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Pellico e Niccolini:
Il teatro patriottico nell'Italia dell'800
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Franco Manzoni
English
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In
Italia, a partire dai primi anni dell'Ottocento, contemporaneamente allo
sviluppo della borghesia urbana e alla formazione di uno strato sociale
mediamente acculturato, assistiamo ad un generale interesse degli intellettuali
dell'epoca per la “questione nazionale”.
Anch'essi
sono consapevoli, ormai, della loro responsabilita nell'avvio della
formazione di uno stato unitario.
Il
mantenimento di una certa tradizione culturale aveva quale significato
e scopo ultimo la ricerca di concretizzare un'identità nazionale:
pure le opere teatrali assecondarono questo fine, così come quelle
del melodramma, che in questo periodo ebbe in Italia massimo fulgore e
un dilagante successo di pubblico.
Bene
si inseriscono, dunque, all'interno della drammaturgia italiana, a fianco
del Manzoni, le opere scritte per il palcoscenico da Silvio Pellico e Giovanni
Battista Niccolini, due esponenti di spicco del momento storico, che trasuda
volontà di profondi cambiamenti.
Silvio
Pellico (1789-1854), uomo di lettere e patriota, compiuti i propri studi,
si stabilì a Milano, dove venne in contatto con numerosi scrittori
ed intellettuali stranieri e non, che avevano scelto questa città
come punto di riferimento aperto ai contatti europei.
A
colui che passò alla storia della nostra letteratura per il suo
diario “Le mie prigioni” (pubblicato nel 1832) - opera che secondo il Metternich
fu più dannosa di una sconfitta militare, tanto che gli austriaci
tentarono persino di ottenere la condanna religiosa - fu conferito
un unanime trionfo in campo teatrale grazie al dramma storico “Francesca
da Rimini”, rappresentato per la prima volta nel 1815.
L'opera
descrive la struggente vicenda che vede protagonisti i ben noti Paolo e
Francesca, l'esempio per antonomasia d'amore passionale e d'ideale romantico.
Larga
parte della tragedia è dedicata al tema della tentazione e alla
lotta strenua contro le insidie del peccato: in tal senso l'autore
tende ad alimentare la tensione patetica del dramma.
Questa
tragedia, dalla chiara impronta alfieriana, viene trattata dal Pellico
attraverso una trama essenziale.
In
scena incontriamo, infatti, Francesca, suo marito Lanciotto, l'amato cognato
Paolo, e il padre di lei Guido da Polenta, già prossimi al momento
risolutivo.
Il
Pellico, richiamandosi alla tradizione dantesca dell'”Amor che a nullo
amato amar perdona...”, descrive l'amore di Paolo e Francesca quale sentimento
puro, spirituale e reciproco desiderio dell'altro, non un'attrazione fisica
fatalmente irrefrenabile.
Il
personaggio di Francesca dà inizio in Italia a una delle più
seguite tipizzazioni di eroina romantica, caratterizzata dal binomio virtù-sfortuna.
Dopo
la tremenda esperienza del carcere nella fortezza dello Spielberg in Moravia,
Silvio Pellico, graziato nel 1830, tornò a Torino, dove visse come
bibliotecario alle dipendenze dei marchesi di Barolo e dove scrisse altre
tragedie dai temi sempre storici: “Ester d'Engaddi” (1830), “Gismonda da
Mendrisio” (1834), “Leoniero da Dertona” (1834), che tuttavia non ebbero
lo stesso riscontro della “Francesca da Rimini”.
Il
Pellico non riuscì a far rivivere compiutamente le vicende
storiche prese a prestito per la rappresentazione.
Il
Medio Evo, che ritroviamo nelle sue tragedie, si configura soltanto come
fosco sfondo dell'azione scenica, ambiente tetro destinato a far emergere
le figure e i sentimenti ideali, che animavano i suoi personaggi.
Anche
Giovanni Battista Niccolini (1782-1861), poeta dalla versificazione impetuosa
e lineare, fu autore di opere teatrali, che hanno come tema il riscatto
nazionale e la libertà di un popolo intero.
Egli
lavorò presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze in qualità
di professore di storia e mitologia e, allo stesso tempo, fu bibliotecario
dell'Accademia stessa.
Sono
suoi i drammi storici di forte impegno civile quali "Antonio Foscarini"
(1823, in scena nel 1827), "Giovanni da Procida" (1817, rappresentato nel
1830), "Ludovico Sforza" (1834), "Arnaldo da Brescia" (1843), che è,
probabilmente, il suo capolavoro,e "Beatrice Cenci " (1844).
Nelle
tragedie del Niccolini troviamo influenze schilleriane e byroniane, ma
i suoi personaggi spesso sembrano restare brillantemente descritti in modo
artificioso e non mostrano di vivere di luce propria.
Egli
mantenne gli schemi classicistici nel difendere le tradizionali unità
aristoteliche, mentre scelse temi che sviluppano gli ideali ottocenteschi
permeati di romanticismo ed ispirati dall'afflato libertario e patriottico.
Le
conoscenze professorali del Niccolini a volte ingoiano la libera evoluzione
della trama, così che l'autore talora tende a conferire all'azione
scenica uno spirito eccessivamente libresco.
Riprendendo
le concezioni della tradizione dantesca e machiavellica, il Niccolini si
lascia trasportare dalle reminiscenze delle diverse letture amate,
in cui l'autore finisce spesso con l'asfissiare i suoi personaggi e la
propria fantasia. Egli ottenne, comunque, un certo successo grazie alla
rivendicazione di un nuovo regime politico.
Il
Niccolini, d'altra parte, durante i folgoranti scontri oratori presenti
nei suoi drammi, riesce a sollevare problematiche estremamente attuali
per i suoi contemporanei, soprattutto l'ideale della libertà, che
doveva concretizzarsi nella nascita e nell'autonomia di un popolo e di
uno stato italiano.

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