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Anno XVI -No. 06 - 2000

 

 

 

 

 

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Agli occhi degli analisti appare soprattutto inquietante il fatto che il Giappone, nonostante la cura di tipo keynesiano cui è stato sottoposto da successivi governi, non riesca ad uscire dalla spirale negativa; e il sospetto che qualcosa si sia rotto nella macchina che aveva prodotto il miracolo del dopoguerra comincia ad aleggiare pesantemente sui mercati. Dal momento che il Giappone è stato (e, in larga misura, continua ad essere) il motore dello sviluppo regionale, la sua involuzione non poteva non condizionare la situazione di tutta l'Asia sudorientale, dalla Corea all'Indonesia, dalla Thailandia a Taiwan, da Singapore alle Filippine.

Questi Paesi sono stati coinvolti, con Bangkok come punto di partenza di una specie di reazione a catena, nella grande crisi finanziaria del 1998, che a un certo punto ha rischiato di travolgere il mondo intero. Sulle prime, sembrò che questa crisi avesse lasciato dietro di sé cumuli di macerie, e che le Tigri avrebbero impiegato diversi anni per rimettersi in carreggiata. Invece le cure, anche da cavallo, che sono state loro propinate sotto la regia del Fondo Monetario Internazionale hanno avuto effetto più rapidamente del previsto e buona parte dei Paesi interessati hanno ripreso il cammino virtuoso di una crescita un po' più ordinata di prima.

Certo, non tutte le ferite si sono ancora rimarginate: in Corea del Sud, per esempio, le gigantesche conglomerate che dominavano l'economia sono ancora in sofferenza. Il caso più preoccupante, comunque, rimane quello dell'Indonesia, dove la crisi economico-finanziaria ha coinciso con il passaggio dal regime autoritario e corrotto, ma abbastanza efficiente del presidente Suharto a un altro sicuramente più democratico ma anche assai più debole. Anche qui, l'FMI non ha fatto mancare il suo aiuto, ma la coincidenza del caos economico con quello politico, materializzatosi non solo nei frequenti disordini interni, ma anche nelle spinte separatiste di Timor orientale e della provincia di Aceh e nei conflitti religiosi che insanguinano le Molucche, non ha certo contribuito a rimettere le cose in sesto. Dal momento che l'Indonesia è, in termini di popolazione, il terzo Paese del mondo e che occupa una posizione di cerniera tra l'Asia e l'Australia, essa diffonde il proprio malessere in tutta l'area circostante.

Lo spettacolare rapimento di un gruppo di turisti europei da un'isola della Malaysia, ad opera di un commando di separatisti filippini eredi dei leggendari pirati salgariani, ha di recente attirato l'attenzione dell'opinione pubblica su situazioni endemiche e molto nocive per lo sviluppo, di cui pochi erano a conoscenza.

A compensare in parte le difficoltà del Sud-Est, è arrivato nell'ultimissimo scorcio di secolo un inizio di risveglio dell'India, che a causa della lunga sudditanza nei confronti dell'URSS e della impronta socialista della sua economia aveva fatto fin qui la parte della bella addormentata. Tenuto conto che il Paese ha raggiunto, proprio nelle scorse settimane, il miliardo di abitanti, di cui almeno un terzo vive sotto la soglia di povertà (il reddito pro capite, 3 milioni e 400 mila lire, è metà di quello cinese e un quinto di quello della Thailandia), la strada da fare per raggiungere i vicini orientali rimane lunghissima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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