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Dieci anni fa, molti
pronosticarono che il XXI secolo sarebbe stato targato Asia: l'affermazione
del Giappone come seconda potenza economica mondiale, l'emergere delle
“piccole tigri” del Sudest, la rapida trasformazione della Cina in senso
liberista, il lento risveglio dell'India, la immensità delle risorse
petrolifere dei Paesi intorno al Golfo persico, lo smisurato potenziale
della Siberia come fornitrice di materie prime, tutto sembrava congiurare
a favore di un graduale spostamento del baricentro del potere verso
il continente di gran lunga più popoloso della terra. Perfino l'aumento
del peso degli Stati occidentali degli Stati Uniti - California, Oregon,
Washington - rispetto a quelli della costa atlantica fu interpretato
come un segno che gli equilibri del mondo si stavano modificando, e
che lo storico rapporto privilegiato degli USA con l'Europa avrebbe
fatto luogo, con il tempo, a un asse transpacifico con Tokio e forse
addirittura con Pechino. Molta acqua è passata sotto i ponti e queste
certezze si sono alquanto stemperate.
I “fondamentali” dell'Asia
rimangono buoni, in certi casi sono addirittura migliorati, ma numerose
incognite supplementari sono state introdotte nell'equazione. Forse
la visione di allora non teneva conto del fatto che la storia non procede
sempre in linea retta e quindi può richiedere molto più tempo del previsto
per arrivare dove si presume che sia destinata. La sorpresa più grossa
è stata la crisi ormai quasi decennale del Giappone, dovuta in apparenza
allo scoppio di una grande bolla speculativa che ha coinvolto istituzioni
finanziare e complessi industriali, ma che ha rivelato anche le carenze
di un modello indicato negli anni Ottanta come la più sofisticata versione
del capitalismo moderno.
Il Giappone rimane,
anche dopo un decennio di travagli, anche dopo la durissima recessione
del 1998, la principale potenza asiatica, con un reddito pro capite
nettamente superiore a quello europeo, una bilancia commerciale in attivo
di 82 miliardi di dollari e un'industria presente in tutti i principali
settori.
Ma, mentre le Borse
americane ed europee sono vicine ai massimi, l'indice Nikkei è a un
livello inferiore di quasi il 60% ai massimi di dieci anni or sono e
il Paese, la cui popolazione sta invecchiando ancora più rapidamente
di quella europea, sembra avere perduto quella fiducia in se stesso
che lo caratterizzava negli anni del boom. Pur praticando una democrazia
formalmente ineccepibile i giapponesi rotolano da una crisi politica
all'altra e sembrano incapaci di esprimere una classe dirigente in grado
di rigenerare la formula, un po' obsoleta, del Paese-azienda.
Nell'ultimo scorcio
di secolo, il Giappone non ha prodotto un solo leader di cui all'estero
si ricordi il nome, ha avuto il tasso di sviluppo più basso del mondo
industrializzato e - forse ancora più grave - non ha tenuto finora il
passo con i processi di liberalizzazione e di innovazione che stanno
rivoluzionando il globo. La “new economy” trova nelle strutture di una
società tuttora molto conservatrice, abituata a funzionare con il consenso
più che con le operazioni di rottura, ostacoli più forti che in qualsiasi
nazione avanzata del mondo. Intanto il Paese, famoso per la forza della
sua moneta e per i suoi giganteschi investimenti all'estero, si è indebitato
al di là del ragionevole, al punto che l'agenzia Moody's ha addirittura
minacciato di declassarne l'affidabilità.
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