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Anno XVI -No. 06 - 2000

 

 

 

 

 

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Tra le pietre del Teatro Romano di Verona, nelle notti della prossima estate, tornerà ad essere rappresentata la tragedia "Romeo e Giulietta" ("Romeo and Juliet"), che William Shakespeare scrisse nel 1594-95. E anche quest'anno la memoria di quanti amano l'immortale vicenda riandrà alla storica edizione del 1948, che ebbe come regista il veronese Renato Simoni, nato nella città scaligera nel 1875 e morto a Milano nel 1952.

Chi era Simoni? Proprio riandando a quella recita del 1948, il grande Giorgio Strehler, nel trentennale della morte di Simoni, scrisse queste parole: "Ricordo Simoni con un sentimento di gratitudine e di tenerezza. Tenerezza per quel tempo lontano in cui, giovane in mezzo ad altri giovani teatranti, mi trovai accanto a Simoni come assistente in una edizione di 'Romeo e Giulietta' a Verona e cercai di aiutarlo come sapevo (cioè poco) e come potevo (altrettanto poco) tra le mille difficoltà di uno spettacolo all'aperto, con mezzi di fortuna e accanto a un glorioso vecchio, difficile, stanco e già ammalato senza volerlo ammettere".

In quello scritto, Strehler rievocava "quelle notti veronesi, piene di musiche dalle osterie, con piazza delle Erbe deserta, e Simoni che raccontava e raccontava, da quell'incredibile narratore che era…".

E' giusto precisare subito che la regia fu una parte minima dell'attività di Simoni, anche se gli si deve la messinscena di eccellenti spettacoli con "Aminta" del Tasso, "Adelchi" del Manzoni e il prediletto Goldoni ("Il campiello", "Le donne curiose", " I rusteghi"). Elencare tutto quello che ha fatto Simoni richiede spazio: è stato commediografo ("La vedova", "Carlo Gozzi", "Tramonto", "Congedo", "Il matrimonio di Casanova"), autore di riviste satiriche ("Turlupineide", "Il mistero di san Palamidone"), librettista d'opera (scrisse "Madame San-Gêne" per Umberto Giordano e, in collaborazione con un altro veronese, Giuseppe Adami, "Turandot" per Giacomo Puccini). Fu poeta con lo pseudonimo di Turno, direttore di riviste e, soprattutto, critico teatrale. Le sue recensioni, sempre siglate "r.s"., sono raccolte in cinque volumi. La storia della vita di Simoni comincia all'insegna della povertà, con l'immagine della madre vedova che aveva allevato lui e la sorella Maria ricorrendo alla carità dei frati, dai quali andava a prendere la minestra nascondendo il pentolino sotto lo scialle. Negli ultimi giorni della sua vita la madre, a testimonianza della carriera compiuta dal figlio, fu assistita dalla mitica attrice Eleonora Duse.

Il balzo verso il successo avvenne nel gennaio 1899, quando Simoni lasciò Verona per Milano. Era un giorno freddo, un vento gelido soffiava dal monte Balbo e dai Lessini, c'erano chiazze di neve sui tetti, l'Adige era più grigio del peltro.

Il giornale "L'Arena", di cui Simoni era stato "redattore artistico", lo salutò con tutta la necessaria, affettuosa retorica che l'epoca esigeva: "Simoni è stato il convitato intellettuale più ricercato alla mensa veronese dell'interpretazione estetica".

I centocinquanta chilometri che separano Verona da Milano erano allora una stanza notevole. In fondo ad essi spuntavano i sogni di gloria, la carriera, un mondo ignoto e tentacolare. Per Simoni l'addio fu legato a un treno. Il maggior poeta dialettale di Verona, Berto Barbarani (1872-1945), era tra gli amici che piangevano. Tornato a casa, scrisse su quell'addio questi versi: "E la gente in strada/ me guarda par traverso, / dise che sono roverso, / che son de malumor…/ G'ò apena compagnado /n'amigo a la stassion".

Simoni gli rispose con l'effusione di alcune quartine a rime alterne. Ne cito soltanto una, che mi sembra particolarmente significativa e toccante: " Qui, tra il rumor che il capo mi frastuona;/tra questa gente che non è la mia, / oh, come sogno la gentil Verona / e come il sogno è tutto poesia".

Arrivato alla redazione del giornale "Tempo di Milano" prima di approdare al "Corriere della Sera", Simoni aveva già dimenticato il dialetto di casa e tentava l'imitazione del Parini con quell'idea del "capo che frastuona" nella furia di un traffico inusitato? Bisogna rispondere di no.

La Verona "dai bei mattini d'oro" restò sempre in Simoni come la vera patria, e non soltanto perché vi era nato. Le radici d'una città sono misteriose, gli alberi che spuntano da quelle radici sono piantati nel cuore più che nella terra. Simoni portò sempre con sé i cari fantasmi del candido cappello del pittore Angelo Dall'Oca Bianca (1858-1942), dagli occhi di Berto Barbarani, neri e lucenti come scaglie d'antracite. Accanto a loro, come li mostra una vecchia fotografia, Simoni posa le premesse del suo "volo".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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