalla mostra si spazia, con pochi dati, certi e
precisi oltreché illuminanti, sulla giovinezza del nostro validissimo
artista; essa, promossa dal Comune, dalla Provincia di Bergamo e da enti
vari, presenta una cinquantina di dipinti, una trentina di Caravaggio, in
parte certi, altri attribuiti, e altri lavori di artisti che hanno
contribuito alla sua formazione, onde misurare le correlazioni, i punti in
comune, le chiare influenze. Due sezioni, dunque, la prima di opere del Caravaggio,
la seconda con opere di artisti significativi per la sua formazione. Per la
prima sezione opere famose del Merisi come Il ragazzo morso dal ramarro della
Fondazione Longhi di Firenze, il Suonatore di liuto di New York, il San
Giovanni Battista della Galleria Borghese di Roma, quest'ultimo appena
restaurato da Riccardo Giantomassi; ancora le due versioni dell'intrigante
Ragazzo che sbuccia la mela (Tokio e Roma), Il cavadenti, la grande tela
Giuditta che decapita Oloferne dipinta per il banchiere Ottavio Costa, quadro
storico strepitoso cui la mostra avvicina due disegni leonardeschi, visto che
questi guizzi si riaccendevano nel clima di Guidovaldo del Monte, Federico
Cesi e Galileo. E ancora di Caravaggio il Musico di New York, o i Musici, che
rivelano una serie di fanciulli sensuali e androgini, in gruppo, che rivelano
un sapore giorgionesco. Nella seconda sezione ammiriamo opere di Peterzano,
Moretto, Moroni, Lomazzo, Savoldo col famoso Flautista, Lotto, Romanino,
Sofonisba Anguissola con l'eccezionale Fanciullo morso da un gambero; e
ancora Jan Brueghel il Vecchio e tanti altri. Artisti che si ritrovano nelle
opere di Caravaggio lungo quella direttrice lombardo-veneta, nutrita anche
dell'allegorico classicismo che gli viene dalla bottega romana del Cavalier
d'Arpino, dal quale pure lavorò per ben otto mesi, e dove dipingeva nature
morte, presso uno dei maggiori artisti della capitale.
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