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Il momento più triste
della vita di Renato Simoni coincise con l'immediato dopoguerra. Durante
il fascismo, era stato nominato membro della Reale Accademia d'Italia,
la massima istituzioneculturale dell'epoca,
varata nel 1926 e inizialmente presieduta da Guglielmo Marconi. Simoni
rimase Accademico anche durante il periodo della Repubblica di Salò,
nell'aprile 1945 fu epurato e gli fu tolta la critica teatrale sulle
pagine del "Corriere della Sera".
Il dolore di Simoni
fu immenso. Chi lo incontrava in quei mesi lo sentiva ripetere con voce
di pianto: "Senza il Corriere io muoio". Passata la bufera, gli fu restituito
l'incarico. Proprio in quel periodo, cercavo per ragioni di studio un
libro introvabile su Pirandello e avevo la certezza che Simoni, nella
sua sterminata biblioteca, lo possedesse.
Parlai del problema
con un mio professore d'università, che era stato come Simoni Accademico
d'Italia e che si prestò a scrivermi una lettera di presentazione. Era
il 1947 e rammento benissimo che la lettera cominciava con un aulico
"Cara Eccellenza…", perché gli Accademici d'Italia avevano avuto diritto
al titolo "Eccellenza". Mi recai al numero 5 di via Tamburini a Milano,
nella zona del parco Sempione. Venne ad aprirmi la sorella di Simoni,
Maria, e poco dopo ero davanti a lui, in giacca del pigiama, i bianchi
capelli con la riga a sinistra, i folti baffi grigi. Sul tavolo da lavoro,
ingombro di libri, spiccava il modulo giallo d'un telegramma. Me lo
allungò in silenzio perché lo leggessi. Era firmato da Giorgio Strehler
e Paolo Grassi che lo ringraziavano commossi per quello che aveva scritto
dopo l'inaugurazione del Piccolo teatro con "L'albergo dei poveri" di
Gor'kij.
Finalmente aprì la
lettera, nella quale era anche detto:
"Questo giovane è un
veronese come lo è lei". Imbarazzato, con la voce un po' tremante per
l'emozione, lo chiamai "maestro". Stava accendendo una sigaretta. Restò
col fiammifero a mezz'aria: "No, benedeto: Simoni e basta. No son maestro
de gnente".
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