D'Annunzio e Beethoven
PARTE SECONDA
 
   English
       
 
Un ennesimo esempio dell'amore che D'Annunzio nutre per Beethoven ci è offerto dal bellissimo scritto di Piero Buscaroli, “Ariel musicus”, dove il vate cerca di ricordare il significato del primo tema nell'orazione che pronunciò a Fiume in occasione dell'arrivo di Toscanini e della sua orchestra. “O mio maestro, il primo tema della Quinta Sinfonia non è severo come questo appello del nostro destino”. L'orazione fu pronunziata il 20 novembre 1920, due giorni dopo che il Comandante aveva ricevuto il testo del Trattato di Rapallo, che disconosceva del diritto fiumano e il sacrificio di tutta la Dalmazia.  
D'Annunzio cerca di “salvare” la figura beethoveniana dalla condizione di tedesco: “E il motivo 'latino' viene gonfiandosi e dilatandosi fino a diventare, con la guerra, così furioso, da portare D'Annunzio ad escludere dal novero dei musicisti nominabili quelli delle nazioni nemiche, oppure a trucchi, a quei tempi assai di modi, come l'espressione 'il fiammingo Beethoven”, come lo chiamano nelle Faville e nel Notturno, dove si cerca di filare il sommo dei musicisti dal cassetto nazionale dei tedeschi”. Così provocando, a distanza, precisazioni come quella di Walter Riezler che il sangue “fiammingo” catalogherà così: “Per tre sedicesimi fiammingo germanico, per un sedicesimo vallone, per dodici sedicesimi tedesco”. Dall'intervento di Buscaroli mette in luce il tenace attaccamento alle proprie idee tipico del carattere dannunziano. 
Romanin Rolland ricordava in un suo scritto, quando fu ospite di D'Annunzio nel 1902 alla Capponcina, i sentimenti che la musica - e in prevalenza quella beethoveniana - suscitavano nel poeta: “Je lui jouai, au piano, des musiques de tous les siècles. Il fut frappé par des chants grégoriens. Et l'adagio du dernier quatuor de Beethoven l'émut aux larmes. Il me dit que cette musique le troublait trop; un peu plus tard, en promenade, il m'avoua qu'elle lui faisait paraitre vide tout ce qu'il écrivait. Il ajouta que c'etait sans doute heureux pour lui qu'il n'eut pas plus d'occasion d'en entendre: elle l'agitait encore. Il dit: Elle me fait honte de moi-même. Dans le fond, il avait un amer regret de n'en pouvoir écrire. Elle lui manquait pour ses drames, pour toute son oeuvre. Le soir quand il était seul, il tatonnait, au piano, il essayat d'improviser”. 
Un'ultima osservazione, degna di nota, riguarda l'istinto della scoperta e del gusto a priori del Comandante, la sua sensibilità musicale che lo metteva in condizione di individuare l'espressione del genio. Piero Buscaroli mette a fuoco questa realtà nella parte finale del suo scritto già citato: “Ci sarebbe da analizzare, semmai, l'istinto, davvero rabdomantico, di questo ascoltatore, per di più legato ad un tipo di ascolto che realizzava la conoscenza di buona parte della letteratura sinfonica attraverso trascrizioni pianistiche, e vantare la sicurezza di gusto che gli faceva penetrare la grandezza di Johannes Brahms in un'epoca in cui forse il solo Martucci se ne era accorto da noi e la forza demoniaca e luciferina che può scatenarsi da Mozart, che quell'età vedeva nella versione galante delle ciprie, dei minuetti e dei parrucchini. O quella percezione profonda dei veri centri di gravità su cui poggia il patrimonio di un'arte, che gli fa riconoscere nelle 'variazioni su un tema di Diabelli' l'ultima e più remota verità di Beethoven, in un'epoca in cui perfino il titolo di quest'opera era ignoto alla quasi totalità dei pianisti e dei critici e all'assoluta totalità del pubblico. Ma le decine e centinaia di appunti resteranno dove sono, in attesa di un prossimo saggio”.  
Esaminiamo ora quanto D'Annunzio scrisse riguardo all'opera del musicista, delle impressioni in lui suscitate dalla sua musica. Nel “Forse che sì, forse che no” troviamo due riferimenti alla musica beethoveniana. Il ricordo del “Vom Tode” e quello di una delle 33 variazioni sopra un valzer di Diabelli. D'Annunzio scrisse: “Ricordi la ventesima delle variazioni beethoveniane sul tema del Diabelli dedicata ad Antonio Brentano?...”. Altri numerosi esempi sono presenti negli scritti del poeta. Nel “Piacere” (pag. 377) sono ricordate le due “Sonate-Fantasie” (op. 27) tra le quali si trova il famoso “Chiaro di Luna”. In questo musica il poeta poteva raccogliere il clima di relativa serenità che suscitava l'angoscia latente nella vita beethoveniana, e, perché no, anche in quella dannunziana. Il poeta dimostra di conoscere perfettamente la produzione del compositore e di ispirarsi continuamente nei suoi lavori lirici.  
Altro esempio di queste realtà si rinviene nella “Marcia funebre sulla morte di un eroe” (adagio dalla 12a sonata in La bemolle op. 26) che ispirò D'Annunzio per la creazione del sonetto “L'Apoteosi”, nel quale il poeta descrive la morte di un giovane utilizzando la voce del coro e il solista.


 

 
 Leadership Medica®  
  Mensile di scienza  medica e attualita`  
 Copyright 1997© All Rights Reserved 
 
 
 This page are maintenened by  
GTM Grafica 
Service & Network 
gtmgraph@coloseum.com