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AnnoXVI -No. 06 - 2000

 

 

 

 

 

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Poco meno di 600 azionisti, tuttora iscritti a libro soci, "piangono" il loro investimento in azioni Standa e la fiducia (purtroppo andata delusa) che avevano riposto nel carisma di Silvio Berlusconi, quando il Cavaliere, dopo aver acquisito la maggioranza della Società, ne assunse la Presidenza e, in una memorabile assemblea, assicurò che avrebbe riportato bilanci e gestioni su traguardi di eccellenza.

E' forse il caso di ricordare che il Presidente Berlusconi volle con sè in Consiglio, il fratello Paolo (Vice Presidente e Consigliere Delegato), il parente Giancarlo Foscale, i fedelissimi Fedele Confalonieri, Marcello Dell'Utri, Vittorio Dotti e Gianni Letta.

Negli anni successivi arrivarono Marina e Pier Silvio Berlusconi e si avvicendarono altri Fininvest (o para Fininvest): in entrata, ad es., Cesare Previti e Ubaldo Livolsi, in uscita, ad es., Letta e Confalonieri. Silvio Berlusconi dopo alcuni anni si dimise poiché prese atto che la Presidenza di una Società quotata non gli si addiceva in quanto, tardando i risultati, era esposto alle critiche della stampa, ai voti di dissenso delle minoranze, alle contestazioni dei sindacati. In una recente dichiarazione televisiva, Berlusconi, enunciando i danni che ha subito a causa delle sue scelte politiche, ha affermato di aver dovuto vendere la Standa in quanto gli venivano negate le licenze per nuove aperture.

La tesi è suggestiva ma poco corrispondente al vero. Già da alcuni anni infatti importanti Regioni (ad es. Lombardia, Piemonte, Veneto, Puglia ), un numero elevato di province e centinaia di comuni erano retti da "forze" che non avevano e non potevano avere preclusioni per una Società del Cavaliere.

"Buttare" in politica l'insuccesso nella gestione della Standa è dunque una forma di demagogia per coprire una serie ininterrotta di decisioni sbagliate da parte dei suoi uomini in una gestione estranea alla logica della Grande Distribuzione.

A ciò si deve se, dopo il lungo susseguirsi di risultati insoddisfacenti puntualmente seguiti da piani di ristrutturazione, tutti falliti, la Fininvest nel '98 ha "gettato la spugna" ed ha deciso di vendere. Compratore per il "food" è stato il Gruppo Franchini, per il "non food" quello Coin. Ceduto il marchio la Società ha assunto la ragione sociale di Euridea S.p.A..

Il bilancio Euridea del '99 evidenzia tutte le falle degli anni precedenti con una perdita contenuta soltanto da partite "estranee " come quelle fiscali. All'Euridea è restato da gestire - fra l'altro - un contenzioso costituito da oltre duemila cause per le quali la Società si avvale di oltre 200 studi professionali, con "costi professionali e consulenza" che nell'esercizio sono ammontati a ben 13.215 milioni. Nell'attuale bilancio Euridea sono iscritti, inoltre, crediti per c.ca 80 miliardi a fronte dei quali sono stati stanziati accantonamenti per circa 70 miliardi. In altre parole la scelta superficiale degli "affiliati" è stata una delle cause che non soltanto hanno pesato negativamente sul fatturato e sui costi, ma che hanno anche determinato crediti inesigibili.

Nell'assemblea del 29 u.s. un azionista ha sottolineato che Euridea ha ereditato i "rottami" generati dagli esercizi precedenti...come dargli torto ?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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