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La seconda parte della recente audizione del prof. Luigi Di Bella - presso la Commissione Affari Sociali della Camera - ha riguardato le caratteristiche  del metodo sperimentato in decenni di ricerche svolte in piena norma e regola. Sono intervenuti nel dibattito i seguenti membri della Commissione: on. Antonio Saia. on. Vasco Giannotti, on. Giuseppe Del Barone, on. Giulio Conti, on. Alessandro Cé,  on. Antonino Mangiacavallo, on. Annamaria Procacci, on. Giuseppe Fioroni. 

Antonio Saia - La ringrazio, professor Di Bella, di questa audizione che - voglio dirlo - il nostro gruppo aveva già chiesto tre mesi fa ed alla quale, forse, sarebbe stato opportuno dare corso allora. 
Come era prevedibile, la sua proposta terapeutica suscita grandi speranze nel nostro paese, forse anche qualche illusione; comunque in me, come in tanti altri, desta curiosità come uomo, come medico e come giuridico. 
Non abbiamo elementi certi per valutare l'efficacia della sua cura, per appurare su quali tipi di tumore incida utilmente e sia più efficace di quelle tradizionali. 
Dichiaro subito, per sgombrare il terreno da ogni dubbio sulla nostra posizione, che a nostro avviso la scienza ha compiuto grossi passi in avanti su questo terreno: tumori ormonesensibili, come i linfoma di Hodgkin, alcuni tipi di leucemia, con la terapia tradizionale oggi guariscono quasi al cento per cento. In ogni caso, abbiamo tutti il dovere di fare chiarezza per rispondere alle esigenze dei pazienti, della gente, del popolo italiano. 
Dobbiamo evitare il rischio di lasciare inesplorata una nuova strada possibile. Abbiamo ascoltato dalle sue parole cose molto interessanti; attualmente l'organismo umano già convive con alcune forme di tumore - penso a quelli benigni - e, allora, perché non provare a convivere  con le metastasi di altri tumori? D'altra parte non riteniamo utile abbandonare strade che molte volte si sono rivelate tali da indurre guarigioni complete, come quella della chirurgia: penso ai tumori del colon, ove con la diagnosi precoce si ottengono oggi guarigioni del 70-80%. 
Dunque, dobbiamo impedire - anche questo è un nostro obbligo - che soggetti, i quali possono essere curati bene, in modo sperimentato ed efficace, si avviino ad una terapia non ancora ufficialmente e definitivamente provata. Occorre  conoscere questa terapia per capire se effettivamente possa risultare utile anche rispetto ad una bassa percentuale di tumori - sarebbe comunque un risultato molto importante - evitando tuttavia il rischio opposto. 
Per fare questo credo occorra abbattere, professor Di Bella, un muro tra lei e i suoi ricercatori da un lato, la CUF, il Governo, la Commissione oncologica dall'altro. E' necessario avviare quello che definirei, più che una sperimentazione, un controllo clinico, perché è un dato di fatto che ormai decine di migliaia di persone seguono il suo protocollo terapeutico. Abbiamo tutto l'interesse di conoscere l'esito finale di tale controllo e a tal fine le chiediamo di metterci nelle condizioni di poterlo fare; riteniamo indispensabile che lei e il suo gruppo collaborino alla ricerca e questo chiederemo al ministro. Proprio in nome di quei pazienti cui lei ha dedicato la sua vita, le chiediamo di dare la sua disponibilità a collaborare con il ministro, il quale non può fare altrimenti che servirsi delle sue strutture e delle regole che fino ad oggi hanno governato questo settore. 

Vasco Giannotti - Professore, vengo subito a una domanda che rivolgerò anche alla Commissione oncologica e al ministro Bindi nel corso delle diverse audizioni. Molti di noi - mi preme di dire che quando dico “molti di noi” non parlo a nome di un gruppo perché su una questione di tale natura mi pare puerile e sbagliato contrapporre gruppo a gruppo - si sono mossi perché lei fosse messo nelle migliori condizioni possibili per dimostrare l'efficacia del suo metodo. Sono contento che anche grazie alla sua disponibilità (ed io la prego si essere totalmente disponibile) ed al suo senso della misura (e mi auguro che nella vicenda si continui a dimostrare - come è avvenuto ieri sera per gran parte della trasmissione - un grande senso della misura) si sia arrivati al punto vero: la sperimentazione. 
La domanda che mi sta a cuore e che le rivolgo è la seguente: so bene che anche la sperimentazione non è una cosa facile; le chiedo - come chiederò agli altri - che cosa serva, quanto tempo serva, cosa sia necessario per dare ai cittadini quello che è nostro compito di legislatori cercare di dare, vale a dire sapere se il suo metodo può testare l'efficacia e l'efficienza dei risultati. Le chiedo quali regole, quali tempi, quali forme dobbiamo cercare di seguire. 
Lei ha esposto due concetti che ci faranno discutere molto, ed è un bene che ciò avvenga. Il primo è la libertà della terapia: il cittadino - come lei ha detto - deve essere adeguatamente informato per poter decidere insieme con il medico quale cura fare. Però lei mi insegna, professore, che affinché questa libertà sia reale accanto ad essa occorre che il medico sappia proporre terapie efficaci. Mi auguro che il suo metodo, una volta testato scientificamente (come ormai è dimostrato da tanti fatti) possa rivelarsi efficace: questo è quello che si aspetta l'Italia. 
Il secondo concetto che lei ha sollevato è quello del convivere con il tumore. Anche questo è un tema affascinante di discussione, ma anche in questo caso dobbiamo stare attenti: cerchiamo di operare con grande saggezza ed equilibrio, come lei tante volte ci ha detto. Convivere significa anche tener conto di tutti i risultati che si sono ottenuti. Per me è importante anche il risultato che negli ultimi venti anni il tasso di mortalità è diminuito dal 70 al 50% (mi riferisco ai dati ufficiali, e potrò essere smentito). C'è poi il grande capitolo, che lei ha toccato, della qualità della vita:  anch'esso è importante. Credo quindi che non sia compito di noi parlamentari disquisire sui tanti metodi; l'essenziale è mettere a disposizione del cittadino il meglio e perciò sono importanti i tempi, i modi e le forme della sperimentazione. 

Piergiorgio Massidda - Una premessa, professore: pur essendo il capogruppo del partito di Forza Italia in Commissione non parlo in questa veste ma a titolo personale. Concordo sul fatto che nessuno possa trattare in termini politici di un problema che coinvolge la persona, fermo restando che può esserci maggiore o minore sensibilità. 
Naturalmente, essendo uno dei firmatari dell'ordine del giorno che è stato bocciato durante l'esame della finanziaria, non posso che essere favorevole e vicino alle sue istanze. Però, come legislatori, abbiamo anche altri doveri, fra i quali, in questo momento, quello di abbassare un po'  il tono. Stiamo verificando insieme con lei l'efficacia della terapia che lei ha introdotto, ma nello stesso tempo non possiamo screditare terapie che fino ad oggi hanno conseguito ottimi risultati. Abbiamo paura che il dibattito in corso possa creare problemi tra gli ammalati ed è nostro dovere tutelare quel principio. 
Ecco il motivo di questa audizione e del nostro interessamento: come legislatori, dobbiamo aiutare il cittadino e naturalmente voi ricercatori a fornire all'arsenale terapeutico quante più armi possibili. Sono anche un medico e come principio ideologico sono d'accordissimo con lei sulla libertà: ci battiamo anche per far sì che il medico possa mantenerla soprattutto per quanto riguarda l'approccio terapeutico e il rapporto con il paziente, che nessuno può decidere in via legislativa. 
Allo stesso tempo, anche da medico, le rivolgo delle domande; probabilmente alcune risposte già sono state da lei fornite, ma voglio essere preciso. E' in grado di delineare con precisione le patologie per le quali il suo protocollo può ritenersi appropriato? E' in grado di esibire dati comparativi tra i risultati conseguiti con l'applicazione del suo metodo e quelli ottenuti attraverso l'applicazione di protocolli chemioterapici? E' in possesso di dati relativi alle percentuali di sopravvivenza, ai controlli e a quanti anni dopo l'inizio della somministrazione delle terapie sulla base del suo protocollo di riferimento? 
Sono domande per noi importanti; le possiamo garantire che per dovere anzitutto nei confronti dei cittadini le daremo il massimo supporto in questo confronto: non parlo di sperimentazione ma di controllo clinico e di verifica, che per noi - al di là delle simpatie o antipatie - è doveroso verso il cittadino. 

Giuseppe Del Barone - Ho ascoltato con attenzione il professor DI Bella e debbo essere sincero: quando egli dice “con la mia cura non è mai morto nessuno” automaticamente penso che la seconda domanda che ha fatto l'amico Massidda decada. Se non è morto nessuno, il paragone con la chemioterapia dovrebbe andare a farsi benedire, visto che con quest'ultima sono morte diverse persone. Vorrei quindi essere preciso su questo aspetto perché il professor Di Bella ha parlato a lungo dei tumori della mammella e di terapia demolitiva, di mastectomia, eccetera. 
Vorrei che anche il dottor Giuseppe Di Bella mi ascoltasse, così almeno potremo scambiarci le idee. Professor Di Bella, la domanda è molto precisa: lei conosce molto meglio di me (che sono un medico che fa questo mestiere da una quarantina d'anni) la situazione. Conoscerà senz'altro il concetto di quadrantectomia, le statistiche della guarigione dopo un intervento non demolitivo sono molto ampie. Il metodo di cui lei parla, e che noi siamo qui per apprendere, diventerebbe sostitutivo anche di tali interventi oppure migliorerebbe la qualità di una vita che questi ultimi già di per se stessi possono rendere buona? 
Praticamente, quando lei dice che non muore nessuno, automaticamente afferma che questa cura si pone in antitesi con il miglioramento della vita, perché se non si muore tale miglioramento viene quasi in seconda battuta. Sono invece profondamente convinto che la sua cura potrà dare dei risultati anche miracolosi soprattutto quanto al miglioramento della vita; se invece parliamo del fatto che non si muore, lei mette la sua cura in antitesi con posizioni passate attraverso il tempo e che hanno dimostrato delle negatività ma anche molte positività. 
Vorrei dire al mio grande amico onorevole Gramazio di stare tranquillissimo: faccio parte del Comitato centrale della FNOM e posso assicurare che la libertà di prescrizione esiste; su questo non ci sono santi. 

Giulio Conti - Non è vero! 

Giuseppe Del Barone - Perché mi vuoi proibire di esprimere le idee... 

Presidente - Per cortesia, colleghi! 

Giuseppe Del Barone - Se mi interrompete... 

Presidente - Non la interrompo: lei non ha voce ma i tre minuti li ha abbondantemente superati! 

Giuseppe Del Barone - Sostengo che, in pratica, una cosa è effettuare una prescrizione privata che passa anche per il consenso informato del paziente (e quindi è legittima), altra cosa è parlare della prescrizione attraverso il Servizio Sanitario Nazionale, sulla quale abbiamo sentito le dissertazioni del pretore di Maglie e un po' di tutta Italia. Concludo: l'amico professor Di Bella - cui va tutta la mia stima - ci dica se attraverso la sperimentazione, più che attraverso le cartelle cliniche, perché noi abbiamo bisogno di un'eterosperimentazione e non di un'autosperimentazione, intenda sostituirsi alle cure tradizionali oppure voglia assicurare un miglioramento delle qualità della vita del paziente. Secondo me questa è la domanda di fondo. 

Alessandro Cé - Vorrei esordire dichiarando che io e, in linea di massima, il gruppo al quale appartengo siamo estremamente favorevoli a tutti i concetti che vanno verso la libertà, quindi anche verso la libertà di cura e di scelta. Non vorrei però che venissero sottovalutati aspetti che sono peculiari del campo medico. 
Anzitutto le considerazioni del professore partono sempre dal presupposto che il medico che esercita la professione sia fondamentalmente persona onesta, eticamente equilibrata, eccetera. Rilevo inoltre che esistono asimmetrie informative. Per quanto si parli di consenso informato, è logico che il paziente, se è in grado di sperimentare la validità della terapia, non può mai prefigurare il meccanismo che ne è alla base. 
Le chiedo allora: non ritiene lei che in ogni caso, anche tenendo come obiettivo la libertà di cura e di scelta, sia importante che a livello etico ci sia un organismo che valuti l'attendibilità delle sperimentazioni in atto? La Federazione degli ordini dei medici ha certamente posto in essere una prevaricazione incredibile inviando un diktat ai medici di base affinché non prescrivessero questa sostanza, il che è inaudito ed inaccettabile. Non ritiene, peraltro, che anche dal punto di vista istituzionale ci debba essere un organismo delegato a svolgere una funzione analoga? Inoltre, pur non considerando l'aspetto del costo dei farmaci, siccome gli stanziamenti sono a carico del Fondo Sanitario Nazionale, non dovrebbe essere effettuata anche una valutazione della ricaduta degli aspetti finanziari, che è direttamente conseguente alla congruità della terapia, in modo che, se gli aspetti sono riscontrati, si possa addivenire all'inserimento di quei prodotti nell'ambito delle terapie a carico del Sistema Sanitario Nazionale? 
Sulla base di questa premessa importante le voglio chiedere quali siano i motivi che hanno ostacolato la diffusione delle informazioni relative alla sua sperimentazione, specialmente nel mondo accademico, suscitando una grande ostilità nelle istituzioni. 
Le chiedo infine, invitandola ad essere sincero con se stesso prima ancora che con i presenti, se nella sua sperimentazione  ci sia qualcosa che, a prescindere dal fatto che non rientra nei canoni specifici della sperimentazione internazionale, mal si presta oggi ad essere utilizzato da altre persone che possano verificare l'autenticità e l'efficacia del metodo. 

Antonino Mangiacavallo - Nel rivolgerle un ringraziamento per aver accolto l'invito della Commissione, le manifesto serie perplessità ad affrontare questo problema, non tanto come parlamentare quanto come medico parlamentare, non solo per le implicazioni scientifiche che l'argomento comporta ma anche per il clamore sociale e giornalistico cui abbiamo assistito in questi giorni: coinvolgimento dei mass media, della magistratura, di vasti settori dell'opinione pubblica. Nella brevità del tempo a disposizione cercherò dunque di svolgere considerazioni, anche se non mi sottrarrò all'opportunità di formularle qualche domanda specifica. 
Desidero preliminarmente collegarmi a due sue affermazioni, cioè che bisogna sostenere la libertà di cura e che nella valutazione dell'efficacia di una terapia non bisogna prendere in considerazione la componente economica, almeno nella sua parte iniziale. 
Sono fermamente convinto che la libertà di cura è un cardine nel rispetto del cittadino e non ho motivo oggi di preoccuparmi per la mancanza di tale libertà. Avrei preoccupazione se al posto della libertà si promuovesse una forma di libertinaggio o di anarchia nella prescrizione. Sono perfettamente d'accordo con lei che la valutazione economica di una terapia non può assolutamente essere presa in considerazione, in modo particolare quando si affrontano patologie tragiche come quella neoplastica. Ma francamente devo dirle che ho qualche perplessità su affermazioni scientifiche che lei ha fatto, con particolare riferimento a quando sostiene che la bontà della terapia da lei sperimentata sia valutabile anche per il fatto di non aver fatto mai morire nessuno. Ciò potrebbe esser considerato alla stregua di un qualsiasi sintomatico; ma nel dire questo non voglio assolutamente sottovalutare le potenzialità della sua terapia, che del resto non conosco sul piano biochimico, sul piano elettrofisiologico, sul piano strettamente scientifico. 
Qualche ulteriore preoccupazione nutro quando sul piano psicologico  si può effettuare un condizionamento dei pazienti o dei cittadini nel tentativo di sostituire qualche particolare forma di chirurgia sulla quale ancora non si ha alcun elemento utile per definirla efficace o meno. Così facendo si potrebbero creare illusioni  che renderebbero ancora più tragica la situazione nei pazienti neoplastici. 
Per concludere, professore, tenuto conto che le sperimentazioni cliniche devono basarsi non su valutazioni  soggettive ma su valutazioni oggettive, le chiedo: gli studi che la sua équipe ha effettuato sono stati condotti in doppio cieco versus placebo o versus altre terapie, così come prevedono le direttive internazionali e come prevede la scienza, che molti si sono permessi di criticare aspramente anche nella trasmissione televisiva di ieri sera? E' stato effettuato - così come ha chiesto il collega Massidda - un follow up clinico rigoroso, preciso, scrupoloso, con dati statisticamente significativi, oppure queste valutazioni sono basate soltanto su una casistica limitata e non selezionata? Lei mi insegna che non si può applicare una terapia standard a tutti i tipi di tumore esistenti. Le posso infatti assicurare, per la mia esperienza medica, che ci sono pazienti affetti da carcinoma alla testa del pancreas o alla mammella che, trattati chirurgicamente e senza nessun altro presidio terapeutico, stanno perfettamente bene a distanza di decenni. 
Le pongo un'altra domanda specifica. Da più parti si è sentito che il suo gruppo, professor Di Bella, si opporrebbe alla verifica della sperimentazione condotta dagli enti autorizzati giuridicamente ad effettuarla perché ci sarebbero pregiudizi nei confronti di questa terapia e della sua équipe. Quali elementi ha per stabilire preventivamente che ci sarebbero pregiudizi da parte degli enti preposti? Se ci sono elementi in tal senso, gradirei che venisse dichiarato apertamente. 
Infine, non si può affermare come è avvenuto ieri - scusi la mia presunzione, particolarmente rispettosa della sua esperienza, della sua competenza e del suo passato accademico - che la scienza distrugge il buon senso. Ho la preoccupazione che quando si ricerca la verità - e siamo tutti qui per farlo - che la presunzione (la mia, non quella degli altri) a volte può vanificare i successi della scienza.  

Annamaria Procacci - Desidero ringraziare tutti i nostri ospiti, in modo particolare il professor Di Bella: sono convinta che l'audizione di stamattina, in questa sede istituzionale, possa dare un forte contributo ad un recupero di serenità e di lavoro comune di cui credo tutti abbiamo bisogno e sentiamo l'esigenza. 
Protagonista è sempre il malato: credo che nessuno di noi possa o voglia mai dimenticarlo. Sono convinta che occorra fare presto, iniziare subito questa verifica, o sperimentazione, come la si vuole definire, attraverso regole che abbiano la maggiore oggettività possibile. Noi versi siamo da sempre convinti, professore (e credo di aver colto con grande interesse anche il messaggio culturale che lei ci ha portato questa mattina, per esempio rispetto al principio della convivenza con il tumore), che la  libertà terapeutica del medico e del paziente sia un diritto imprescindibile dell'individuo. Siamo parimenti convinti che sia un dovere della società, un nostro dovere, fare qualunque cosa nel settore della prevenzione: è da tanto tempo che combattiamo questa battaglia per la prevenzione del tumore con la qualità e lo stile di vita, rispetto a quello che respiriamo e che mangiamo. 
Ancora, siamo convinti della necessità di maggiore apertura della ricerca a metodologie terapeutiche “nuove”, anche se, effettivamente, nuovissime non sono. Ma per poter fugare perplessità che non sono soltanto mie, poiché sono state avanzate in altre sedi, le rivolgo questa domanda: il suo protocollo, da quello che comprendo, è frutto di un insieme di elementi, dalla somatostatina in poi, attraverso - se posso usare questo termine non tecnico - un loro dosaggio all'insegna della variabilità; ebbene, come si può conciliare in sede scientifica (mi interessa proprio al fine di capire quale sperimentazione condurre) questa variabilità degli elementi terapeutici proposti con la riproducibilità dell'esperimento? Credo che questo sia uno dei dubbi maggiori che ci ha colto. 
Inoltre, professore, nella sua lunghissima esperienza, le strade che lei ha percorso nella sua ricerca hanno incrociato quelle di ricercatori di altri paesi e ritengo che anche questo possa essere un elemento di conoscenza interessante, almeno per me. 
Vorrei chiederle, infine, in quale misura lei trovi rispondente la sua metodologia alle patologie di cui sono portatori i bambini. 
Questi sono i punti che mi interessano maggiormente e le assicuro che da parte nostra, ma credo da parte di tutti, vi è interesse a seguire anche nelle fasi successive la proposta terapeutica di cui lei è portatore.  

Giuseppe Fioroni - Ringrazio, innanzitutto, il professor Di Bella per la sua esposizione e mi limito a tre rapide considerazioni. Il professore, all'inizio, richiamava la libertà di cura, la libertà per i medici di poter prescrivere indirizzi terapeutici a prescindere dalle indicazioni o dai diktat. Pongo allora un problema: la libertà terapeutica deve essere nell'ambito di canoni precisi; credo che un uomo di scienza, che viene dal mondo accademico, non possa non ricordare le prime lezioni all'università nelle quali si insegna ad essere certi che, con la somministrazione (sperimentando non su cavie ma sull'uomo) la libertà terapeutica non rischia di diventare libertà di danno.  Proprio per questo, credo vada ricordato che nel passato, anche recente (non parlo del suo metodo, perché non ne ho sufficiente conoscenza), ogni volta che per i malati oncologici si è sviluppata un'attenzione dei mass media, abbiamo avuto una lunga serie di viaggi della speranza, che hanno portato pazienti oncologici, non solo terminali ma anche allo stato iniziale, ad inseguire presunti metodi ritenuti, sicuramente in buona fede, utili e dirimenti  per alcune patologie. 
Le chiedo allora - è la seconda domanda - con quell'umiltà cui faceva riferimento l'onorevole Mangiacavallo: un uomo di scienza che ha gli elementi di conoscenza non deve fornire all'intera comunità scientifica, non solo nazionale ma anche internazionale, dati, protocolli, elementi che consentano no0n solo di valutyare il proprio operato, ma soprattutto che altri possano partire da quell'operato per approfondire  ed ottenere  risultati? 
Un altro aspetto veniva ricordato dall'onorevole Massida: credo che, parlando di metodi a confronto, un primo dato importante - lei lo ha sottolineato più volte - sia che il farmaco che viene somministrato con il nuovo metodo non crea danno (primum non nuocere).  In secondo luogo, però, bisogna anche essere  certi che aggiunga qualcosa in più rispetto alle terapie che sono in atto e sono sperimentate. In terzo luogo, iniziando una nuova terapia  e sospendendone un'altra, che potrà essere aggressiva o non risolutiva  per la totalità dei casi sicuramente è fondata su dati sperimentali e certi, si deve avere la certezza, non soltanto professionale ma anche etica, che chi sospende una cura vada al meglio e non al peggio (anche se egli è consapevole di inseguire una speranza e di non essere in grado di risolvere il proprio problema). 
Un'altra considerazione è la seguente: non credo che la terapia presenti un problema di costo, perché se fossimo certi che un nuovo metodo riesce ad esser risolutivo anche soltanto  per un numero limitato di casi, non potremmo sottrarci alla necessità di spendere qualunque cifra per salvare una vita. Pongo un  altro problema, che riguarda un caso che ho vissuto personalmente e che si richiama ad una delle questioni poste all'onorevole Procacci: il caso di un bambino malato di un'emopatia acuta, in rianimazione, che i genitori decidono venga sottoposto al suo metodo. Nel momento in cui il medico  deve prendere la decisione se continuare con la terapia convenzionale (che in quel caso dava il 60% di remissione, quindi di guarigione, come dato definitivo) o sospendere  quella cura e passare  ad un'altra senza avere dati statistici certi, secondo lei, deve rispondere della propria capacità professionale di libertà sul piano anche etico, oltre che sperimentale? 
Un'ultima notazione su un aspetto riguardo al quale  non credo che l'interpretazione corretta sia quella che hanno dato alcuni colleghi: il professor Di Bella ha detto con estrema chiarezza che il suo  metodo non è tossico, non ha mai provocato il decesso del paziente, per cui si presume che abbia accompagnato l'eventuale decesso del paziente assicurandogli una migliore qualità di vita. Questo mi sembra il dato assodato; il dato che vorremmo avere in più riguarda le percentuali di guarigione e per quali patologie. 

Presidente - Abbiamo terminato il primo giro di domande, quindi invito a rispondere il professor Di Bella. 

Prof. Luigi Di Bella - Molte domande sostanzialmente coincidono e possono quindi essere associate in unica risposta. Una di esse riguarda la sperimentazione e vorrei quindi spendere qualche parola in proposito, visto che in questa sede di colleghi medici ce ne sono tanti (Alcuni deputati esclamano: “Troppi!"). Non credo che ciascuno di noi, nel momento in cui deve prescrivere un antispastico, debba prima richiedere una sperimentazione dell'antispastico. Si può obiettare che quel farmaco è stato già sperimentato: d'accordo; e se io prescrivo dei farmaci che sono stati sperimentati e che giovano per un tumore, perché devo fare una sperimentazione? Di questi farmaci , che sono già stati sperimentati, è composto tutto il protocollo che faccio io, solo che sono stati sperimentati in un campo che non è quello della medicina pratica. Per esempio, l'acido retinoico: chi si era mai sognato di andarlo a prescrivere? Però basi scientifiche rigorose dimostrano che è utile. Continuamente lo dimostrano gli apporti scientifici. Cosa debbo andare a sperimentare io sull'acido retinoico, se so vita e miracoli del composto, so come si fa, conosco la sua composizione, so tutte le proprietà chimico-fisiche del composto e conosco tutta la tossicità del composto e il modo in cui agisce? Cosa debbo sperimentare? Debbo sperimentare per andare a regalare decine di milioni o qualche miliardo agli istituti che dicono che fanno sperimentazione? 
Quanto ho detto per l'acido retinoico vale anche per il betacarotene. Già nel 1932 Wailer parlò della possibilità del betacarotene di essere trasformato in vitamina A. Vi sono state poi le ricerche di Coon il quale ha visto che era necessaria una molecola di betacarotene per dare due molecole di vitamina A. Tutto è stato confermato, e  noi sappiamo che il betacarotene  è una provitamina A. Tutto è stato confermato, e noi sappiamo che il betacarotene  è una provitamina A, ne conosciamo la solubilità e l'assorbimento. Cosa debbo sperimentare, ancora, in questo caso? L'acido retinoico, il betacarotene; e per quanto riguarda la vitamina E,  vi sono decine di volumi che la riguardano: cosa debbo sperimentare ancora? 
E andiamo a finire alla bromocriptina, perché io adopero anche questa. Chi è che non sa che la bromocriptina è determinante ai fini dell'elaborazione della prolattina e di tutto ciò che la prolattina fa  a livello di tutti i nuclei mesencefalici? Passo finalmente alla somatostatina. Della somatostatina quello che si dovrebbe sapere non si sa. Io ho dimostrato per caso, però l'esperimento mi è riuscito, che la stimolazione dei gangli delle abenule comporta un aumento delle piastrine in circolo: io sono passato dalle 200 mila normalmente in circolo a 600 mila. Poi nel giro di 72 ore, le piastrine tornano al livello precedente. L'ho applicato all'uomo e lo vedo continuamente fare. Allora, debbo andare a sperimentare tutto ciò che è già stato oggetto di una quantità di lavori e di esperimenti e di tutta una letteratura? 
Passiamo finalmente alla parte dolente: la somatostatina è un principio che viene elaborato dal diencefalo e che ha il potere di frenare la produzione dell'ormone somatotropo. Ma questo lo sappiamo già per lo meno da cinquant'anni, perché l'ormone somatotropo si è fatto fatica ad isolarlo, ma è costituito dalla bellezza di 91 amminoacidi. Andare a fare una sintesi di un polipeptide di questa portata non è facile. 
Se non vi fossero stati i metodi che sono venuti dopo, non si sarebbe arrivati dove siamo arrivati ora. Vedo ancora ricerche anche americane  sul fatto che la somatostatina dovrebbe incidere niente di meno che soltanto sugli elementi del sistema APUD, bel termine, che fa colpo: amino-processor-upted-decarbosilation. 
Quindi, la somatostatina è stata ridotta  alla miserabile funzione di incidere soltanto  sul sistema APUD. E tutto l'effetto che può avere sul gigantismo e sull'acromegalia? Quelli sono dimenticati, quando invece sono decenni che conosciamo queste cose. Conosciamo tutti gli effetti dell'eccesso e del difetto di questo, e dobbiamo sperimentare sulla somatostatina? Perché? Perché a Gebion è venuto di parlare del sistema APUD. Ma il peccato fondamentale di tutta questa deduzione è il seguente: ritenere che una sostanza iniettata abbia solo e unicamente la funzione che l'individuo che l'adopera conosce. L'unica funzione che conosce secondo lui  è l'azione della sostanza.  
Il fatto che la somatostatina intervenga sulla produzione dell'ormone somatotropo esclude che possa avere tanti  altri effetti. Ma quando mai adoperiamo una sostanza e sappiamo che agisce soltanto in una maniera?  
Ma basta leggersi la rassegna hanbdook che è già arrivata  ad oltre un centinaio di volumi, magari vedendo le parti monografiche  che sono venute fuori ora. Ma quando mai una sostanza viene adoperata soltanto per un effetto? Ma quanti effetti ha? E il fatto che abbia tanti effetti vuol dire che io non debbo poterla adoperare? Io l'adopero cercando  di monopolizzare l'effetto che ottengo in quel momento in tante maniere: attraverso la concentrazione, attraverso la modalità di somministrazione, attraverso il momento della giornata  in cui lo debbo fare, attraverso la coazione di tante sostanze che possono potenziare un effetto e indebolire gli altri e così via. In altre parole, ho l'impressione che andiamo a cercare questioni  di lana caprina  che non hanno importanza e questioni che sono state tutte analizzate con una finezza direi quasi molecolare. 
Siamo al punto che l'obiezione che mi viene rivolta è: non è la sostanza, ma il  protocollo. Viene fuori la fantastica parola “protocollo”. Io non ho parlato di protocollo, ho parlato soltanto di quadrilogia, non per cambiare, ma solo per precisare un pochino di più. “Quadri”, cioè quattro. Veramente sono più di quattro , ma possiamo parlare di quattro gruppi o categorie. La ragione è questa, ed è rigorosamente fisiologica, e poi diventa fisico-chimica e anche matematica e anche di calcolo combinatorio, differenziale eccetera. Accenno soltanto a queste cose. I rimedi che fanno parte di quella che chiamo quadrilogia...Non è soltanto l'acido retinoico oppure il betacarotene, ovvero la bromocriptina o la melatonina, o ancora la somatostatina: non, non è nessuno di questi, ma sono tutti insieme.Se manca la coazione, la contemporanea azione di questi, l'effetto non c'é o è limitato o ritardato.  
Quindi parlo di una quadrilogia  per una precisa ragione. Posso solo accennare, perché andiamo verso limiti dottrinari che non mi è consentito affrontare qui, ma l'acido retinoico, ma tutti gli stercosimeri dell'acido retinoico in nove  cis e in undici trans, o invece il tutto cis o il trans, che effetti hanno? Ma se noi conosciamo anche i recettori di questo... Non solo, conosciamo anche qualche altra cosa, e cioè che un determinato steroisomero agisce in un determinato livello, in un certo tempo, e soltanto in quella determinata maniera. Sono cose che si conoscono già: cosa dobbiamo sperimentare ancora? 
Oltre all'acido retinoico ve ne sono tanti altri che agiscono in questa maniera, ma l'acido retinoico per lo meno ha tre recettori. Ma i tre recettori si trovano nel nucleo. Avere un recettore nel nucleo vuol dire che le cose cominciano a cambiare un pochino. Sono anche tre recettori diversi, e si sa come incidono nella produzione niente meno anche della melatonina. Ma cosa debbo scoprire, se queste sono verità scientifiche? Vi sono dati inoppugnabili che conosciamo tutti. Sarebbe come se per prescrivere  del bicarbonato vada a verificare quali siano i suoi effetti, oppure a chiedere il protocollo sulla sua azione. 
Non credo che una cosa di questo genere possa avere senso; quello che invece è importante è stabilire il protocollo, cioè la quadrilogia, perché l'azione dell'uno, che non è subordinata a quella dell'altro (per esempio, l'azione dell'acido alfaretinoico non è subordinata all'azione del betacarotene ovvero ancora della bromocriptina), è un'azione che, rispetto a quello che io mi riprometto, è potenziata e, quindi, produttiva di effetti. 
Vorrei fare un esempio. Ieri sera, in una trasmissione televisiva ho cercato di parlare, ma mi hanno detto che non avevano capito niente (può darsi benissimo); pertanto, ripeterò appena qualcosa. Supponiamo che somministri dell'acido retinoico oppure soltanto i retinoidi ed ottenga un determinato effetto; supponiamo - seconda ipotesi - che oltre ai retinoidi somministri anche un po' di bromocriptina.  
Posso somministrare queste due sostanze insieme, oppure prima la bromocriptina e poi l'acido retinoico; oppure prima l'acido retinoico e poi la bromocriptina perché il loro scaglionamento nel tempo cambia anche l'effetto. Con due sostanze posso aver due modalità di azione, ma se somministro una terza sostanza posso introdurla prima, in mezzo o alla fine.  
Per il binomio, posso avere la possibilità di tre combinazioni, e se ne ho quattro, per ciascuna di quelle ne ho altrettante. Tutto questo come si chiama? Nel calcolo combinatorio noi lo chiamiamo  fattoriale. Se ho quattro sostanze che fanno parte della mia quadriglia, ho la possibilità di azione di uno per due e due, per tre, sei; per quattro, ventiquattro, cioé ho la possibilità di ventiquattro modalità di azione soltanto con quattro sostanze. 
Mi viene sollevata l'obiezione che io adopero una sostanza mentre invece non viene sollevata l'obiezione, che peraltro sarebbe più grave, del momento in cui essa viene prodotta e della combinazione con altre sostanze. Questo soltanto nel caso in cui prendo la parte materiale; se poi considero l'elemento tempo, invece di avere il fattoriale di quattro, posso averlo di cinque, di sei eccetera; le modalità di azione che si possono realizzare cominciano a diventare pressoché incalcolabili. 
Non mi dilungo su tutto il resto.... 

(Continua) 
 

 
 
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