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Anno XVI -No. 06 - 2000

 

 

 

 

 

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Ma gli indiani si sono inopinatamente scoperte capacità che dovrebbero consentirgli di risalire la china: essi risultano essere il popolo più dotato per l'informatica, hanno creato a Bangalore una vera e propria Silicon Valley asiatica e sfornano ogni anno decine di migliaia di specialisti che, oltre a contribuire alla modernizzazione del Paese, sono ricercatissimi anche dai Paesi più avanzati:

la sola Germania vorrebbe importarne 20.000 per rimediare alle sue carenze di personale specializzato, e approfittando delle nuove possibilità offerte da Internet, un numero crescente di imprese occidentali sta impiantando in India i suoi centri contabili. Molti anni passeranno ancora prima che i benefici di questa evoluzione raggiungano i contadini del Bengala o del Bihar (il 67 per cento della popolazione è ancora impegnato nell'agricoltura), ma almeno il governo, che sta faticosamente cercando di liberarsi delle scorie del passato e di liberalizzare l'economia, si ritrova con un asso in più nella manica.

Sullo sviluppo del Paese pesa, purtroppo, l'ormai cinquantennale faida con il vicino Pakistan, che ha portato entrambi i Paesi a spendere miliardi di dollari in armamenti e a dotarsi dell'arma nucleare, facendo del subcontinente uno dei punti caldi del globo. L'India, uno stato federale con ben 15 lingue ufficiali e 1600 dialetti, si vanta, a ragione, di essere la più grande democrazia del mondo, avendo mantenuto intatto il “sistema di Westminster” lasciatole in eredità dagli inglesi. Viste, tuttavia, la frequenza delle crisi politiche e l'endemica debolezza del governo centrale, molti si domandano se questo rappresenti un vantaggio o un handicap.

Il ruolo decisivo, nell'Asia del XXI secolo, sarà comunque quello della Cina, che a causa delle sue innumerevoli contraddizioni rimane il Paese enigmatico per eccellenza. Esso è l'unico che sia riuscito a coniugare un regime totalitario e repressivo, formalmente ancora comunista, con una tumultuosa economia di mercato che ha prodotto tassi di sviluppo tra il 7 e il 10 per cento annui. Ma il processo non è stato indolore.

La nuova dirigenza cinese, composta dal più conservatore presidente Jiang Zemin e dal più riformista primo ministro Zhu Rongji, deve fare i conti con una crescente disoccupazione alimentata dalla graduale chiusura delle grandi industrie di Stato, con una forte conflittualità tra le ricche province costiere e quelle ancora disperatamente povere dell'interno, con il malessere della campagne vessate da un'amministrazione inefficiente e corrotta, e con un dissenso diffuso che recentemente ha preso la forma della setta Falun Gong. Agli occhi degli osservatori esterni, gli obbiettivi di Pechino appaiono spesso inconciliabili tra loro. Come è possibile mantenere nello stesso tempo il regime del partito unico e lasciare spazio allo spirito imprenditoriale della gente? Come si può chiedere una piena integrazione nella comunità internazionale e nello stesso tempo minacciare di riunificare Taiwan alla terraferma con la forza?

Come si può ignorare i diritti politici e umani della popolazione e chiedere l'adesione all'Organizzazione mondiale del Commercio? Eppure, la nave va, e proprio nelle scorse settimane la Cina ha compiuto alcuni passi che, nelle speranze occidentali, dovrebbero rendere la sua metamorfosi irreversibile. Anzitutto, ha firmato con l'Unione Europea un trattato di collaborazione economica e commerciale di vasta portata, che da un lato rimuove l'ultimo ostacolo al suo ingresso nell'OMC, ma dall'altro la obbliga ad adottare una serie di misure liberalizzatrici destinate a influenzare anche i suoi equilibri interni. In secondo luogo ha ottenuto dal Congresso, grazie alla tenace volontà del presidente Clinton e nonostante le obiezioni dei sindacati, la ratifica del trattato che le conferisce in modo permanente la possibilità di accedere alle migliori condizioni al mercato statunitense.

Una volta che sarà inserita a pieno titolo nell'economia globale, con tutti i relativi obblighi, la Cina dipenderà dai rapporti con il resto del mondo in misura tale che una caduta degli investimenti esteri e delle esportazioni, che seguirebbe fatalmente a una drastica inversione di linea politica o politico-militare, provocherebbe tali contraccolpi da mettere in serio pericolo la stabilità del regime. Bill Clinton è talmente convinto che la prosecuzione dello sviluppo economico nel segno della liberalizzazione favorirà anche l'evoluzione democratica della Cina, che considera il trattato cino-americano una delle pietre miliari della sua presidenza, il coronamento di uno sforzo fondamentale per garantire all'Asia un assetto più stabile.

I cinesi stessi hanno salutato con evidente soddisfazione queste “cambiali” che l'Occidente gli ha concesso e si sono impegnati ad onorarle. Per quanto riguarda Hong Kong, tornata tre anni fa alla Cina dopo un secolo di dominio britannico, essi hanno finora rispettato i patti, lasciando alla ex colonia (quasi) tutta l'autonomia che le avevano promesso.

Nei confronti di Taiwan, soffiano ora freddo, ora caldo. Ma un segnale positivo è venuto dalla loro misurata reazione all'elezione di Chen Shui-Bian, leader degli indipendentisti, a nuovo presidente. Nelle fasi finali della campagna elettorale, Pechino aveva addirittura minacciato che, se fosse stato lui a prendere il potere, sarebbe scattata senza indugio l'invasione. Invece, non è accaduto nulla, e i due governi sembrano ora pronti a riprendere i contatti per liberalizzare ulteriormente i traffici tra l'isola e la terraferma.

Se questo clima disteso continuerà, la Cina otterrà maggiori consensi per la sua aggregazione al G8, che - insieme al seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU - consacrerebbe definitivamente il suo ruolo di grande potenza mondiale. In una prospettiva più lunga, il suo ruolo potrebbe essere fondamentale, se non altro per ragioni geopolitiche, anche per lo sviluppo delle risorse della Siberia, oggi un po' abbandonata a se stessa a causa della crisi russa. In conclusione, il XXI sarà o non sarà il “secolo dell'Asia”? Gli analisti, come abbiamo detto, sono diventati prudenti. Le palle al piede sono ancora tante.

Oltre a quelle che abbiamo esaminato nei particolari, sarà bene ricordare che, nel cuore del Sud-Est, sopravvive un blocco di Paesi socialisti, Vietnam, Cambogia, Laos e Birmania, che rappresentano un freno per lo sviluppo collettivo; che il continente ha ancora un numero spaventoso di poveri - più di un miliardo - e, con l'ovvia eccezione di Giappone, Corea, Singapore e pochi altri, un tasso di alfabetizzazione assolutamente insufficiente; che al suo centro si è costituito un pericoloso e retrogrado focolaio di estremismo islamico, che si estende dall'Iran all'Afghanistan al Pakistan e, in parte, alle repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale; che l'area ha registrato ultimamente una allarmante accelerazione della corsa agli armamenti, nucleari e no; che rimane da estirpare il bubbone dell'ultimo Stato veramente stalinista del globo, la Corea del Nord; che, infine, mancano strutture politico-militari regionali come la NATO o la OSCE in grado di gestire eventuali conflitti.

Per il momento, perciò, sarà opportuno sospendere il verdetto, in attesa che l'orizzonte si schiarisca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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