N. 5/2000

Paolo Ghisoni

Per una volta anche chi non crede al destino, al fato, ad un supremo correttore capace di dare a tutti uguali opportunità si è dovuto arrendere all'evidenza dei fatti. Rischiava di diventare l'ennesimo campionato dei veleni e dei sospetti. Si è invece concluso con un finale che nemmeno la miglior penna “thrilling” avrebbe potuto escogitare. La Lazio è campione d'Italia per la seconda volta nella sua storia, a 26 anni dal successo che coincise con il giorno in cui gli italiani furono chiamati a pronunciarsi nello storico referendum sul divorzio. E di crisi in seno a Federazione, società e giocatori la stagione calcistica 1999/2000 ha rischiato di portarne a iosa. L'atto conclusivo, il trionfo biancoceleste, ha messo quasi tutto a tacere. Ma solo una settimana prima non va dimenticato che lo stesso presidente laziale Cragnotti gridava all'ennesimo scandalo orchestrato dai presunti plenipotenziari del pallone. L'incredibile scivolone juventino a Perugia nell'ultimo turno sembra aver avuto l'effetto di una camomilla su un ambiente ai limiti dell'isterismo collettivo. Non è passata una singola domenica senza che questo o quel club alzasse la voce per ipotetici danni derivati da decisioni arbitrali errate. Sinceramente il campo era diventato un fastidioso pretesto per continue baruffe tipicamente italiche. Il momentaneo (vista la durata solo di mezzora) diluvio universale che si è abbattuto sulla città umbra in occasione di Perugia-Juventus e il seguente gol-vittoria di Calori, che è costato ai bianconeri il titolo, sembrano aver lavato e purificato in un sol colpo un mondo per molti fatto di giochi di potere, accordi sotterranei o altre porcherie del genere. Premesso che lo scudetto della Lazio è strameritato per la forza di volontà del gruppo, anche quando la Juventus sembrava irraggiungibile, va anche detto che dopo una stagione del genere per entrambe forse il miglior epilogo sarebbe stato uno spareggio. Non ci sperava più Eriksson e non lo credeva possibile Ancelotti, visto il rassicurante vantaggio a poche giornate dalla fine. Ma una partita secca, dopo tanti veleni, violenze verbali e fisiche e fiumi di inchiostro a volte inutili, sarebbe stato il modo migliore per riconciliarsi con le emozioni che solo il calcio sa dare. Invece l'Italia sportiva era e rimane divisa in due, ma le parti si sono invertite. Quelli che pensavano di festeggiare hanno provato l'amarezza di chi pensava gli venisse sottratto qualcosa di meritato. Tifosi laziali e juventini hanno vissuto increduli gli ultimi interminabili minuti di una stagione che una mano dall'alto sembrava telecomandare per dilatarne sensazioni e paure. A Perugia sono trascorsi ben 70 minuti prima che il match riprendesse. Le due gare sarebbero dovute partire in contemporanea, ed invece ne è scaturita una sorta di telenovela a tratti comica e a tratti tragica, conclusasi come detto con il titolo biancoceleste. Mentre all'Olimpico la gara si giocava regolarmente, in terra umbra si cercava di non rimandare il match, per evitare che un eventuale posticipo provocasse un'invasione di tifosi laziali a Perugina, con i conseguenti problemi di ordine pubblico. Alla fine è stata la Juventus a potersi lagnare di una situazione certo non agevole dal punto di vista psicologico: giocarsi in soli 45 minuti, su un terreno non perfetto, l'intera stagione, sapendo di dover vincere assolutamente, con un margine d'errore nullo, era impresa ardua. La rete del perugino Calori ha così avuto un effetto devastante su un gruppo che troppe volte si era sentito dire di avere il 26esimo scudetto già cucito sulle maglie. Si è consumato così, come detto, l'incredibile; quello che la Lazio non credeva possibile visto che alla fine non c'era nemmeno una bottiglia di spumante, nello spogliatoio dei neo campioni, con cui poter brindare; e quello che a Torino nelle piazze già allestite a festa nemmeno il più pessimista osava pensare. La già citata mano super partes ha scombussolato le attese, invertendo le parti e facendo soprattutto ricredere quella parte di italiani per i quali non esisteva qualcuno capace di rimediare ai presunti favori ricevuti dall'ambiente bianconero. Continuo a pensare però che si potesse chiudere meglio questa rivincita del destino. Senza lamentele o strascichi, senza esplosioni di gioia o di disperazione. Con un arrivo a pari merito che poi il campo avrebbe sciolto in un verdetto secco. Vincesse il migliore nell'arena di uno spareggio che non avrebbe lasciato spazio o recriminazioni agli sconfitti. Ora invece, forse giustamente, a sentirsi vincitori o a poter rivendicare qualcosa sono in due, chi è riuscito nello sprint imprevedibile e chi pensava dopo una lunga cavalcata di poter alzare le braccia appena prima del traguardo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.

Leadership Medica®
Mensile di scienza  medica e attualita`
Copyright 1997© All Rights Reserved

 

 

Click Here!