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Agli occhi degli analisti
appare soprattutto inquietante il fatto che il Giappone, nonostante
la cura di tipo keynesiano cui è stato sottoposto da successivi governi,
non riesca ad uscire dalla spirale negativa; e il sospetto che qualcosa
si sia rotto nella macchina che aveva prodotto il miracolo del dopoguerra
comincia ad aleggiare pesantemente sui mercati. Dal momento che il Giappone
è stato (e, in larga misura, continua ad essere) il motore dello sviluppo
regionale, la sua involuzione non poteva non condizionare la situazione
di tutta l'Asia sudorientale, dalla Corea all'Indonesia, dalla Thailandia
a Taiwan, da Singapore alle Filippine.
Questi Paesi sono stati
coinvolti, con Bangkok come punto di partenza di una specie di reazione
a catena, nella grande crisi finanziaria del 1998, che a un certo punto
ha rischiato di travolgere il mondo intero. Sulle prime, sembrò che
questa crisi avesse lasciato dietro di sé cumuli di macerie, e che le
Tigri avrebbero impiegato diversi anni per rimettersi in carreggiata.
Invece le cure, anche da cavallo, che sono state loro propinate sotto
la regia del Fondo Monetario Internazionale hanno avuto effetto più
rapidamente del previsto e buona parte dei Paesi interessati hanno ripreso
il cammino virtuoso di una crescita un po' più ordinata di prima.
Certo, non tutte le
ferite si sono ancora rimarginate: in Corea del Sud, per esempio, le
gigantesche conglomerate che dominavano l'economia sono ancora in sofferenza.
Il caso più preoccupante, comunque, rimane quello dell'Indonesia, dove
la crisi economico-finanziaria ha coinciso con il passaggio dal regime
autoritario e corrotto, ma abbastanza efficiente del presidente Suharto
a un altro sicuramente più democratico ma anche assai più debole. Anche
qui, l'FMI non ha fatto mancare il suo aiuto, ma la coincidenza del
caos economico con quello politico, materializzatosi non solo nei frequenti
disordini interni, ma anche nelle spinte separatiste di Timor orientale
e della provincia di Aceh e nei conflitti religiosi che insanguinano
le Molucche, non ha certo contribuito a rimettere le cose in sesto.
Dal momento che l'Indonesia è, in termini di popolazione, il terzo Paese
del mondo e che occupa una posizione di cerniera tra l'Asia e l'Australia,
essa diffonde il proprio malessere in tutta l'area circostante.
Lo spettacolare rapimento
di un gruppo di turisti europei da un'isola della Malaysia, ad opera
di un commando di separatisti filippini eredi dei leggendari pirati
salgariani, ha di recente attirato l'attenzione dell'opinione pubblica
su situazioni endemiche e molto nocive per lo sviluppo, di cui pochi
erano a conoscenza.
A compensare in parte
le difficoltà del Sud-Est, è arrivato nell'ultimissimo scorcio di secolo
un inizio di risveglio
dell'India, che a causa della lunga sudditanza nei confronti dell'URSS
e della impronta socialista della sua economia aveva fatto fin qui la
parte della bella addormentata. Tenuto conto che il Paese ha raggiunto,
proprio nelle scorse settimane, il miliardo di abitanti, di cui almeno
un terzo vive sotto la soglia di povertà (il reddito pro capite, 3 milioni
e 400 mila lire, è metà di quello cinese e un quinto di quello della
Thailandia), la strada da fare per raggiungere i vicini orientali rimane
lunghissima.
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