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Con la bassa marea l'acqua
ti arriva alla vita. Settant'anni fa, la Casa del Mar era sulla spiaggia,
l'oceano di fronte, il deserto alla spalle. L'ingrandimento del porto,
il gioco delle correnti ne hanno accentuato la caratteristica di piccola
isola, ammasso di rovine, rifugio di gabbiani.
Nata come carcere, gli
spagnoli la trasformarono in fortezza, ma l'interno diroccato rimanda
a un perimetro che con le sue feritoie e le sue bocche di lupo ti ridisegna
una scansione di celle, non di stanze. Se ti inerpichi e sali sui bastioni,
la baia si estende completa davanti a te: alla tua sinistra, in fondo,
c'è il piccolo campo di aviazione, una striscia di sabbia delimitata
da vecchi copertoni che s'impenna e si spegne davanti al mare. A fianco,
stinti dal sole e mangiati dal vento i resti della palazzina Comando,
sede dello scalo aeroportuale di Cap Juby.
Latécoere si chiamava
la compagnia francese di trasporto, e la scritta in vernice nera resiste
ancora.
Qui gli aerei, i fragili
biplani Breguet da 130 chilometri orari, atterravano e decollavano;
qui la stazione radio riceveva e trasmetteva: "Cap Juby preparerà fuochi
abituali stop. Ordine di rimanere in contatto con Agadir". "Da Juby
per Dakar: nessuna notizia dopo passaggio Alicante ore undici e dieci".
Quattro erano i meccanici, con il personale di servizio si raggiungeva
la dozzina di persone: riparazioni, mantenimento degli apparecchi, recupero
dei piloti caduti, le scadenze cui far fronte. Finito il turno, la Casa
del Mar li accoglieva, prigione di fatto, anche se non più di nome.
Nell'arco di poche
centinaia di metri, il sentimento della storia e la vertigine della
dimenticanza sembrano essersi divertiti ad accumulare relitti per contendersi
memorie. Vecchie mura, iscrizioni di pietra, carcasse di navi imprigionate
sulla riva, tutto tende ad annullarsi e contribuisce a confondere.
Fra le terre d'Africa
e il mare delle Americhe, Cap Juby era l'ultimo avamposto europeo, duecento
abitanti che divenivano duemila allorché le tribù dei mauri vi facevano
tappa inseguendo l'acqua. Oggi che si chiama Tarfaya, e intorno alle
fortificazioni militari di allora si è sviluppato un villaggio di poche
migliaia di abitanti, quella sensazione di essere ai confini del mondo
si ingigantisce nella sua gratuità.
Di ciò che ieri aveva
un significato, si sono persi i contorni, e tracciarli di nuovo è difficile,
i più disincantati direbbero inutile. Eppure quel nome, Cap Juby, racchiude
una vocazione e la sua consacrazione: Antoine de Saint-Exupery vi arrivò
da pilota per ripartirne scrittore. Da Corriere del Sud al Piccolo principe,
a Cittadella, l'intera sua opera è segnata da quel soggiorno che gli
cambiò la vita rivelandolo a se stesso. Lungo la cornice che fronteggia
la Casa del Mar, un piccolo velivolo in ferro lo ricorda. A un secolo
dalla nascita, quella modesta scultura che si infuoca sotto il sole
testimonia la fragile grandezza di chi con la scrittura cercò di imbrigliare
il tempo.
"Ma davvero vuole fermarsi
a Tarfaya?". Il capo della Gendarmerie royale è un po' perplesso e un
po' preoccupato.
L'essere ospite del
figlio di Morabih Rabou, l'ultimo grande avversario della guerriglia
antispagnola e antifrancese, primogenito di quel Cheikh Ma El Ainin,
il "sultano blu" fondatore di Smara, la capitale proibita del deserto,
se da un lato accentua l'importanza del visitatore, dall'altro la colora
sospettosamente. Qui fino a vent'anni fa era Sahara spagnolo, le tribù
prima che marocchine si sentivano sahariane, ostili al colonialismo
ma troppo indipendenti per accettare senza colpo ferire il governo e
la monarchia di Rabat. Qui è nato il Polisario (Fronte popolare per
la liberazione di Seguia-El-Hamra e Rio de Oro), ci sono ancora conati
di ribellione, più eterodiretti dall'Algeria, per la verità, che non
dovuti a una reale resistenza della popolazione locale, e le truppe
delle Nazioni Unite stazionano per assicurare l'ordine in attesa di
un referendum per l'autodeterminazione che da dieci anni viene rimandato
e nessuno può dire se e quando ci sarà. In breve, le famiglie dell'aristocrazia
guerriera e politica dei tempi passati sono viste con l'occhio vigile
di chi teme che le antiche prerogative possano fare da freno o da contrasto
con l'opera di nazionalizzazione e di assimilazione portata avanti negli
ultimi anni.
Valutate e risolte
le preoccupazioni di cui sopra (il soggiorno è breve, Cheikh Chaibata
e i suoi figli non hanno mai creato problemi, sono sudditi leali e la
loro è un'autorità di tipo morale e intellettuale, l'ospite è giornalista
di un Paese amico, talmente amico che il re del Marocco lo sta visitando
ufficialmente proprio in quei giorni…), rimangono le perplessità.
A Tarfaya non c'è nulla,
i due alberghetti che ospitano i viaggiatori di passaggio sono due topaie,
una branda, una brocca e una coperta, il pomeriggio accentua il calore
soffocante, la sera il silenzio si riappropria della polvere dei veicoli.
"Davvero vuole fermarsi a Tarfaya?", ripete stupito.
Quando, per l'ennesima
volta, gli dico di Saint-Exupery, scuote la testa: "Mais Tarfaya c'est
un petit village oublié dans le desert. N'est pas important…".
Alla fine si alza, si
sistema la bandoliera e mi accompagna dal pascià locale, l'autorità
politica addetta all'ultima ratifica.
Durante la notte gli
unici rumori sono l'abbaiare dei cani, il raglio degli asini, il richiamo
dei cammelli.
L'alba ti consegna un
villaggio addormentato davanti a una spiaggia che si allunga per chilometri
per poi alzarsi a sprofondo sul mare e divenire scogliera, il deserto
che non la lascia un solo istante. Sabbia, silenzio, solitudine. Saint-Exupery
ne fu atterrito, prima di esserne conquistato. "Il buco più sperduto
di tutta l'Africa", scrive alla madre appena arrivato. Non è il solo
a pensarla così. Jean Mermoz, il pilota più famoso e più amato di Francia,
ricorderà di Cap Juby "il senso di soffocamento, l'impressione di essere
assediati" A Jospeh Kessel, reporter giramondo, sembra di stare in mezzo
ai fantasmi: "Alla mensa del forte", annota,
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