Il
recente invito alla Biennale di Cremona con tre grandi opere insieme a
Emilio Tadini e Valerio Adami (tutti accomunati dalla stessa vena narrativa),
la recente mostra al Museo Tencalla di Bissone-Lugano e una grande antologica
al Museo delle Belle Arti di Montreal, hanno dato conferma al vivace interesse
che il collezionismo, italiano e straniero, ha manifestato intorno all'opera
di Marisa Settembrini, una delle giovani artiste italiane più significative
e più coraggiose, oltreché nuove per via di quelle scelte
di poetica e di ricerca estetica manifestata in tempi a noi vicini.
Era partita sul finire degli
anni Settanta con un tratto di pittura espressionista che innervava nelle
tele il mondo e i colori del Sud, mai tralasciando l'immagine di un volto,
di un profilo, di un ritratto salvato nei ricordi e nella memoria, o anche
inserito in un paesaggio i cui toni avevano il mistero dell'attesa.
Già allora questa
giovane pittrice si rivelava come votata alla ricerca del nuovo, e di sicuro
talento, e fra i ritrattisti italiani poteva vantare una classifica ai
primi posti. Tant'è che lo stesso Comune di Milano ospitava una
mostra di “ritratti milanesi” nel Museo di Via Sant'Andrea.
Ma non c'era soltanto un
fenomeno di segno e disegno, quanto una forza psicologica, una trepida
emozione, un colore altalenante. Il grande rispetto della classicità,
e soprattutto la volontà di rientrare in quella nicchia di pittura,
come ritorno alla pittura dipinta, che legasse il nuovo all'antico, il
presente come ricerca, e la tradizione, poneva alla fine degli anni Ottanta
la Settembrini nella condizione di aprire quella fase nuova della “citazione”
così bene individuata da Roberto Sanesi e Domenico Montalto.
Quella breve fase di paesaggio
informale, di tela o supporto carico di colore magmatico, si aprivano in
quel lacerto collage che l'artista inseriva, ed era poi un'immagine sacra
e profana, un'immagine di corpo e di viso, di sguardo e posizione, ad essere
quasi strappata dal contesto originale, per essere qui inserita a significare
un diverso sistema estetico.
Un collage, un'immagine
strappata, un decollage che non rammenta la posizione di Rotella o di altro
nomi della pittura italiana e straniera, ma una finestra antica nel presente,
un calco di sottile lirismo, una quotata cultura che innesta l'apparato
visivo fra nubi di colori, segni e tracce visibili.
Era dunque, e lo è
oggi, ancora, questa ricerca pittorica della Settembrini una sottile e
inventiva campionatura, che ha abbandonato solo apparentemente l'immagine
dipinta e ritratta, per ristabilire quel “chiasmage” che già Kolar
e prima di lui i poeti visivi e gli stessi futuristi e dada berlinesi,
usarono.
Ma l'incantevole nuvola
di colore e materia che circonda queste icone del Duemila, frammentata
a segni, a segmenti e in quest'ultimo periodo a un mondo geometrico di
quadrati, triangoli e lunette, mette ancora una volta in luce l'anima sottile
e misteriosa che sovrasta ogni cosa, ne assegna il profilo, ne ristabilisce
l'aura.
|
|
.
|