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Anno XVI -No. 06 - 2000

 

 

 

 

 

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Dieci anni fa, molti pronosticarono che il XXI secolo sarebbe stato targato Asia: l'affermazione del Giappone come seconda potenza economica mondiale, l'emergere delle “piccole tigri” del Sudest, la rapida trasformazione della Cina in senso liberista, il lento risveglio dell'India, la immensità delle risorse petrolifere dei Paesi intorno al Golfo persico, lo smisurato potenziale della Siberia come fornitrice di materie prime, tutto sembrava congiurare a favore di un graduale spostamento del baricentro del potere verso il continente di gran lunga più popoloso della terra. Perfino l'aumento del peso degli Stati occidentali degli Stati Uniti - California, Oregon, Washington - rispetto a quelli della costa atlantica fu interpretato come un segno che gli equilibri del mondo si stavano modificando, e che lo storico rapporto privilegiato degli USA con l'Europa avrebbe fatto luogo, con il tempo, a un asse transpacifico con Tokio e forse addirittura con Pechino. Molta acqua è passata sotto i ponti e queste certezze si sono alquanto stemperate.

I “fondamentali” dell'Asia rimangono buoni, in certi casi sono addirittura migliorati, ma numerose incognite supplementari sono state introdotte nell'equazione. Forse la visione di allora non teneva conto del fatto che la storia non procede sempre in linea retta e quindi può richiedere molto più tempo del previsto per arrivare dove si presume che sia destinata. La sorpresa più grossa è stata la crisi ormai quasi decennale del Giappone, dovuta in apparenza allo scoppio di una grande bolla speculativa che ha coinvolto istituzioni finanziare e complessi industriali, ma che ha rivelato anche le carenze di un modello indicato negli anni Ottanta come la più sofisticata versione del capitalismo moderno.

Il Giappone rimane, anche dopo un decennio di travagli, anche dopo la durissima recessione del 1998, la principale potenza asiatica, con un reddito pro capite nettamente superiore a quello europeo, una bilancia commerciale in attivo di 82 miliardi di dollari e un'industria presente in tutti i principali settori.

Ma, mentre le Borse americane ed europee sono vicine ai massimi, l'indice Nikkei è a un livello inferiore di quasi il 60% ai massimi di dieci anni or sono e il Paese, la cui popolazione sta invecchiando ancora più rapidamente di quella europea, sembra avere perduto quella fiducia in se stesso che lo caratterizzava negli anni del boom. Pur praticando una democrazia formalmente ineccepibile i giapponesi rotolano da una crisi politica all'altra e sembrano incapaci di esprimere una classe dirigente in grado di rigenerare la formula, un po' obsoleta, del Paese-azienda.

Nell'ultimo scorcio di secolo, il Giappone non ha prodotto un solo leader di cui all'estero si ricordi il nome, ha avuto il tasso di sviluppo più basso del mondo industrializzato e - forse ancora più grave - non ha tenuto finora il passo con i processi di liberalizzazione e di innovazione che stanno rivoluzionando il globo. La “new economy” trova nelle strutture di una società tuttora molto conservatrice, abituata a funzionare con il consenso più che con le operazioni di rottura, ostacoli più forti che in qualsiasi nazione avanzata del mondo. Intanto il Paese, famoso per la forza della sua moneta e per i suoi giganteschi investimenti all'estero, si è indebitato al di là del ragionevole, al punto che l'agenzia Moody's ha addirittura minacciato di declassarne l'affidabilità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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