Dal
4 maggio al 12 giugno, al Teatro Grande di Brescia e al Teatro Donizetti di
Bergamo, si svolge il XXXVII Festival pianistico internazionale intitolato ad
Arturo Benedetti Michelangeli (Brescia 1920-Lugano 1995). E' un'occasione
propizia per ricordare un artista entrato nella leggenda quando era ancora
vivo: un artista sublime, strano, solitario, scorbutico, maniacale e, come
pianista, forse il più grande di tutto il Novecento. La leggenda di
Michelangeli cominciò subito, nel luglio 1939, con la sua partecipazione e
con la vittoria al Concorso internazionale di Ginevra. “E' nato un nuovo
Liszt”, proclamò Alfred Cortot (1877-1962), che era considerato a quell'epoca
il maggior interprete vivente di Chopin. Un critico svizzero parlò di “valore
eccezionale e oseremmo dire miracoloso” del nuovo astro, collocandolo
d'impeto al di sopra di tutti i maestri contemporanei. Michelangeli era
arrivato a Ginevra senza valigia, senza un soldo, con il semplice biglietto
di andata e ritorno. Un cronista di allora, in vena d'immagini alate,
raccontò così l'avvenimento: “La febbre nelle dita e un grande sogno gemmato
nelle ore più fosche della pena quotidiana: ecco l'unica risorsa
dell'aquilotto. Gli bastò per vincere, per toccare le corde del cuore di
tutti” Per non influenzare la giuria con i loro, spesso istrionici,
atteggiamenti, i concorrenti suonavano dietro un sipario che li rendeva
invisibili. Sempre più scatenato, il cronista di allora così proseguiva:
“Appena le dita del ragazzo italiano sfiorarono la tastiera un brivido passò
nella grande sala, e tutti, per una sorta di rivelazione improvvisa da coro
ad eroe, ebbero la certezza del miracolo che si compiva. Scoppiò al termine
dell'esecuzione un grido delirante. Era il trionfo, era la consacrazione del
pianista prodigioso. Pallido, con gli occhi socchiusi, mentre le acclamazioni
lo portavano in un abisso di dolce vertigine, il giovane Benedetti
Michelangeli pensò a sua madre, che in quello stesso momento a Brescia
guardava il cielo dalla finestra spalancata: il solo modo di pregare per il
figlio”. Il racconto del cronista si concludeva così, con una morale dedicata
ai giovani: “Qualche volta la realtà ha l'incanto e il colore della favola.
Quanti ragazzi alla notizia della vittoria di Michelangeli non troveranno
meno salato il pane dell'attesa, non sogneranno l'angolino di terza classe di
un treno ansimante tra gole di montagne gigantesche che li porti in una notte
di presentimenti e di echi verso la cima che il sole nascente bacerà con la
sua radiosa luce?” Da quel lontano giorno del 1939 la carriera di Arturo
Benedetti Michelangeli divenne patrimonio di tutto il mondo della musica,
senza esclusioni di nazioni o di continenti. Ma qui, nel “Lunario”, vorrei
parlare degli aspetti meno noti del pianista e raccontare un episodio di cui
ho un ricordo personale. Una premessa è indispensabile: Michelangeli aveva
una vera passione per le automobili veloci e possedeva una Ferrari biposto
con la quale si spostava da una città all'altra, viaggiando a una media di
200 chilometri all'ora e anche oltre. Eravamo all'inizio degli anni Cinquanta
e a Michelangeli capitò di attraversare un paese del Basso Veronese a quella
velocità. Un vigile prese nota della targa e partì una denuncia che provocò
un processo. Io sono nato in quelle parti, in un piccolo paese nel quale, una
volta al mese, funzionava una sezione staccata della Pretura di Legnago. Il
processo si svolse, appunto, nel mio paese. Michelangeli si presentò
regolarmente, tutto vestito di nero secondo le sue abitudini. Nell'aula il
pubblico era scarso. Io ero in compagnia di un amico da poco laureato in
giurisprudenza che seguiva i processi per fare pratica. Ascoltammo il
seguente dialogo. Pretore: “Dica le sue generalità.” Imputato: “Benedetti
Michelangeli Arturo, nato a Brescia nel 1920 e ivi residente.” Pretore:
“Professione?” Imputato: “Suonatore ambulante.” A questo punto, il pretore
ebbe un sussulto e con lui lo avemmo io e il mio amico, giovani abbastanza
informati e appassionati di musica. Allora i giornali pubblicavano assai
raramente fotografie di musicisti: sapevamo chi era Arturo Benedetti
Michelangeli, ma non ne conoscevamo l'aspetto. L'emozionatissimo pretore
sospese immediatamente l'udienza, tese la mano al pianista e poco dopo emise
la sentenza: una multa, accompagnata dalla promessa di un concerto da tenere
presto a Legnago. Michelangeli fu di parola, e non una sola volta. I concerti
ebbero per sede la palestra di quella che un tempo era stata la sede delle
organizzazioni giovanili del fascismo. In quella palestra avevo trascorso le
ore di ginnastica, quando ero studente del liceo classico a Legnago.
L'esigentissimo Michelangeli sosteneva che l'acustica di quell'enorme
stanzone era assolutamente perfetta, superiore a quella del Teatro alla Scala
o di altre famose sale da concerto. Conosco molte definizioni del pianoforte.
Ne cito soltanto due. Secondo Marcel Proust “c'è una cosa dotata di una
capacità di esasperare che una persona non raggiungerà mai: un pianoforte”.
Secondo il grande giornalista Orio Vergani “il pianoforte sembra uno spettro
in frac”. E' stato anche scritto che nell'idea stessa del pianoforte c'è un
paradosso: è uno strumento “fatto per produrre il canto attraverso il
procedimento meccanico più perverso che si possa immaginare, il percuotimento
di corde tese da parte di un martelletto”. Benedetti Michelangeli avvertì
tutte queste contraddizioni dello strumento e decise che poteva superarle
(compresa l'idea dello spettro in frac…) soltanto a patto di raggiungere la
perfezione. Di qui i pochissimi concerti, il repertorio ridottissimo, la
ricerca ascetica di una continua purificazione dello stile. Quando uscì il
disco con il “Primo Quaderno dei Preludi” di Debussy, il poeta Giovanni
Testori scrisse queste indimenticabili parole: “Le mani di Benedetti
Michelangeli, unico, inscindibile impasto con i tasti, guidano direttamente
al grembo del suono, come se il pianista fosse il pastore, unico a mia
conoscenza, capace di condurre le infinite note e gli infiniti sensi della
musica verso la loro capanna, verso il loro ovile di nascita, di riposo e,
appena spunti rosa o dorata l'alba, di riavvio…”. Non conosco elogio più alto
per quelle mani che sulla tastiera sono passate dal chiaro di luna a Dio, dal
“tubare delle colombe al rombo del tuono”.
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