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| Chi
da tempo, come noi, è nel campo dell'arte contemporanea - a segnare
storicamente ogni incidenza e coincidenza nuova - ha avvertito come ogni
artista, pittore, scultore e operatore visivo, vive il proprio tempo come
segnato da una febbre, da un incontenibile stress.
Sappiamo che lo stress si è sviluppato come concetto dapprima in ambito medico poi in ambito psicologico. Se talvolta le richieste che ci vengono dall'esterno sono da noi percepite come eccedenti oppure come inferiori alle nostre capacità, ecco comparire “fattori stressanti”. Lo stress non è una condizione patologica ma una risposta dell'organismo. Il cambiamento poi nell'organizzazione del lavoro, avvenuto nella società postindustriale, ha trasformato i significati del lavoro; da qui l'importanza delle componenti individuali dello stress nelle attività lavorative, variabili da soggetto a soggetto. Reazioni da stress e da fatica mentale, specie negli artisti, nei creativi, letterati, pittori e scultori, sono i risultati organici di stati di fatica prolungati o intensi, che non si è capaci di fronteggiare adeguatamente. Tutto poi dipende dal tipo di personalità che ognuno di noi ha: alla personalità estroversa si oppone la personalità “ossessiva”, caratteristica quest'ultima degli artisti, umorosi, esaltati, schizofrenici, con una forte emotività, e soprattutto con una forte sensibilità che talvolta rasenta anche la freddezza. Molti artisti hanno teatralizzato l'emozione, e molti di essi hanno delineato un percorso ossessivo. L'arte astratta parte da queste da queste considerazioni, e la ripetizione maniacale di forme, di quadrati, rettangoli, cerchi e altro, parte dal presupposto di bloccare ogni moto o impulso. Ecco Albers che per tutta la vita ha dipinto “omaggi al quadrato” e su ogni retro quadro scriveva toni e tipo di colori usati; ed ancora Mondrian con le sue campiture di colori fondamentali; o l'americano Ad Reinhardt con i quadri apparentemente neri ed invece bluastri, marroni o violacei. Molti artisti hanno creato un “loro stile” che impropriamente serviva a muovere il mercato, mentre era ed è, invece, segnale di maniacalità persino nei dettagli, di ossessiva rincorsa a non manomettere l'immagine diffusa agli spettatori, come le tele bianche dipinte da Robert Ryman. In realtà tutta l'arte americana degli anni Sessanta poggia sulla ripetitività, sull'ossessività, è di scena il Minimalismo; perfezioniste le opere di Donald Judd, e regole precise per Sol Lewitt che fa eseguire i suoi “Wall Drawings”. Così seriali anche i francesi, Daniel Buren con le sue “strisce” e i quadratini blu di Daniel Taroni. Sempre negli anni Sessanta si facevano avanti in Italia, ad esempio, le “forchette” maniacali di Capogrossi e i tableaux dorées di Remo Bianco, quella sequenza di quadrati e rettangoli dorati, in un ritmo di armonie. In questo senso vanno lette anche le “Accumulazioni” di Arman, il francese vivace interprete del Nouveau Realisme, che sulle tele vomitava tubi di colore; e non meno interessanti sono le famose sculture spazzatura, ricerca ossessiva di parti e di materiali oggetto di scarto. Paura della vita e della morte si leggono dietro la ripetitività dei “Vehicles” di Allan Mc Collum, che sono vasi dipinti a colori pastello e in realtà urne cinerarie. E che dire dei supporti-opera di Felix Gonzales Torres, ormai scomparso per Aids, che dava corpo ai suoi oggetti con cumuli di caramelle, invitando così lo spettatore a fare morire l'opera attraverso piccoli furti golosi. Questo dato ossessivo che permane all'interno della creazione artistica è cosa recente e si rifà agli anni Sessanta e oltre. Basti pensare alla tedesca Hanne Darboven che costruisce diagrammi, servendosi di numeri, pentagrammi e cartoline. Date salienti, pensieri di diari, codici personali, tutto si alimenta per il tramite di questa scrittura ossessiva, ondulatoria, corsiva e spesso incomprensibile. A proposito di numeri, anche il polacco Opalka Roman privilegia il numero come scandire della propria esistenza, tanto che la numerazione progressiva si avvale di nero per ingrigire il passato e di bianco in percentuale più alto per significare l'anno che ci lascia, tanto che l'artista pensa che alla fine della sua vita ci sarà la completa sparizione del nero a favore del bianco. E' divertente pensare come l'americano On Kawara abbia usato l'arte in modo ossessivo: dapprima con telegrammi in opere, nei quali comunicava d'essere vivo (1976), poi quadri neri su cui pone la data del giorno in caratteri bianchi, correlando il tutto al paese in cui si trova e all'acquisto di un quotidiano. Resta così che ogni quadro poi è riposto in una scatola che contiene anche il quotidiano, divenendo fredda documentazione di una vita sempre drammatica, sempre diversa e spesso motivo di ansie e ossessioni. La fredda ripetizione l'abbiamo avuta anche con Andy Warhol con la sua pop art, che rimette in gioco la "Marilyn ", e con gli iperrealisti Duane Hanson e Charles Eastes, che dalla realtà vanno verso l'illusione; ma anche con Piero Manzoni con le sue linee e la sua “Merda d'Artista”. La società urbanizzata ha dato esempi clamorosi di autocontrollo e viene da pensare che anche l'arte con il suo ricorso all'ossessione abbia manifestato la sua ansia, le sue preoccupazioni, la sua costrizione e il suo ripetersi. Ripetere i gesti, ripetere le idee, ripetere opere, ripetere segni, segnali, allontanare i sentimenti e l'emozione è significato dare spazio alla freddezza, a una ritualità maniacale. |
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