Continua la nostra
inchiesta sul controllo mentale e l’attività delle sette che si dedicano
a queste pratiche. Su questo numero ospitiamo il contributo di due ricercatrici
del CeSAP - il Centro Studi sugli Abusi Psicologici – e un’intervista
di Luisa Miccoli ad una vittima del plagio, miracolosamente salvatasi
dall’annientamento e tuttora sconvolta dalle esperienze passate. Man
mano che si approfondisce l’indagine su queste problematiche, si apprendono
particolari assai preoccupanti sulle dimensioni che tali fenomeni hanno
nel nostro paese.
Definizione
Ci sono parole, azioni,
comportamenti, interazioni che nessuna legge punisce, ma che possono
risultare fortemente lesivi per una persona.
Questo tipo di violenza,
definita psicologica (definizione vaga e per ora scarsamente codificata),
riguarderebbe diverse situazioni, tanto di tipo carenziale, quanto di
tipo attivamente lesivo, che colpiscono il benessere emotivo e psicologico
della vittima. La provocazione continua, l'offesa, la disistima, la
derisione, la denigrazione, la svalutazione, la coercizione, il ricatto,
il silenzio, la privazione della libertà, la menzogna e il tradimento
della fiducia riposta sono solo alcune forme in cui si manifesta la
violenza psicologica.
Per parlare di abuso
psicologico è necessario che una o più di queste dimensioni siano sufficientemente
pervasive, da poter essere considerate caratteristiche delle interazioni
e da far sorgere serie preoccupazioni in merito al funzionamento e alle
condizioni emotive della vittima.
Ambiti
di attuazione della violenza psicologica
La violenza di tipo
psicologico si esplica in vari ambiti, domestico, lavorativo e sociale,
ed è dunque caratterizzata da un tipo di relazionalità aggressiva che
può essere o meno accompagnata da situazioni di maltrattamento fisico
o sessuale, e che si connota per il carattere particolarmente minaccioso
dell'approccio relazionale.
L'aspetto che distingue
tale situazione da altre che per altro verso potrebbero essere definite
nello stes-so mo-do, è rappresentato da un atteggiamento violentemente
intrusivo da parte dell'aggressore nei confronti dell'aggredito, che
può essere un partner debole o più frequentemente un figlio, oppure,
un discente, un collega di lavoro...
La violenza psicologica
che si perpetua nell'ambito familiare è quella maggiormente riconosciuta
anche dal punto di vista giuridico.
Recenti sentenze hanno
difatti sottolineato le caratteristiche della violenza psicologica domestica
e i suoi effetti sulla relazione.
Una sentenza della Corte
d'Appello di Torino, sezione I civile (RG. 895/99), per esempio ha attribuito
il fallimento di un matrimonio alle violenze psichiche che il marito
infliggeva alla moglie:
"E' emerso infatti
che il comportamento tenuto dallo S. ha comportato per tutta la durata
del rapporto, offesa alla dignità dell'altro coniuge, in considerazione
degli aspetti esteriori con cui era coltivato e dell'ambiente in cui
era esternato, ed è stato oggettivamente tale da cagionare sofferenze
e turbamenti, lesioni all'immagine ed offese pregiudizievoli della personalità
del coniuge, con atteggiamenti di disistima e comportamenti espulsivi,
particolarmente gravi per i toni sprezzanti ed in quanto esternati alla
presenza dei componenti del gruppo parentale e amicale, benchè la moglie
tentasse, in tali occasioni, di ricomporre le fratture. Lo S. ha dunque
tenuto nel corso del rapporto una condotta offensiva ed ingiuriosa sotto
plurimi profili. (Dalla sentenza, pag. 36).
La sentenza ha denominato
tali metodi di attacco alla stima personale con il termine mobbing (pag.
45 della sentenza), addebitando la responsabilità della separazione
al marito.
La Sesta Sessione Penale
della Corte di Cassazione (3750/99) ha sostenuto che l'uomo che rende
la vita impossibile alla ex moglie, sottoponendola ad ogni tipo di molestie
e vessazioni, è punibile con il carcere, perché viene meno ai doveri
di rispetto reciproco ai quali è tenuto anche se separato, a nulla rilevando
il fatto che sia cessata la convivenza. Con questa affermazione ha respinto
il ricorso di un signore separato che aveva tormentato la ex moglie
con ogni tipo di molestia (foratura di gomme dei pneumatici, minacce)
e per questo era stato condannato dalla Corte di Appello di Venezia
per il reato di maltrattamenti in famiglia. Secondo la Suprema Corte,
infatti, è vero che i singoli comportamenti tenuti dall'uomo costituivano
di per sé reato (minacce, ingiurie, danneggiamento, etc.), ma quando
la sottoposizione dei familiari, "ancorché conviventi", ad atti di vessazione
continui e tali da cagionare agli stessi intollerabili sofferenze presentino
"il connotato dell'abitualità", tutti i singoli episodi costituiscono
espressione di un "programma criminoso" unitario, e quindi configurano
il più grave reato previsto dall'art. 572 del codice penale.
Quindi vessazioni,
minacce, ingiurie, danneggiamenti, ecc. continuativi all'interno di
una relazione sono segnali di abuso psicologico.
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