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Anno XVI -No. 06 - 2000

 

 

 

 

 

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Il signore delle sabbie avrebbe potuto essere il vero titolo, e non a caso le sue prime righe recitavano: "Ero un signore berbero, e rientravo nella mia casa".

Meditazione sulla grandezza della servitù militare e civile, sul senso da dare alla vita, sulla fraternità che sola può nascere da uno scopo al di fuori di noi, affonda la sua costruzione in un incessante arrovellarsi sul bene e sul male, sull'individuo e la sua finitezza, sul mistero dell'esistenza e le illusioni della fede.

La "distesa bionda in cui il vento ha impresso le sue onde lunghe, come sul mare", lì dove "le colline d'oro offrivano alla luna il versante illuminato, e versanti d'ombra salivano fino alla linea di displuvio della luce", si riassume in un'immagine di consapevolezza.

"Vento, sabbia, stelle. Dura regola da trappisti. Ma su quella tovaglia mal rischiarata, sei o sette uomini, che al mondo non possedevano più nient'altro che i loro ricordi, spartivano ricchezze invisibili".

"Questo è il paradiso".

Ahmed lavora a Lanzarote, a Tarfaya torna quando può, un altro dei Ma El Ainin sparsi fra il Sahara e le Canarie, ultimi fuochi dell'ultima tribù letterata emersa dal deserto, capace di leggere, scrivere e apprezzare i libri, e che si aggrappa alla grandezza di ciò che è stata per sopportare le miserie di un presente dove i valori premoderni, il coraggio, e la sopportazione fisica, la fierezza e la parola data, la camerateria, non bastano più a giustificare un ruolo e una dignità. "Qui si può passeggeriare e meditare. Si può pregare, ci si può interrogare. Circondato dal mare e dal deserto capisci che piccola cosa sei e di quali stupidi affanni carichi te stesso e la tua vita".

Bevendo té verde e guardando vecchie istantanee della Tarfaya di settant'anni fa, ti prende la dolce malinconia che ti danno le immagini di ieri filtrate dalla prospettiva del presente, la comparazione fra ciò che era e ciò che è diventato, l'incanto di quello che non esiste più e la delusione per quello che ne ha preso il posto.

Dall'aeroporto di Laayoune, volando sulla costa, il panorama che a Saint-Exupery fu così familiare, ti riafferra, reso simile com'è dalla distanza.

L'anno trascorso a Cap Juby si incise nella sua vita con l'effetto moltiplicatore che il tempo vissuto intensamente ha rispetto alla sua dimensione cronologica. Imparò lì a fare da ambasciatore, a salvare vite, a rischiare la propria, e i suoi fogli si riempiono di immagini magnifiche e gonfie di pietà, fiere e piene di poesia: "Noi ci siamo nutriti della magia delle sabbie, altri forse ci scaveranno i loro pozzi di petrolio e con le loro merci si arricchiranno; ma saranno arrivati in ritardo.

Perché i palmeti proibiti o la polvere di conchiglie ci hanno donato la parte più preziosa di se stessi: non avevano da offrire che un'ora di fervore, e siamo noi ad averla vissuta".