di Giulio Nascimbeni     

Con il titolo “La vita parte da 80”, un settimanale italiano ha dedicato la copertina a trenta “grandi vecchi” della letteratura, del giornalismo, dell'alta finanza, del cinema, del teatro, della scienza, delle arti figurative, della politica: per chi ama le percentuali, preciso che, su trenta personaggi, le donne erano sette. Ragioni di scaramanzia mi vietano di indicare nomi e cognomi. Questo “Lunario” ha cadenza mensile: non si sa mai ciò che può accadere in trenta giorni...  
La copertina si riferiva, naturalmente, a un servizio nel quale si potevano leggere queste frasi: “Che strano. C'è una razza odierna di giovani svogliati che s'intristisce e invecchia nelle case dei genitori. C'è una razza antica di giovani attempati che va a ballare, pratica uno sport, studia, legge, naviga su reti virtuali. I primi hanno avuto tutto e non hanno imparato a desiderare, i secondi hanno avuto pochissimo e sanno che cosa vogliono: vivere sereni e leggeri. Certo, non sono tutti famosi come i  personaggi della copertina, sono gli anziani di oggi e, come quei personaggi, vogliono continuare a vivere intensamente”.  
“Largo ai vecchi”: è questo, dunque, lo slogan che ci accompagna verso il nuovo millennio? Il rischio è quello solito: che tutto questo parlare di terza e quarta età sia una moda, con i pericoli, i tranelli, le superficialità che ogni moda ha inesorabilmente nel suo destino. Mi auguro e spero che non sia così.  
l mio lavoro di giornalista mi ha portato ad avere contatti e a poter intervistare alcuni “grandi vecchi” della letteratura, uomini che ebbero un'impavida fede nella grazia e nella fantasia delle parole. Essi ebbero la fortuna di poter sfuggire, per merito delle loro opere, la terribile condanna nella quale Albert Camus identificava la vecchiaia: quella di “non essere più ascoltati”. Essi sfuggirono anche l'altra condanna di Montaigne: “La vecchiaia ci segna più rughe nello spirito che sulla faccia”. Direi che per essi valga, invece, quest'altra, poeticissima e consolatrice immagine: “L'anima dei giusti, come i fiori, emana più profumo verso la sera”.  

Incontrai Jorge Luis Borges (1899-1986) a Milano. Il grande scrittore argentino era già ottantenne e cieco: “Il solo colore che mi resta - disse - è il giallo. Contrariamente a quanto sembra, i ciechi sentono la nostalgia del nero, delle tenebre e del rosso, perché il nero, le tenebre e il rosso appartengono alle persone che vedono. Il giallo è il colore che muore per ultimo. Io lo conservo in me, è sempre più simile a una strana nebbia”.  
Feci a Borges questa domanda: Anni fa, lei ha confessato: 'Se in qualche modo sono ricco, lo sono più di perplessità che di certezze'. Adesso che ha aggiunto altre esperienze e altre conoscenze a quelle di allora, si sentirebbe di ripetere la stessa dichiarazione?  
“Mantengo inalterato - mi rispose - questo ricco tesoro d'incertezza. Se qualcosa, invecchiando, si è modificato in me, è d'altra natura. Da giovane volevo essere infelice come Amleto. Adesso non amo più l'infelicità. Vorrei, e cerco assiduamente, una serena felicità”.  
- Ha provato a definirla questa felicità?  
“Non posso citare un verso o una frase di qualche pagina. A volte la felicità ha ragioni difficili da esprimere. A volte basta attraversare una strada e sentire un soffio d'aria fresca. Comunque, è molto più facile accorgersi d'essere infelici che di essere felici”.  
- Lei sostiene di poter facilmente immaginare un mondo senza romanzi, ma non un mondo senza poesie. E un mondo senza filosofia riesce a immaginarlo?  
“No, siccome non sappiamo che cos'è il mondo, c'è la necessità di mantenere la speranza di non saperlo mai”.  
- Le fa paura il pensiero della morte?  
“Sarebbe orribile essere immortali”.  

Queste e altre cose mi disse l'indimenticabile Borges. Ora con i ricordi mi sposto a Losanna, nella casa di un altro “grande vecchio”, George Simenon (1903-89), il creatore del commissario Maigret, uno degli scrittori più tradotti al mondo. Quando lo intervistai aveva ottantatré anni e, sei mesi prima, era stato operato alla testa per un tumore benigno. Ma dimostrava di essere in perfetta forma, lucido e sereno.  
Per prepararmi all'incontro, avevo letto decine e decine di interviste concesse da Simenon e mi aveva profondamente incuriosito una risposta che aveva dato alla domanda: che cosa cerca come scrittore? La risposta era stata: cerco l'uomo “nudo”. Che cosa significava quell'immagine?  
Simenon mi rivolse un amichevole sorriso e pazientemente spiegò: “L'uomo 'nudo' è colui che non appartiene a nessuna classe sociale, che è quello che è: grasso, magro, bello, brutto, povero, ricco. L'uomo che si guarda allo specchio e vede i difetti che ha, le debolezze, i vizi, le ferite. Il suo contrario, l'uomo 'vestito', è obbligato dalle circostanze a vivere negli strati più diversi della società: ha una qualifica, è operaio, impiegato, commerciante, industriale, e quindi usa linguaggi diversi, deve rispettare regole, perde la sua naturalezza, il suo istinto”.  
Fu spontaneo replicare a Simenon: “Lei si considera un uomo 'nudo' o un uomo 'vestito'?”. Sorrise un'altra volta, aspirò un po' d'aria dalla pipa che teneva tra le labbra ma era priva di tabacco: “Adesso sono un uomo 'nudo' che per tanti anni è stato 'vestito'. Per scrivere ho dovuto vivere molte vite, coabitare con i miei personaggi, con le loro miserie, speranze, dolori, grandezze, illusioni. Ho frequentato banchieri, barboni, poliziotti, prostitute, attori, quei piccoli uomini che sono i politici...”.  
- Vuole dire che dalla ricerca degli altri è passato alla ricerca di se stesso?  
“Proprio così, e ciò è avvenuto quando nel 1980 ho scritto 'Mémoires intimes', un libro dedicato a mia figlia Marie-Jo, morta suicida a venticinque anni.  Mi è capitato di piangere mentre lo scrivevo.  Ma, ad essere sincero, non è stato soltanto in quel caso. Ho pianto anche per altri libri, sul destino di altri personaggi immaginati da me, non veri. Ho sofferto molte vite, quasi tutte sbagliate, fallite, piene di dolore...”.  
Non mi piaceva concludere l'intervista con questi toni di desolata malinconia. In un colloquio divenuto pubblico con il suo amico Federico Fellini, Simenon aveva rivelato che, fra tutti i colori, amava il giallo, e questo lo avvicinava a quanto mi aveva confessato il cieco Borges. Gli domandai il perché di questa preferenza. “Sono un po' daltonico - rispose - e non distinguo bene il rosso e il verde. E poi il giallo è il colore dei bambini quando disegnano il sole”.  
 

by Giulio Nascimbeni         

 With the title “Life starts at 80”, an Italian magazine dedicated its cover to thirty “great old people” of literature, journalism, high finance, cinema, theatre, science, figurative arts, politics.“Give the old people a chance!”: is this the slogan we are taking take with us towards the new millennium? The risk is always the same: that all this speaking of third and fourth age is a fad, with the dangers, the tricks and the superficiality that every fad inexorably entails in its destiny. I really hope it won't be like this.   
As a journalist I have often had the opportunity to have contacts with and interview some “great old people” of literature. They were lucky enough to escape, thanks to their works, the terrible condemnation Albert Camus identified old age with: that of “not being listened to anymore”. They also escaped another condemnation, that is Montaigne's: “Old age gives us more wrinkles in our soul than on our face”. I would say that this extremely poetic and comforting image may be valid for them: “The soul of the just, like flowers, gives off more fragrance in the evening”.   

I met Jorge Luis Borges (1899-1986) in Milan. The great Argentine writer was already in his eighties and blind: “The only colour that is left to me - he said - is yellow. Contrary to what they say, blind people miss black, the darkness and red, because black, darkness and red belong to the people who see”. I asked Borges this question: “Some years ago you said: 'If somehow I am rich, I am richer in uncertainties than in certainties'. Would you feel like repeating this now?   
“My rich treasure of uncertainty - he answered - is still unchanged. If something changed in me as I have grown older is certainly something different. When I was young I wanted to be as unhappy as Hamlet. I no longer love unhappiness now. I would love to have, and am looking for it assiduously, a serene happiness”.   
- Did you try to define this happiness?   
“I cannot quote a line or the sentence of a page. Sometimes happiness has difficult reasons to express. However, it is much easier to realise of being unhappy than of being happy”.   
- You said you could easily imagine a world without novels, but not a world without poetry. Could you imagine a world without philosophy?   
“No, I couldn't. As we don't know what the world is, there is the need to keep the hope of never knowing it”.   
- Does thinking about death scare you? “Being immortal would be terrible”.   

Now let me move my memories to Lausanne, to the house of another “great old man”, George Simenon (1903-89), the creator of the inspector Maigret, one of world's most translated writers. When I interview him he was eighty-three and had been operated in his head for a benign tumour six months earlier. He was in great shape, looked perfectly lucid and serene, however. I prepared for the meeting by reading tens of interviews Simenon had given and I was particularly struck by how he once answered the question: what are looking for as a writer? The answer was: I am looking for the “naked man”. What did that image mean? Simenon friendly smiled to me and patiently began to explain me: “The 'naked man' is the man who does not belong to any social class. He is what he is: fat, thin, handsome, ugly, poor, rich. The man who looks himself in the mirror and sees his defects, his weaknesses, his vices, his wounds. His opposite, the 'dressed man', is forced to live in the most different layers of society by the circumstances: he has a specific position, he is a worker, must respect rules, loses his naturalness, his instinct”. My reply to Simenon was spontaneous: “Do you consider yourself a 'naked' man or a 'dressed' man?”.   
He smiled again, inhaled some air from the pipe he was keeping between his lips but that had no tobacco: “Now I am a 'naked' man who has been 'dressed' for many years.   
To write my stories I had to live many lives, live together with my characters, with their misery, hopes, pains, greatness, illusions. I befriended bankers, tramps, policemen, prostitutes, actors, those little men... the politicians”. - Are you saying that you went from searching the others to searching yourself? “It is exactly like this.   
This is what happened in 1980 when I wrote “Mémoires intimes”, a book that I dedicated to my daughter Marie-Jo who committed suicide when she was twenty-five.”. I did not like to end the interview with such a desolate and sad tone.   
Once, while talking with his friend Federico Fellini, Simenon revealed that his favorite colour was yellow. I asked him why he liked that colour. “I'm a little colour-blind - he answered - I can't tell red from green very well. Besides, yellow is children's colour when they draw the sun”. 

 
 Leadership Medica®  
  Mensile di scienza  medica e attualita`  
 Copyright 1997© All Rights Reserved 
  
 This pages are maintened by   
GTM Grafica 
Service & Network  
gtmgraph@coloseum.com